Il Fenomeno
    Bonito Oliva

    di Pasquale Chessa

    Pensa idee che non condivide, ha gli occhi dolci di Pierrot, la parlata di Totò. Quel che dice spesso è privo di senso, eppure… Eppure nel mondo si conosce la Transavanguardia e, in più, si vendono bene i quadri dei “suoi” pittori

    da “Arte”, marzo 1985

    Bonito Oliva 2_lowCome accadde all’uomo del sottosuolo di Fedor Dostoevskij, anche Achille Bonito Oliva pensa idee che non condivide: quando le racconta è lui stesso che ne ride, quasi per liberarsene, scandendo ogni sua storia con una risata corta e trattenuta come potremmo immaginare di sentire solo da un clown di Georges Rouault. C’è molto infatti della difficile agilità dell’acrobata-pagliaccio nell’immagine che ci siamo fatti di Achille Bonito Oliva critico-di-successo: gli occhi dolci e profondi di Pierrot, il volto lungo e triste di Bister Keaton, il naso sproporzionato di Pulcinella, la parlata napoletana di Totò… E la statura, infine, fa ricordare ciò che Théophile Gautier disse di Auriol, il famoso saltimbanco del Cirque Olympique: “…un minuscolo Ercole…”.

    Ecco, la forza di Achille Bonito Oliva non è in ciò che pensa, ma ciò che fa: ciò che dice, spesso, è privo di senso comune, mentre ogni sua azione lascia sempre la traccia del percorso che ha compiuto: solo seguendone le traiettorie così, possiamo tentare di scoprire la sua vera identità. Facciamo un esempio senza il rimorso di commettere ingiustizia estrapolando qua e là: “L’arte finalmente ritorna ai suoi motivi interni, alle ragioni costitutivi del suo operare, al suo luogo per eccellenza che è il labirinto, inteso come continuo dentro la sostanza della pittura… L’opera diventa una mappa del nomadismo, dello spostamento progressivo praticato fuori da ogni direzione precostituita da parte di artisti che sono ciechi-vedenti”.

    Cercare di capire sarebbe come pretendere di tradurre in arabo “Papé Satán, Papé Satán, Papé Satán aleppe!…”: tutto il senso di quelle parole, e delle migliaia che seguono, sta racchiuso in un solo slogan: Transavanguardia.

    È successo nel 1979, estate, Sicilia. Achille Bonito Oliva inaugura una mostra destinata a fare epoca. Sotto il titolo Opere fatte ad arte espongono ad Acireale cinque pittori: Sandro Chia, Enzo Cucchi, Francesco Clemente, Mimmo Paladino, Nicola De Maria. Per la prima volta dopo anni di neon e pietre di fiume, balle di fieno e feltri, pezzi di legno e chiodi ritorti, fra gli oggetti dell’estetica contemporanea ricompaiono i colori e i pennelli. Quei cinque pittori, infatti, dipingono. Achille Bonito Oliva li ha scovati, scelti, studiati, e poi li ha etichettati e lanciati sul mercato.

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    “Riconosco che la Transavanguardia costituisce un fenomeno rilevante nel quadro non soltanto della cultura artistica ma della situazione culturale in generale… Una corrente, insomma, che per il solo fatto di essere sola si presenta come egemone o tendente all’egemonia”. È il grande teorico della “morte dell’arte”, Giulio Carlo Argan, massimo storico dell’arte moderna, che consegna ai posteri il successo di Achille Bonito Oliva. A dargli ragione però ci aveva già pensato il mercato internazionale: Chia, Cucchi e Clemente hanno subito trovato l’America negli Stati Uniti. La Transavanguardia è diventata una moda culturale in Germania, in Francia e anche in Giappone… Un quadro di Chia è stato comprato dal Moma di New York per 20 mila dollari… Ma qual è il segreto del critico di successo? Con quali doti e quali estri Achille Bonito Oliva impone le sue idee?

    “Io sono un coglione”: siamo nel 1972. Sui muri di Roma, da via Margutta a Porta Pinciana, viene affisso un manifesto di grandi dimensioni dove compare la foto formato tessera di Achille Bonito Oliva, e, sotto, la dicitura che abbiamo detto. Sulle prime tutti pensano a uno scherzo di cattivo gusto contro Achille Bonito Oliva. Ben presto, invece, si scopre che l’autore di quei manifesti altri non è che lui. Come mai? Si trattò di un gesto insano o di dubbia autopubblicità? Molti risero. Non tutti capirono. Solo pochi si accorsero che fra i nomi degli artisti segnalati dalla Critica proprio per quel 1972 compariva anche Achille Bonito Oliva. Si era segnalato da se stesso, senza alcun pudore. Una provocazione? La voglia di cambiare mestiere? Niente di tutto questo: si trattò iuvece di una vera e propria azione critica.

    La critica? A cosa serve oggi la critica? A priori non si può escludere che Achille Bonito Oliva pensi che la critica serrva soltanto a proporre soluzioni universali a problemi che non esistono. Ma è molto probabile che non condivida questa sua idea. Così ne ride secco e trattenuto. Grande inventore di slogan, dovizioso cultore di paradossi, Achille Bonito Oliva costruisce veri e propri calembours estetici che provocano lo stesso effetto di uno sparo nel bel mezzo di un concerto: “La critica anche quando parla d’arte parla sempre di sé. Ecco perché mi piace quello che scrisse Tristan Tzara, l’inventore di Dada, nel 1918: ‘Parlo sempre di me perché non voglio convincere nessuno'”.

    Per Achille Bonito Oliva il sistema dell’arte è costruito come un racconto di Conrad: a cannocchiale. In principio c’è l’Opera, poi c’è la Critica che giudica separa e scevera, propone e sollecita il Mercato da dove si impongono, rischiando denaro e idee, la nuove mode al Collezionismo sulle cui scelte si forma il gusto corrente del Pubblico che infine trova sanzione e si incontra con i valori della storia nel Museo. Motore e demiurgo, inventore e padrone, despota e signore di tutto il sistema, è il critico-di-successo.

    Achille Bonito Oliva con la collezionista Graziella Lonardi Buontempo alla mostra Vitalià del Negativo del 1970 a Roma.

    Achille Bonito Oliva con la collezionista Graziella Lonardi Buontempo alla mostra Vitalià del Negativo del 1970 a Roma.

    C’è una vecchia fotografia che ci mostra Achille Bonito Oliva alle prese con una ufficialissima inaugurazione: al centro c’è il ministro Misasi con Palma Bucarelli, a sinistra, di tre quarti Graziella Lonardi, una delle sette regine di Roma, come scrisse L’Europeo, e a destra lui, il ciritco da giovanotto, com i folti baffi all’insù, come poteva averli un ufficiale borbonico passato però nelle file garibaldine; i capelli sono un po’ datati anni Cinquanta, stile Yves Montand. Siamo nel 1970 alla inaugurazione della mostra Vitalità del Negativo al Palazzo delle Esposizioni a Roma.

    Fu un grande successo per l’arte moderna, e per il pubblico romano distratto e smagato fu la scoperta che ci si poteva divertire anche con l’arte d’avanguardia. Erano tempi allora in cui l’estetico era dominato dal politico, il ciclostile comandava sul pennello e l’arte non poteva mancare il suo compito storico di scatenare una rivoluzione. Cominciava la grande epoca dell’arte povera, trionfava il concettuale… e Achille Bonito Oliva era già lì sull’incrocio giusto. La sua prima mostra, però, non era proprio quella: qualche mese prima di Vitalità del Negativo evava inaugurato in un castello del Cinquecento a Montepulciano Amore mio, un titolo leggero e fatuo impensabile in tempi così impegnati, piuttosto un sintomo della fine di una stagione incosciente e felice che nell’arte era cominciata in America a cavallo della guerra mondiale. Da allora tutta l’arte occidentale sembrava dominarta da una sorta di evoluzionismo che faceva camminare l’arte sulla linea del progresso di rivoluzione in rivoluzione.

    C’è una testi di Achille Bonito Oliva che vake la pena di riassumere: il darwinismo nell’arte finisce nel 1973, con la guerra del kippur, con la crisi energetica, con la fine della società opulenta. Allora crollò, adesso ce ne accorgiamo, un progetto di civiltà, e l’arte, adesso lo vediamo, ne fu travolta. Anche allora Achille Bonito Oliva non condivideva ciò che pensava, o meglio ciò che avrebbe pensato. Perché il 1973 fu invece per lui l’anno di Contemporanea. Un evento epocale: centomila visitatori paganti scesero nel sottosuolo di Villa Borghese. Il critico-di-successo era già allora un critico-manager: aveva avuto una idea espositiva a dir poco geniale: esporre il meglio delle avanguardie di allora nel garage sotterraneo, no nancora usato dalle vetture, appena costruito.

    Quando chiedeva la parola durante le conferenze che lui stesso organizzava nella libreria Guida a Port’Alba in Napoli, l’incipit di Achille Bonito Oliva era sempre lo stesso: “Parlerò molto a lungo”. E ad ascoltarlo c’era di volta in volta il pubblico che lì era convenuto per ascoltare Roland Barthes o Giulio Carlo Argan, Edoardo Sanguineti o Allen Ginsberg, Pasolini, Calvesi, Brandi (che gli dedicava poesiole del tenore: “Achille fa scintille”). Siamo nel 1964 e il piano di Achille Bonito Oliva è lucido anche se perseguito con metodi a dir poco stravaganti: l’intento è quello di svecchiare Napoli e dare nuovo impulso alla sua cultura. In realtà è lui che vuole andar via… Roma è la meta, “evacuare Napoli” (come dice il titolo della mostra appena aperta di giovani artisti napoletani) il problema.

    Suo padre quando era nato il 4 novembre del 1939 a Caggiano nel Cilento, primo di nove figli, l’aveva chiamato Achille, Prospero, Rosario, Maria, Giovanni, Carlo, e voleva farne un notaio. Achille ubbidiente si laurea in legge a 21 anni alla Cattolica di Milano ma tornato a Napoli si iscrive e studia storia e filosofia. Poi, come in tutte le leggende delle origini, ecco puntuale la ribellione al padre… Achille vive in povertà: per leggere ruba in libreria e per sopportare la fame legge fino all’estenuazione, e poi dorme. Finalmente arriva il Sessantotto. A Roma Achille Bonito Oliva conosce già tutti. Sono in molti a ricordarsi di quel piccoletto, piccolo Nietzsche napoletano che li invitava alla libreria Guida. I salotti di Luisa Spagnoli, di Topazia Alliata e di Graziella Lonardi fecero il resto…

    Nel 1971 Achille Bonito Oliva è commissario italiano alla Biennale di Parigi su indicazione di Palma Bucarelli, direttrice della Galleria Nazionale d’arte moderna…

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    Totò, papà spirituale di Achille

    La vulgata biografica di Achille Bonito Oliva è ormai consolidata in un vastissimo corpus di interviste (è stato ospite persino di Raffaella Carrà, di Pippo Baudo e di Maurizio Costanzo) in cui con parole diverse lui racconta sempre la stessa storia. Le sue battute si rincorrono con piccole variazioni di giornale in giornale (“ero un enfant prodige, adesso sono solo un prodige“; “non sono un critico militante, sono un critico militare“; “il mio nome è un destino: mi chiamo Achille e quindi sono il più veloce, il più veloce Achille“) di articolo in articolo.

    Bonito OLiva con sigaro

    Achille con sigaro

    I suoi paradossi sono fulminanti e le citazioni selvagge (“Come diceva Leon Battista Alberti la bellezza è una difesa”; “Sulla tomba di Duchamp c’è scritto: ‘sonmo sempre gli altri che muoiono'”). Ma il massimo, sono le sue definizioni critiche, i titoli delle sue mostre, luminosi come un verso, astratti come una formula di fisica, definitivi come un aforisma, epocali come una data, complessi come una teoria, ridicoli come un clown… Ecco: Ritratto del critico da saltimbanco potrebbe chiamarsi la sua autobiografia, da mettere insieme nell oscaffale in cui già sono riposti la Vitalità del Negativo e la Transavanguardia, il Passo dello strabismo e L’idelogia del Traditore

    Deriso e irriso, in realtà Achille Bonito Oliva è più spesso amato; mai rispettato. E come un clown lui non ha paura di sporcarsi il volto pur di ottenere l’applauso e il consenso. Sandro Chia che lo conosce molto bene, fin dal 1966 quando si chiamava Alessandro Coticchia e non era famoso, ne ha fatto questo ritratto in prosa: “Tempo di grandi imprese all’insegna dell’ingegno e del coraggio ma anche della segretezza. La mia idea è segreta e tale deve restare, tuttavia a richiesta dico che da artista trovo d’Achille la stravaganza irresistibile”. Complimenti Achille.

    Pasquale Chessa