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Ali Hassoun: la Rivoluzione è un pranzo di gala. Da Beirut un inno alla gioia, alla Libertà. E alla parità di genere

di Alessandro Riva

 

Per tutti – ragazze, ragazzi, uomini adulti, padri, madri, famiglie con bambini al seguito, uomini e donne di ogni età  – ciò che sta succedendo in Libano in queste settimane ha un solo nome: #Thawra – Rivoluzione. Ma è una rivoluzione pacifica, una marea umana che ogni giorno, e con particolare intensità ogni week end, si riversa nelle strade della Capitale, Beirut, ma anche in centri minori, villaggi e piccole città del Libano, per manifestare e chiedere l’abbattimento di un governo corrotto, familistico, antiquato, reazionario, legato a logiche tradizionalistiche e confessionali nelle quali i giovani e i cittadini del “nuovo Libano” non si riconoscono più. Ma soprattutto per dare il segno di un forte cambiamento culturale. E non è un caso che in piazza, oggi, si contino tante, tantissime donne: giovani, giovanissime, meno giovani, di tutte le classi e di tutte

Federico Lombardo, lo spettacolo del quotidiano come metafora del fare pittorico

di Alessandro Riva

Il lavoro di Federico Lombardo si muove da tempo lungo due diverse direzioni solo apparentemente divergenti dal punto di vista stilistico, che prendono entrambe le mosse dalla ricerca originaria dell’artista sulla figura umana, sulla permanenza dell’iconologia classica nella sensibilità contemporanea, e sulle riflessioni relative al mutevole rapporto tra reale e virtuale (realtà concreta vs ambiente virtuale, pittura vs tecnologia, etc.) nell’era dell’onnipresenza dei mezzi tecnologici e della progressiva sostituzione, in moltissime attività produttive e creative, degli elementi materiali con quelli immateriali. Da un lato, infatti, l’artista ha messo a punto un linguaggio scabro ed essenziale, che, partendo da un’indagine sulla figura umana, ha via via perduto, in maniera quasi inavvertibile a prima vista, la materialità del processo pittorico tradizionale in virtù di nuove sperimentazioni all’interno di un linguaggio totalmente digitale. Dall’altra, ha sviluppato un complesso apparato compositivo

Obey: l’arte salverà il mondo

di Gianluca Marziani & Stefano Antonelli

L’arte contemporanea sta attraversando una storica transizione: da una parte l’egemonia della Finanza, forma distopica di combustibile lubrificante che aumenta il valore monetario ma sporca il valore intrinseco, concettualmente immateriale dell’artista; dall’altra una rinata coscienza collettiva che rafforza le molteplici nature dell’arte urbana, la più comunicativa tra le espressioni visive, arte per molti e forse per tutti, gratuita e deteriorabile, virale sui social media come nessun museo riesce a fare. Questa forbice tra un sistema chiuso (gallerie top, musei di prima fascia, case d’asta internazionali, fondi speculativi, collezionisti mondani…) e un sistema aperto (gallerie sperimentali, musei di seconda fascia, collezionismo non sistemico, spazi urbani, luoghi alternativi…) ha generato due condizioni d’ingaggio: una sempre più ristretta ed elitaria, autoreferenziale, blindata negli habitat di riferimento; un’altra che mescola generazioni e culture, fasce sociali e disciplinari, aprendosi agli spazi collettivi,

Sergio Padovani, o del cuore segreto del mondo

di Alessandro Riva

IL MANGIACIVETTE Olio, bitume, resina su tela 28x42, 2019.

Sergio Padovani non copia né guarda all’antico, o al magico, o all’ancestrale: frammenti della loro presenza sono, potremmo dire, celati, forse anche a sua insaputa, nel profondo del suo nucleo originario d’artista. La sua pittura è abitata dal perturbante: non è stupore, paura, o riso, o fastidio: è qualcosa che li abita tutti. Meccanismi atavici, che attraverso l’introduzione del perturbante, di ciò che è rimosso dalla coscienza razionale ma che esiste nel nostro nucleo più oscuro e profondo, muovono il desiderio di conoscenza profonda dei meccanismi che agitano le forme del sé e del mondo, attraverso lo sconvolgimento dei parametri di ogni regola, di ogni misura. Padovani utilizza questi grimaldelli, questi escamotage emozionali e sintattici prima ancora che estetici e formali, per far riapparire forme ancestrali di una coscienza perduta, dimenticata nel

il giorno in cui Paolo Fiorentino disse: “sono un pittore del futuro”

Se n’è andato a Roma, all’età di 54 anni, Paolo Fiorentino. Pittore coltissimo, di grande sensibilità e raffinatezza, ha sempre lavorato sull’idea di paesaggio, soprattutto urbano, creando visioni fortemente idealizzate e sintetiche, con una forte anticipazione concettuale di quel vasto “paesaggio immateriale” da cui oggi siamo costantemente circondati, dalla rete ai videogiochi. I suoi non sono scenari urbani: sono architetture astratte, che scandiscono lo spazio con la rigorosa geometria dei volumi e dei toni, e che rimandano a un’idea lontana eppure tutt’altro che vaga del paesaggio urbano così come s’è condensato nel nostro intelletto e nella nostra memoria. La sua pittura, a metà tra rievocazione dell’antico e fantascienza, aveva la sua origine in quella linea idealizzante, e nello stesso tempo sottilmente magica, venata da un refolo di instabilità metafisica, che è la tradizione della pittura di scuola romana del Novecento.

SATYRICON

SENZA PAROLE

Adalberto Abbate, Voici votre bulletin de vote, serie “Rivolta”, 2009

Elezioni Europee, maggio 2019.

Satyricon

SENZA PAROLE

Daniele Accossato, Rapito (Bronzo di Riace). 2016.

 

3 ottobre 2018. Arrestato Domenico Lucano, sindaco di Riace simbolo dell’accoglienza ai migranti.