Quando De Chirico disegnava al Caffè Greco per pagarsi il caffè

     di Arnaldo Romani Brizzi

     Mi ricordo altre storie. Chi ha avuto modo di leggere le storie precedenti, avrà potuto rilevare una quasi istintiva propensione di chi scrive a un andamento aneddotico. Si potrebbe anche osservare che, in alcuni casi, l’aneddoto è imparentato con il pettegolezzo. Certo si tratta di dare colore a vite che del colore hanno scelto tutte le cadenze possibili, vite di persone che, alla pari della Tosca pucciniana, hanno vissuto d’arte. Quindi anche d’amore.

     Marco Cingolani, Il ritrovamento del corpo di Aldo Moro, 1989.jpg


    Marco Cingolani, Il ritrovamento del corpo di Aldo Moro, 1989.jpg

    Il 1978, di cui un po’ stavolta voglio parlare, fu un anno fatidico, come ho avuto modo già altre volte di sottolineare. Accadono, qui da noi in Italia in special modo, alcuni eventi che sono subito nella storia. Un anno strano e particolare: il 16 marzo il presidente della Democrazia Cristiana, Aldo Moro, viene rapito a Roma dalle Brigate Rosse (verrà fatto ritrovare assassinato nel maggio dello stesso anno); il 15 giugno il Presidente della Repubblica italiana, Giovanni Leone, si dimette a seguito di feroci polemiche per presunte attività speculative; in luglio (il giorno 8) Sandro Pertini viene eletto settimo presidente della nostra Repubblica; il 6 agosto muore il pontefice Paolo VI; il 26 dello stesso mese viene elevato al soglio papa Giovanni Paolo I, che muore il 28 settembre, a soli trentatre giorni dalla sua elezione; il 16 ottobre la fumata bianca porta al balcone centrale della Basilica di San Pietro Giovanni Paolo II, il primo pontefice non italiano dopo 455 anni, il primo polacco in assoluto. Fu dunque, il 1978, un anno con tre pontefici. Questa la storia spicciola, detta quasi in un Bignami. A questi episodi, però, e per la nostra curiosità tutta rivolta all’arte, se ne aggiunge un altro di non indifferente rilievo: il 20 novembre 1978 muore a Roma Giorgio de Chirico.

    Giorgio de Chiricoi, Doppio autoritratto in cornice, 1955, olio su tela, cm 50x40.

    Giorgio de Chiricoi, Doppio autoritratto in cornice, 1955, olio su tela, cm 50×40.

    Il Pictor Optimus era, nella mia famiglia, una sorta di mito assoluto. Come raccontato lo avevo visto andare da casa sua, in piazza di Spagna, al Caffè Greco. E più volte lo avevo visto seduto nello storico Caffè. Ma con lui non ho avuto la fortuna di rapporti più ravvicinati. Anche se avevo ottenuto la possibilità di farmi un po’ le ossa, per poco meno di due mesi, in quello che era ancora un semplice Archivio e non una Fondazione, come poi diventò, dedicato all’opera del grande maestro. L’Archivio aveva sede presso la galleria La Medusa, in via del Babuino, la galleria di Claudio Bruni Sakraischik, uno dei grandi galleristi della storia italiana del secondo dopoguerra. Bruni, appassionato assoluto dell’opera di Giorgio de Chirico, si era dedicato con grandi esiti al mercato dell’artista nato a Volos, comprendendo, dopo qualche tempo, che si rendeva necessaria una seria catalogazione delle opere del maestro, di cui proliferavano numerosi falsi. Fu lui l’artefice dell’imprescindibile catalogo ragionato. Con de Chirico, Claudio Bruni Sakraischik era riuscito a crearsi una notevole ricchezza, che gli aveva consentito, successivamente, di poter acquistare autentici capolavori anche di giganti come Picasso, Magritte, Matisse, sino a importanti pittori iperrealisti, a Francis Bacon e a David Hockney. Alla sua morte il patrimonio era sterminato, sia in proprietà immobiliari (case e palazzi a Roma, Londra, New York, Los Angeles, Rio de Janeiro, Hammamet), sia in importanti capolavori d’arte (si vociferò, inoltre, persino di alcuni pozzi di petrolio in Texas). Era un uomo di grande eleganza, molto raffinato, di gusti ineccepibili (molti romani ricordano ancora la sua bellissima casa in via Margutta, arredata dall’architetto di interni allora più affermato, Tony Facella Sensi, con una fantastica collezione di dipinti, non solo del Novecento, ma anche di quei pittori definiti Pompier e di Alma-Tadema). Fu per molti anni, inoltre, presidente dell’Associazione Nazionale Gallerie d’Arte Moderna (ANGAM, poi divenuta ANGAMC).

    Firenze, 1932-1933. De Chirico con la sua seconda moglie Isabella Far.

    Firenze, 1932-1933. De Chirico con la sua seconda moglie Isabella Far.

    Fui presentato a lui, nel mese di aprile del 1978, da un libero mercante d’arte (dal buffo cognome di Tacchino), da cui un mio zio collezionista acquistava molte opere d’arte e, compatibilmente con la mia vita già molto «trafficata», nei mesi di aprile e maggio, fui «scrivano», trascrittore delle schede sulle opere autenticate e su quelle dichiarate non autentiche. Quello che oggi sarebbe definito uno stage, e che allora veniva chiamato apprendistato. Pur in quella sede, non incontrai mai de Chirico. Non ho però mai dimenticato due episodi. Il primo riguardò un dipinto meraviglioso che raffigurava una tra le più belle piazze d’Italia che avessi mai avuto occasione di vedere. Quando lo vidi esclamai, davanti a Bruni: «Che meraviglioso capolavoro!». Lui mi guardò sorridendo, sentenziando: «È un falso». Compresi in tal modo che alcuni falsari potevano essere persino più bravi dell’autore falsificato. Il secondo episodio riguarda un racconto che Bruni faceva spesso, riferito alla visione «pratica» della celebre consorte di de Chirico, Isabella Pakszwer Far. Il racconto è il seguente: durante un lungo soggiorno veneziano, i coniugi de Chirico risiedevano all’Hotel Danieli. Mentre seduto alla finestra della suite de Chirico dipingeva le sue visioni veneziane, Isabella Far elegantemente seduta in uno dei numerosi saloni dell’albergo trattava con vari mercanti e acquirenti. Dopo le trattative, e dopo anche avere incassato acconti o saldi, risaliva in suite e, avvicinandosi al marito diceva (rigorosamente in francese): «Georges, il faut faire une gouache (Georges, c’è da realizzare una gouache)»; e l’ottimo pittore, senza staccare l’attenzione dal suo pennello e dalla sua tela, domandava: «Le sujet? (Il soggetto?)». E Madame Far rispondeva, inesorabile: «Le même! (Lo stesso!)».

    Alla fine del suo racconto, Bruni rideva sempre di gran gusto. A mia volta trovavo la storiella molto godibile. Anche qui appresi una lezione: quanto l’arte, anche sublime, sia quasi sempre inseparabile dal piacere della monetizzazione. Monetizzazione di cui, però, de Chirico, in finale di esistenza non godette granché: Isabella Far, spaventata dalla distrazione dell’illustre marito, gli lesinava i soldi per i necessari «sfizi» giornalieri; gliene dava contati, giusto per una scarna consumazione al Caffè Greco. Tanto che, spesso (e in questo del tutto similarmente a Giulio Turcato), realizzava veloci disegni su fogli di carta qualsiasi che poi rifilava a camerieri e ad altri potenziali interessati, in cambio di una banconota che gli dava la possibilità di avere un po’ più di argent de poche. Insomma, quel tanto per un’altra ordinazione al Caffè.

    Ancora nel 1978, ma nel mese di maggio, si tenne la prima mostra personale di Franco Piruca, presso la Galleria La Tartaruga di Plinio De Martiis (nella sede di via Pompeo Magno, però): come per un anticipato passaggio del testimone, si ritornava alla pittura sempre proclamata dal Pictor Classicus. Penso da allora che questo avvenimento abbia facilitato la definitiva passeggiata d’addio di Monsieur Dudron, Giorgio de Chirico.