Pretesti pittorici e poetica della rêverie con Beppe Biagi

    Biagi2_lowC’era un tempo in cui la pittura di Giuseppe Biagi si nutriva di pochi, selezionatissimi elementi. Una montagna, un cielo, un fazzoletto di terra che svettava sopra un orizzonte grumoso ed estremamente denso, all’interno del quale s’intravedevano, tra riccioli di terra e olio e polvere di marmo impastati nel pigmento, deboli e sparsi accenni di una qualche vaga narrazione, per chi volesse a tutti i costi leggerla: un’ombra appena più scura in un angolo della montagna, a sollecitare l’immaginazione di chi volesse trovarvi dentro delle suggestioni conradiane, una linea d’ombra nascosta ai piedi delle Apuane.

    In seguito, le composizioni, inizialmente succinte ed essenziali, hanno cominciato a disgregarsi, a frammentarsi in decine e decine di piccole formelle, nelle quali era possibile rintracciare l’eco di tante, infinite storie individuali: immaginarie tranches de vie tracciate sul filo di una pittura tersa ed essenziale, giocata su pochi e calibrati toni, di cenni appena tracciati sulla tela, quasi una sorta di rinata predella trecentesca avesse preso nuovamente vita, tra piccole e quotidiane storie di animali, di paesaggi, di bambini, di uomini e donne d’oggi, tenute però insieme da un segno insieme nebuloso ed essenziale, in un gioco di toni e di colori ferreo e consapevole come quello d’un terso sogno mattutino.

    La nuova, felicissima stagione della pittura di Giuseppe Biagi riassume, a saperla leggere, con una coerenza e insieme una freschezza rara e straordinariamente penetrante, elementi prelevati (quasi inconsciamente, come un fatto spontaneo e naturale, attivato forse a livello subcosciente, irrazionale, prima ancora che intenzionale e consapevole) direttamente dalle fasi precedenti, con un’aggiunta di leggerezza e di scioltezza del segno e dell’uso del colore che nei cicli precedenti erano meno evidenti e manifesti. La narrazione, infatti – se di narrazione si può parlare in quadri che tutto vogliono essere, fuorché, appunto, narrativi – procede a sbalzi, per immagini, per apparizioni, verrebbe quasi da dire: poiché tali appaiono per l’appunto le rarefatte figure di bagnanti, o di cani, o di migranti, o di bambini intenti a un gioco incerto ed elegante come quello d’una danza arcaica e favolosa. Non sono più – forse non sono mai state, dopotutto – storie “normali” e quotidiane d’oggi, quelle accennate, in pochi e rigorosi tratti e in altrettanto sobrie variazioni cromatiche, nei quadri di Biagi, oggi caratterizzati, come ha scritto Mina Gregori, da una “moderazione tonale che ricorda il magistero di Morandi”; sono, semmai, l’ombra, il riflesso, e in qualche modo anche l’essenza più profonda, di ciò che gli occhi ci portano a vedere intorno a noi, in una qualunque giornata, forse autunnale o settembrina, su una qualsiasi spiaggia versialiana: quasi il riflesso di un’occhiata sonnecchiante, immaginifica, di quelle proiettate ad occhi semichiusi, da un osservatore immerso in uno stato di semiveglia, di rêverie sognante e favolosa, nella quale le cose quotidiane si trasformano, come per l’azione d’una miracolosa trasformazione alchemica, in puro elemento pittorico, che a sua volta rimanda a tracce d’esistenza altra, lirica, soffusa: quelle immagini che davvero – per dirla con Bachelard e la sua poetique de la rêverie – “cantano la realtà”, la trasfigurano, prima ancora di descriverla, in accenni poetici, appunti, cenni, brevi illuminazioni, quasi una traduzione visiva di gesti insieme semplici e paridigmatici. Appaiono, allora, quelli di Biagi, come le tracce lasciate sulla sabbia dagli elementi fondanti del reale (gesti, volti, sguardi, echi di suoni che sembrano provenire drettamente dalla trama della tela), anziché semplici presenze fisiche del nostro quotidiano: e al contempo l’occasione, ancora, per il pittore, di poter semplicemente, e sovranamente, dipingere – partendo da un pretesto, un ricordo, un cenno, l’impressione di un attimo che nel momento stesso in cui viene fissato sulla tela tende come per incanto a scomparire. È – come la definisce l’artista – la sua “gamma pittorica”, oggi: un cane con uno sguardo stranamente umano, un canarino immortalato nella debole fissità d’un pomeriggio assolato, la sagoma d’un ragazzo che guarda, con aria pensierosa, verso l’orizzonte.

    Alessandro Riva

    Il testo qui riprodotto stato scritto in occasione della mostra di Giuseppe Biagi “Appunti e contrappunti” alla Galleria La Subbia/Paola Raffo arte contemporanea di Pietrasanta nell’agosto 2103.

    La mostra di Giuseppe Biagi “Momenti, Oli e acquerelli recenti” è stata ospitata alla Galleria Nuages di Milano dal 16 ottobre al 9 novembre 2013.

     

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