Eccellenti pittori, un pamphlet in difesa del bello

    La copertina di "Eccellenti pittori" con un dipinto di Ester Grossi.

    di Paolo Bianchi

    Telefono a Camillo Langone, che negli ultimi anni ha dedicato tempo ed energie per scoprire, nella nostra Penisola, gente che sappia ancora dipingere. Gli chiedo come va il suo libro, uscito nell’autunno scorso. S’intitola Eccellenti Pittori (l’editore è Marsilio) e si propone di stilare un catalogo di venticinque ritratti di artisti che con il pennello hanno dimostrato di sapersela cavare.

    “Il libro viene letto in una ristretta cerchia di addetti ai lavori,” mi dice. “Forse fra qualche anno ne farò una nuova edizione, aggiungendo nomi”. L’operazione di Langone si rifà dichiaratamente a quella di Giorgio Vasari, mezzo millennio fa. Mutatis mutandis, ovviamente. Perché i tempi sono cambiati e anche l’arte non è più quella del Rinascimento italiano. “Oggi l’unica salvezza per i pittori italiani è andare a vendere all’estero. Il mercato italiano è morto,” ribadisce Langone. “Se restano in Italia sono condannati a fare la fame. Enrico Robusti, che vive a Parma come me, ieri era a Ginevra e domani va a Londra. Ha lo stesso gallerista di Bacon, per sua fortuna. In questo modo se la cava, altrimenti sarebbe spacciato”. Mi azzardo a chiedergli quali siano le prospettive, e anche su questo mi risponde senza esitazione: “Le principali Fiere dell’arte quest’anno comunicano un’inversione di tendenza. Ma non torneranno mai più gli anni buoni, quelli del Dopoguerra. Gli italiani non meritano i propri pittori”. Come si sarà intuito, e se non si è intuito siamo qui apposta per dirlo, Langone è un acerrimo nemico dell’arte concettuale. Il suo libro è anche questo, un manifesto contrario alle accademie e agli istituti di belle arti, luoghi dove a suo dire si praticano l’iconoclastia, l’ateismo e l’astrattismo, anticamere di un’arte destinata non a portare bellezza nelle nostre vite, ma desolazione, disperazione.

    Camillo Langone ritratto da Enrico Robusti

    Camillo Langone ritratto da Enrico Robusti

    No all’arte concettuale dunque, no a quello che finisce per assomigliare “a un mucchio di spazzatura buttato sul pavimento”, come ebbe a dire l’attore cinematografico e collezionista d’arte, lo statunitense Steve Martin.  Esclusi dall’opera architetti e scultori, perché “l’architettura si è allontanata moltissimo dall’arte figurativa e la scultura si è quasi estinta”. Gli sono rimasti appunto i pittori. E per quanto riguarda l’arte concettuale, le performance, la videoarte, le installazioni, tutto quello che per lui va sotto il nome di “diarrea post-duchampiana”, proprio non se ne parla, dolendosi il nostro che il famigerato orinatoio di Duchamp non sia neppure collegato allo scarico, ché almeno sarebbe utile a qualcosa. “Quelle dei critici d’arte, oggi,” mi spiega con foga, “sono operazioni commerciali. I critici sono dei consulenti finanziari, io no. Io mi occupo di arte indipendentemente dal suo sbocco commerciale. Loro sono come critici letterari che vogliano discutere solo di libri che vendono tanto”. In effetti i criteri langoniani, molto chiaramente definiti nell’introduzione del suo libro, sono altri rispetto alla collocazione commerciale delle opere. Si rifanno alle concezioni degli antropologi Marc Augé e René Girard, o a quelle del saggista inglese Roger Scruton, bandiera dei conservatori, per il quale una vera opera d’arte è “ciò che riesce a rendere bello il brutto”. I criteri dell’eccellenza partono dal presupposto che ci sia un’arte brutta, la maggioranza, che come la moneta cattiva tende a scacciare quella buona, a sua volta tende a imporsi con la forza della prepotente quantità. Eccellenza tecnica, dunque, ma non solo. Al tempo della riproduzione meccanica non servono gli eccellenti copisti. Ci vogliono anche delle idee, e soprattutto la capacita di “dare speranza”. Vige poi, nel contesto langoniano, il criterio di Eugène Delacroix: “La prima virtù di un dipinto è essere una festa per gli occhi”.

    Marco Petrus, Torre, cm 40x30.

    Marco Petrus, Torre, cm 40×30.

    Ecco allora sbucare i nomi di Marco Petrus e di Ernesto Tatafiore, maestri della composizione che colpisce gli occhi e il cuore. Un altro criterio da non sottovalutare è che “quello che rimane nei secoli dei secoli sono le opere”, vale a dire che tutto ciò che è contesto (studi, curriculum, premi vinti) di un artista è destinato all’estinzione. Solo l’opera rimane. Scrive il nostro: “Fra cent’anni i fiori di Mazzoni saranno come appena colti e disegnati e il grande ciclo francescano di Di Stasio continuerà a ricordare il martirio dei sette frati in Marocco. Fra mille anni? Se ancora esisterà il mondo, ancora esisteranno gli encausti di Ottieri”. Marco Mazzoni, Stefano Di Stasio, Tommaso Ottieri. Abbiamo fatto altri tre nomi. E per quanto riguarda il criterio dello stile, cioè dell’immediata riconoscibilità dell’opera (criterio di Oscar Wilde: “Non v’è Arte là dove non v’è stile) ne facciamo altri due: Giovanni Gasparro e Emila Sirakova. Chi voglia saperne di più, o tenersi aggiornato su quest’opera di catalogazione, c’è il sito www.eccellentipittori.it che propone un dipinto al giorno. Nella marea montante dei sedicenti artisti, veri imbrattatele, anche questo è un punto di riferimento importante. Teniamolo presente.

    Vorrei sperare che Camillo Langone, nel suo inguaribile pessimismo, si sia almeno un po’ sbagliato, ma devo registrare queste sue parole: “la presunta ripresina registrata ad Artefiera pare riguardi soprattutto gli artisti degli Anni Sessanta-Settanta e quindi artisti morti o moribondi. L’Italia è davvero il paese dei morti e gli italiani si sono adagiati nel vizio della necrofilia artistica. Il mio libro si oppone a questa decadenza fisica e mentale e mostra quello che nessuno sa vedere: una fioritura pittorica senza precedenti negli ultimi cinquant’anni. Perché documenta non la pittura contemporanea, che spesso è appunto pittura semimorta, ma la pittura vivente: i quadri che si dipingono, ora, questo mese, oggi”.