Hiroyuki Takahashi e la cultura “shōjo”

    di  Christian Gangitano.

    Si chiama “cultura shojo”. È il pop al femminile, uno stile e un linguaggio diffuso come “mood shōjo”, che abbraccia indistintamente la scrittura di Banana Yoshimoto e Haruki Murakami così come l’arte contemporanea giapponese.

    L’immaginario shōjo va anche oltre: è una vera e propria tendenza estetica, che rispecchia i nuovi scenari di femminilità e femminismo pop emergenti nella società contemporanea giapponese, dove la maggior parte degli uomini sono effeminati (il che non significa omosessuali), e domina ovunque una nuova sensibilità di segno femminile che sta dilagando nel mondo dei giovanissimi.

    Il termine giapponese shōjo, 少女 significa letteralmente “ragazza”.

    Con questo termine ci si riferisce ad anime e manga e più ampliamente a una vera e propria “industria culturale” con prodotti che vanno dal romanzo al videoclip, dal fumetto alle anime fino ai gadget destinati a un pubblico femminile che va dagli ultimi anni dell’infanzia fino alla fine dell’adolescenza per ritornare durante la maturità. E arriva a lambire, naturalmente, anche l’arte contemporanea.

    In Italia e in Europa c’è confusione sul termine: si crede infatti erroneamente che uno shōjo sia un genere di manga o anime che tratti tematiche sentimentali, “romantiche”, per le ragazze.

    Uno shōjo non è tale per i suoi contenuti (che possono essere di qualsiasi genere e ambientazione), ma per il pubblico a cui è indirizzato, per il tipo di consumatore, cioè un consumo femminile e giovanile. I più noti successi shōjo vengono comunque fruiti trasversalmente anche da persone mature e maggiorenni, e anche da ragazzi.

    Da queste tematiche apparentemente leggere si è oggi sviluppata, in Giappone, una nuova generazione “critica” che potremmo definire  “senza pudore” e senza tabù, “hentai” e anche “neo-femminista”. Questa nuova tendenza ha cominciato, negli ultimi anni, a dilagare in arte anche al di fuori del Giappone, con artiste denominate Micropop oppure “bad japanese girls”, portatrici di una tendenza intimista e pop nella letteratura, nei fumetti e nell’arte contemporanea, tra consumismo e problemi esistenziali, iniziata con la generazione delle ragazze nate tra i primi anni ’70 e i primi anni ’80, come Chiho Aoshima, Kunikata Mahomi, Aya Takano, Tomoko Sawada, Yanagi Miwa e molte altre.


    Un nuovissimo esponente di questa tendenza è senz’altro Hiroyuki Takahashi. Maschio, di età indefinita (non dice mai la sua età, e nemmeno dove è nato), e come nella migliore tradizione shojo si veste spesso con abiti trendy pop femminili. Quello a cui si rifà non è per forza un trend di derivazione gay o da travestitismo classico, ma un genere fashion-punk, diffuso anche in Europa prettamente tra fashion people, band musicali e artisti fuori dagli schemi, che si vestono in modo effemminato-trendy: per intenderci, come Boy George o Robert Smith dei Cure ai tempi d’oro.
    Hiroyuki Takahashi è innanzitutto un artista molto prolifico e “di tendenza”. Sta diventando “cult” non solo a Tokyo ma anche a Parigi e nei social network di appassionati di tutto il mondo, soprattutto giovani.
    Per le sue opere insolite, dallo stile estremamente originale e dai dettagli stravaganti, ma anche per i suoi comportamenti e atteggiamenti bizzarri ha attirato l’attenzione di diverse riviste pop giapponesi e della televisione, e ha anche lavorato per due anni per il programma di arte e la moda di Asahi TV Music in Francia. Inoltre ha partecipato a “Première Vision”, la più importante fiera della moda di Parigi, ha collaborato con brand e prodotti, organizzato un workshop presso l’Apple Store di Ginza (Tokyo) su moda creativa e cyber fashion e a molti altri eventi a metà strada tra moda, arte e comunicazione.

    Hiroyuki Takahashi ha sviluppato il suo linguaggio e i suoi soggetti ispirandosi alla quotidianità di molti giovani che praticano comportamenti tipici delle subculture urbane giapponesi, e che si riconoscono in termini quali otaku (che indica l’amore quasi ossessivo per i manga e le anime), hikikomori (che caratterizza i giovani che si autoisolano in un proprio mondo chiuso e solitario), cosplay (che indica la pratica di travestirsi a somiglianza dei proprio personaggi preferiti). Il suo stile e i suoi disegni sono influenzati dall’analisi delle tecnologie, del consumo di massa e dei social media che hanno cambiato la vita e l’identità di molte persone in Oriente come in Occidente.

    Le sue opere rappresentano sempre e solo ragazze giovanissime, dai classici occhioni spalancati tipici dei manga, disegnate con uno stile solo apparentemente semplice, dal taglio fumettistico e dai colori vivaci, ritratti in pose dinamiche e contorte, con un mix di elementi tecnologici e digitali che si integrano perfettamente al corpo, quasi ne fossero delle propaggini elettro-tecnologiche (ma spesso anche con strane protuberanze dalla forma animale), e le ragazze stesse fossero delle specie di robot.

    Nascono così le sue eroine cyberpunk, chimere nate tra tradizione antica giapponese, animismo shintoysta e identità mutanti, annullate dai mass media dominanti, sempre coloratissime e guarnite da pupazzetti, tipici prodotti del finto benessere contemporaneo, perfetto contraltare degli sciami di ragazze che si aggirano nel centro di Tokyo, a Shibuya e Akihabara, e si distinguono per gli autoscatti #selfie postati su instagram o fatti nelle famose macchinette per le foto “Purikura”, con sfondi digitali personalizzati.

    キャサリンDietro a loro non c’è sfondo, né paesaggio, né ambientazione di alcun tipo: queste ragazze sono ritratte in un vuoto limbo digitale-tecnologico, quasi a rappresentare lo spaesamento delle loro identità e delle loro psicologie, come fossero affette da una crisi identitaria  profonda e complessa, in una società ancora dominata da stereotipi di genere profondamente maschili.

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