Visite agli studi di artisti di un secolo passato

    di Arnaldo Romani Brizzi

    Mi ricordo che, a scuola, sempre a scuola, nella sezione dove Gianfranco Notargiacomo insegnava filosofia, conobbi e divenni amico di Gloria Martino. Gloria era più grande di me di un anno; nella mia classe venne suo fratello Walter, che brillò molto in assenze, un vero disastro scolastico. Gloria e Walter erano i figli di Bruno Martino, il mitico cantante anni sessanta di canzoni come Estate (famosa anche come Odio l’estate), di E la chiamano estate e Baciami per domani. Walter, a sua volta, era già e sin da allora un appassionato e valente batterista (insieme a Claudio Simonetti e Massimo Morante fece parte dei Goblin, ai tempi della celeberrima colonna sonora di Profondo rosso, il film di Dario Argento). Gloria mi presentò una strana signora, dalla faccia molto Modigliani, madre di due suoi amici: Silvana Giorgi di cui divenni molto amico.

    Villa Strohl Fern

    Villa Strohl Fern

    Parlo del 1971 e del 1972. Silvana era nata Sabatini, ed era figlia di un valente ingegnere, Armando Sabatini, che si era distinto per la parte tecnica di molti edifici pubblici di grande respiro, come il Palazzo della FAO a Roma (progettato da Mario Ridolfi e Vittorio Cafiero e destinato, inizialmente e secondo le intenzioni di Mussolini, a essere la sede del Ministero delle Colonie). In casa sua vi erano alcuni dipinti e delle sculture di notevole bellezza: due dipinti di Ercole Drei; un ritratto di lei ragazza sempre di Drei; un bassorilievo e una scultura di giovinetto di Vico (Lodovico) Consorti.

    Ercole Drei, ragazzo seduto.

    Ercole Drei, ragazzo seduto.

    Ercole Dre, Ritratto della moglie

    Ercole Dre, Ritratto della moglie

    Vedendo il mio interesse per quelle opere Silvana mi propose di fare una visita agli studi dei due artisti. Ercole Drei aveva il suo studio in uno dei padiglioni di Villa Strohl Fern. Nome probabilmente sconosciuto ai più, Drei, faentino, era uno scultore e un pittore di notevole espressione: autore, fra le tante opere, della Quadriga in bronzo e alluminio per il Palazzo di Giustizia di Messina, del gruppo L’Insurrezione per il Monumento a Vittorio Emanuele II a Roma, dell’Ercole allo Stadio dei Marmi, della Stele al Parco del Turismo all’Eur, e di alcuni bassorilievi per il Ponte Duca d’Aosta, sempre a Roma. Accademico di San Luca e maestro di Quinto Ghermandi e Luciano Minguzzi. Insomma un bel ruolino di marcia ben dimenticato come si conviene alla maggior parte dei protagonisti dell’arte italiana di quel periodo. Non so chi mi immaginassi di conoscere, che aspetto potesse avere: avevo ancora l’idea che gli scultori dovessero tutti somigliare al Charlton Heston-Michelangelo Buonarroti de Il tormento e l’estasi, film di Carol Reed del 1965.

    In quel luogo magico che è Villa Strohl Fern, di vialetto in vialetto, giungemmo allo studio di Drei che ci aprì la porta. Conobbi così un anziano uomo in giacca da camera di lana cotta, con delle pantofole imbottite dall’aspetto deformato. Aggiunse subito legna alla stufa che, unica e sola, riscaldava con sforzo lo studio molto vasto. Era solo e sembrava contento, burberamente contento, di incontrare “la figlia dell’ingegnere” che da giovinetta aveva posato per lui. Cominciò a parlare amabilmente dei suoi anni di insegnamento all’Accademia di Belle Arti di Bologna, di quanto avesse amato insegnare, ma anche di quanto fosse contento, ora, di potersi dedicare alla pittura, essendogli diventata la scultura molto, troppo faticosa. Raccontò dei rapporti con i suoi vicini di studio lì all’interno della Villa: alcuni erano morti già da anni, come Francesco Trombadori (nel 1961), di cui parlava molto bene; altri c’erano ancora, come Carlo Levi e Amedeo Bocchi. Mi sembrò, in questo mettendo in atto la classica ingenerosità dei ragazzi, una sorta di reperto archeologico, un disco un po’ incantato. Ma il suo studio mi piacque in maniera assoluta e ne continuai a parlare per anni con Silvana Sabatini e non solo. Drei morì nel 1973, e con Silvana andammo anche al suo funerale.

    Vico Consorti, Leda e il cigno (1929).

    Vico Consorti, Leda e il cigno (1929).

    Sempre verso la fine del 1971, al più nel 1972, andammo a trovare Vico (Lodovico) Consorti. Il suo studio, magnifico e potentemente grande, era in via di Villa Giulia, la stradina romanticissima che al suo inizio ha la celebre fontana «narrata» musicalmente da Respighi nel suo poema Fontane di Roma. Luoghi magici capaci per il solo nome di rendere in evocazione la loro realtà (e la citazione della Fontana di Papa Giulio III non la faccio a caso, essendo Consorti autore di fontane, come la fontana dell’Istrice e la Fontanina della Contrada del Drago, entrambe a Siena). Ci venne ad aprire, stavolta, una donna: la moglie di Consorti, tutta sospettosa nei confronti di Silvana (come se pensasse a chissà quale «altro» interesse nei confronti di suo marito da parte della mia amica!). Poi, quando vide che era accompagnata da me si calmò e ci condusse allo studio, premiato da uno smisurato finestrone, dove su una sedia neorinascimentale sedeva Consorti, come un principe in attesa. Era più lucido di Drei, più giovane (nato nel 1902, mentre Drei era del 1886): lo giudicai presuntuoso, pieno di sé, soddisfattissimo di citare i bassorilievi del Ponte Duca d’Aosta e, in particolare, la Porta Santa della Basilica di San Pietro. Si dava molto tono e mi sembrò anche un nostalgico del Ventennio (figurarsi, in quegli anni, per me, lì poi, a un passo da Valle Giulia!). Anche quella visita, però, mi si stabilì nella memoria.

    Ero stato già svezzato da mostre «vivaci», come ho già raccontato: Elio Marchegiani e il suo Progetto Mercury (1967); Il teatro delle Mostre da Plinio De Martiis (1968); la mostra dei cavalli di Kounellis (1969); Le nostre divergenze di Notargiacomo (1971). Mi domandavo come potessi anche apprezzare quelle atmosfere da studio di arte antica.

    Ercole Drei , Nudo sdraiato (1930).

    Ercole Drei , Nudo sdraiato (1930).

    La risposta me la diede Silvana Sabatini che mi disse di considerare ogni artista per se stesso, la propria storia, il contesto in cui viene a trovarsi e ad agire. Compresi così che in uno stesso periodo possono vivere contemporaneamente arte di sperimentazione, e arte di conferma (invece) dei linguaggi sin lì svolti. Quegli uomini del «secolo passato» c’erano ancora (Consorti morì nel 1979), erano attivi nello stesso periodo di quell’arte come azione politica che si era andata sviluppando dal 1968 in avanti. Non dimentichiamolo mai, come io non l’ho mai dimenticato: al Caffè Greco incontravi de Chirico e Guttuso; per via Margutta passava Giulio Turcato; a piazza del Popolo ti imbattevi in Schifano, Angeli, Festa, Fioroni; in via Beccaria c’erano Kounellis, De Dominicis, Merz; a Villa Strohl Fern vivevano Drei, Bocchi, Levi; e Consorti se ne stava nel suo magnifico studio in via di Villa Giulia. E ce n’erano altri, molti altri, un gran numero. Tutti contemporanei, in quegli anni lì.

    Poi conobbi Gianni Michelagnoli (storico e fantastico, giovane all’epoca, mercante d’arte) e con lui visitai gli studi di Mario Schifano e di Alighiero Boetti. Questa storia, però, me la riservo per la prossima puntata.