Max Papeschi: Le inaugurazioni, quei meravigliosi valzer del nulla

    Ironico, spiazzante, irriverente, provocatorio, iconoclasta. È Max Papeschi, digital artista di facile richiamo mediatico nonché di notevole e rapido successo commerciale, divertito e scanzonato cavalcatore della nuova ondata di provocazione pop e di rimescolamento di carte tra immaginario storico-politico, pubblicitario, artistico e mediale, anticonformista quel tanto che basta a far divertire media e pubblico colpendo appena sotto la cintura i perbenismi e i vizi della società dello spettacolo integrato, oggi in rapida ascesa e sempre pronto a fornire ciò che il sistema, e il mercato, al momento richiedono: un mix sapiente e divertito di provocazione, sberleffo, ironia ma anche di piacevolezza estetica e formale.

    Ora, mentre una mostra a San Francisco celebra le sue stranianti ed esilaranti parodie digitali (“Iconoclasm”, alla McLoughlin Gallery fino al 31 maggio 2014, http://www.mgart.com), in Italia esce una sua bizzarra e graffiante autobiografia, che racconta il passaggio da personaggio del mondo dello spettacolo ad artista.

    Riportiamo qua sotto uno spassoso brano, che prende di mira uno dei più antichi e radicati riti del mondo dell’arte: quello delle inaugurazioni.

    “…Sì, lo confesso, ci andavo e ci vado tuttora, a questi meravigliosi valzer del nulla in cui incontri centinaia di persone senza intavolare mai una conversazione non dico memorabile, ma quantomeno interessante.

    Perché ci si va? Per divertirsi? No di certo. Per vedere i lavori esposti? Tantomeno. Non sto scherzando. Guardate le foto dei vernissage: nove invitati su dieci danno le spalle alle opere e parlano tra di loro. L’unica costante è il bicchiere in mano, di plastica o di vetro a seconda del livello dell’evento. Il che lascerebbe pensare che l’aperitivo gratis possa giustificare tanta apatica partecipazione, però è anche vero che, di solito, non ne vale la pena: il vino è scadente, le bollicine poco nobili e il contorno di cibo quasi sempre mediocre e insufficiente.

    Però sei lì, qualsiasi motivo ti ci abbia portato, sei lì e ti stai annoiando a morte, così cerchi rifugio nell’allegria del vino e nella vacuità delle conversazioni. Questa è una delle ragioni per cui artisti, curatori e galleristi sono quasi tutti forti bevitori, se non alcolizzati. Provate a stare voi in un luogo noioso, con un open bar a disposizione.

    Ma se questi eventi non suscitano alcun interesse, perché sono sempre sovraffollati?

    Molti rispondono che ci si va per fare pubbliche relazioni, ma in realtà non è vero: non c’è tempo per parlare seriamente con gli altri, al massimo si torna a casa con qualche biglietto da visita. Però ci si va lo stesso, ci si lamenta dell’inutilità della serata e ci si ritorna la volta dopo. È un po’ come andare a messa per un indeciso: non è sicuro che abbia senso, però tutti ci vanno. E se poi Dio dovesse esistere davvero, che figura ci farebbe il nostro indeciso a non andare mai ai suoi eventi? E poi lui è solo indeciso, non vuole passare per ateo, quindi, alla fine, ogni domenica prende e va a messa.

    Ecco, io da bravo indeciso prendo e vado a questi eventi. Insieme a decine di indecisi che, come me, non ne saltano uno. Con il risultato che ci si ritrova in compagnia di centinaia di persone che si conoscono poco e male.

    Questa, nel mio caso, è un’ulteriore complicazione: non sono per niente fisionomista e ho poca memoria anche per i nomi, quindi, dopo anni di figure di merda, ho elaborato un codice di condotta. La mia regola è questa: presumo di conoscere tutti, sempre. Tocca a loro dimostrare di non conoscermi, presentandosi. Dico a tutti: «Ciao!» con entusiasmo e stringo la mano; se loro mi dicono il nome, io dico il mio, il che rende l’incontro tecnicamente una presentazione, altrimenti do per scontato che siamo vecchi amici e proseguo la conversazione stando attento a non rivelare il bluff.

    È evidente che dietro questa strategia c’è stata una lunga, accurata riflessione: nessuno si offende se lo saluti come se già lo conoscessi, al limite si sentirà lui in colpa per non essersi ricordato di te. Presentarsi quattro volte nel giro di pochi mesi alla stessa persona invece non è una di quelle cose che ti rendono particolarmente simpatico.

    La frase di circostanza è sempre: «Come va?»

    La risposta è sempre: «Benissimo e tu?»

    Nel mondo dell’arte, come in quello dello spettacolo, va sempre tutto «benissimo», magari non stai lavorando da mesi, magari stai per essere sfrattato perché hai finito i soldi per pagare l’affitto, magari tua moglie non è lì con te perché approfitta di ogni vernissage per vedere l’amante, ma se ti chiedono come va, la risposta è sempre una e una sola: «Benissimo e tu?». Perché? Perché i falliti non piacciono a nessuno e neanche la sfortuna. Sei lì per piacere agli altri, non per raccontare i cazzi tuoi. Per quello c’è l’analista o, se non puoi permettertelo, devi accontentarti dei tuoi amici. Senza esagerare però: se non paghi almeno da bere, la loro soglia di tolleranza è relativa.

    Quelli che incontri a queste serate, quelli con cui ti fermi a far finta di parlare non sono né analisti in vena di beneficenza, né tantomeno tuoi amici. Possono essere tuoi alleati o tuoi concorrenti. Quindi, in entrambi i casi, quando sei lì e ti chiedono come va, la risposta giusta continua a essere: «Benissimo e tu?»

    Se la conversazione va oltre i convenevoli, cosa che di solito non accade, la domanda successiva è quasi sempre: «Su cosa stai lavorando?»

    Pure questa è facile come domanda. Anche se non stai combinando nulla da anni, la risposta più o meno è sempre: «Sto lavorando su un nuovo progetto molto importante, ma per scaramanzia preferisco non parlarne».

    Il termine «progetto» può essere sostituito con «film», «lavoro teatrale», «puntata pilota», «libro» o «album» a seconda del tuo campo. Mi chiedo cosa dicono i deejay, anzi forse non lo voglio sapere.

    Altre frasi ricorrenti sono:«Io e te dobbiamo vederci.»

    «Sentiamoci prestissimo.»

    «Hai ancora il mio numero?»

    «Ti chiamo la settimana prossima.»

    «Vai già via?»

    Quest’ultima va detta con un certo rincrescimento, anche se non te lo sei inculato per tutta la sera.

    Insomma, essere in grado di intavolare dissertazioni filosofiche sul senso dell’esistenza serve in altri momenti, qui con una decina di frasi fatte ti porti a casa la serata.

    Del resto, a un evento di questo genere si staziona in media due ore, alle quali vanno sottratte due pisciate e la coda per prendere da bere, quindi se devi parlare con un centinaio di persone ti rimane meno di un minuto e mezzo per ciascuno. Esattamente il tempo necessario per sfoggiare tutto il tuo repertorio.

    «Come va?»

    «Benissimo e tu?»

    «Anche io alla grande.»

    «Su cosa stai lavorando?»

    «Sono dietro a un progetto davvero interessante, appena si concretizza se riesco ti tiro dentro.»

    «Grande! Sentiamoci prestissimo.»

    «Ti chiamo io tra un paio di settimane.»

    «Ma vai già via?»

    «Eh sì.»

    «Oh… peccato.»

    Pacca sulla spalla e altro giro di valzer. Poi c’è un’altra domanda abbastanza ricorrente: «Ti piace la mostra?»

    Ecco, in questo caso sono cazzi, perché la stragrande maggioranza degli eventi espositivi ai quali ti capita di assistere sono, nella migliore delle ipotesi, insignificanti.

    Ovviamente l’onestà intellettuale nel mondo dell’arte contemporanea non è richiesta, però se ti trovi a una mostra orrenda può essere imbarazzante doverne

    parlare bene. Quindi, anche in questo caso, occorre una via di uscita, che potrebbe essere: «Mmm, ci devo ragionare su… Ci sono delle cose che…»

    E lasci la frase incompiuta, fai una pausa, guardi il tuo interlocutore negli occhi e poi, tutto d’un fiato: «E tu cosa ne pensi?»

    A quel punto sono cazzi suoi.

    Se sono esposte opere mediocri te la puoi cavare anche con un: «Interessante, è come se…». Anche lì, puoi lasciare la frase a metà, le parole non dette fanno sembrare più profondi.

    Se poi ti capitasse, per una volta, di vedere dei lavori davvero interessanti, be’, ti conviene dare fondo al tuo entusiasmo, perché non ti capiterà un’altra occasione simile prima di molti altri vernissage.

    Altra cosa utile è cercare di conquistare il centro della sala, come a squash o a scacchi. Mai stare su uno dei lati, meglio stazionare in un punto di passaggio, tipo dalle parti del buffet, dove tutti nell’arco della serata passano dalle tre alle dieci volte.

    Ultima regola: non ti domandare mai perché sei lì. È come il senso della vita: non esiste una risposta, di sicuro c’è solo che, a un certo punto, saremo noi ad andare già via, rendendo triste qualche sconosciuto”.

    Brano tratto da: Max Papeschi, “Vendere svastiche e vivere felici – Ovvero: come ottenere un rapido e immeritato successo nel mondo dell’arte contemporanea”, Sperling & Kupfer, pagg. 200 + 32 pag. di inserto fotografico a colori, euro 16,90.