Gianfranco Ferroni

    “Non sono interessato alla memoria descrittiva, intesa come ricordo, ma a quella legata al tempo sospeso, che improvvisamente io chiamo ‘tempo della memoria’. Io intuisco cos’è, ma non riesco a spiegarlo.

    Gianfranco Ferroni, Autoritratto - Ombra, 1987 ca., cm 30x30.  Courtesy Galleria Ceribelli

    Gianfranco Ferroni, Autoritratto – Ombra, 1987 ca., cm 30×30.
    Courtesy Galleria Ceribelli

    Allora mi permetto di farlo con un esempio: a parte Vermeer e alcuni altri artisti (non moltissimi) che, consciamente o inconsciamente, hanno centrato questo obiettivo, mi piace ricordare un film di Bergman, Il posto delle fragole, in particolare la sequenza finale. La storia è semplice: un vecchio professore al vertice del successo e della vita è ritornato a vedere la casa dove è nato e rivive con la memoria (descritttiva-ricordo) la sua infanzia, la sua giovinezza eccetera… E’ alla fine del film, dicevo, la sequenza che mi interessa: il vecchio è solo, è stanco, è dolente: davanti a lui, un paesaggio bellissimo con un lago in lontananza. Tutti i rumori cessano; il lago, nell’insistenza inquietante dell’immagine, sembra un miraggio; una struggentre malinconia pervade tutto; il silenzio si fa assordante. La bellezza di quel pesaggio estivo, al diapason concettuale, si tramuta in ‘estasi’ di morte; scatta una specie di vertigine che travolge il tempo reale in tempo ‘sospeso’ o ‘tempo della memoria’. Dunque un banale paesaggio (che rischia la bella cartolina), con la magia del linguaggio e la dolorosa poesia dell’autore (consapevole o meno) diviene emblematico di una condizione esistenziale. E anche qui ritorna il concetto di ‘vuoto’ come ‘attesa’”.

    Gianfranco Ferroni, 1994.

    (in home page: Gianfranco Ferroni, Autoritratto, 1981 ca., cm 30×30. Courtesy Galleria Ceribelli)

    Gianfranco Ferroni, L'Ombra, 1987 ca., cm 30x30. Courtesy Galleria Ceribelli

    Gianfranco Ferroni, L’Ombra, 1987 ca., cm 30×30.
    Courtesy Galleria Ceribelli