L’ultima profezia di Alberto Abate

    di Arnaldo Romani Brizzi

    Mi ricordo il primo incontro diretto e personale che ebbi con Alberto Abate. Fu nel 1985, nella galleria Il Ponte, all’epoca di proprietà di Margherita Failoni e Dany Berger, diretta dalla prima con piglio volitivo e sorriso accattivante nella sede di via di Sant’Ignazio, nei pressi del Collegio Romano. Si stava per allestire la mostra Alberto Abate, Carlo Bertocci – Olii e disegni, per la cura critica di Italo Mussa: un duetto tra due dei protagonisti della Pittura Colta, nominazione formulata dallo stesso Mussa all’esordio degli anni Ottanta; linea artistica intorno alla quale girava al tempo un notevole grado di attenzione e curiosità.

    Arnaldo Romani Brizzi, Franco Piruca e Alberto Abate negli anni Ottanta.

    Arnaldo Romani Brizzi, Franco Piruca e Alberto Abate a fine anni Ottanta.

     

    Entrando nella galleria in allestimento, vidi Alberto Abate che, in piedi e in maniche di camicia, ma con portamento eretto ed elegante, intelaiava le proprie tele, con il modesto aiuto di un ragazzo di galleria. Ci mettemmo a parlare e stringemmo subito un rapporto di simpatia che poi, negli anni a venire, si trasformò in quella “fiera” amicizia che ci legò sino alla sua scomparsa. Sin da subito, rispondendo alla mia domanda in merito a quella disponibilità “artigianale” nell’intelaiatura delle sue opere, Alberto mi parlò di come in Arte sia necessario l’Arto, la mano, quale strumento supremo per compiere la necessaria azione alchemica capace di rendere in oro il piombo. “Dall’Arto all’Arte”, mi disse sorridendo, aggiungendo che, per far ciò, l’Arto doveva accettare di confrontarsi con tutte le azioni e necessità, anche le più umili e di servizio. Compresi d’acchito che in quel giovane uomo, nel suo pensiero, si agitava una gran bella ed encomiabile aspirazione alla saggezza.

    Lo avevo già incontrato più volte, ma senza mai parlargli: alla galleria La Salita, di Gian Tomaso Liverani; e anche a La Tartaruga di Plinio De Martiis, in occasione della celeberrima mostra dei Sei Pittori, nel 1980, con la quale si inaugurò la nominazione dell’Anacronismo, idea di Franco Piruca portata a perfezionamento da Maurizio Calvesi. E poi anche da Pio Monti, per la mostra di Mussa sulla Pittura Colta, nel 1982, e la sua mostra personale nell’aprile del 1983. Ripeto, non ci eravamo mai parlati; sino a quel giorno del 1985. Quella mostra Abate, Bertocci, come poi prendemmo sempre a chiamarla, rimase molto nel mio sentimento (spesso, sia con Alberto che con Carlo Bertocci, ci ridevamo sopra, scherzando su chi mai fosse quest’uomo di chiesa, questo Abate Bertocci e Abate di quale abbazia, poi?).

    Alberto Abate, Amor Sacro Amor Profano, olio su tela, 2002.

    Alberto Abate, Amor Sacro Amor Profano, olio su tela, 2002.

    Quando nel 1986 Mussa mi coinvolse nel progetto dello spazio espositivo di via degli Ausoni, nell’ex Pastificio Cerere, fu inevitabile esporre opere di Abate sia in mostre collettive sia nella stupefacente personale dell’ottobre 1988, intitolata La Casa del Minotauro, in cui Alberto volle esporre un solo dipinto, ma che dipinto: un’opera di quattro metri di base, per quasi tre di altezza (opera gemella, quanto a dimensioni, del grande dipinto Elogio dell’Arte acquistato dalla Rosenwood Corporation e installata permanentemente a Dallas presso l’edificio The Crescent, progettato da Philip Johnson). La mostra lasciò molti senza fiato, per il coraggio di esporre un solo dipinto, e la complessità della composizione narrativa dello stesso, colma di tracce e suggestioni allegoriche, di simboli che però parlavano unicamente di una storia del tutto autonoma e solamente riconducibile a lui, ad Alberto Abate.

    Fu quello, tra noi, il primo di una importante serie di appuntamenti; e, di mostra personale in mostra personale, di dibattito in dibattito, di presentazione critica in presentazione critica, edificammo una reciproca conoscenza che scavava nel profondo, con un rispetto da antichi gentiluomini che non avevano bisogno, tra di loro, di firmare contratti, affidandosi sempre alla responsabilità superiore che rende una stretta di mano un atto imprescindibile per il proprio onore e per la credibilità della propria parola.

    Quando, in seguito e insieme a Massimo Caggiano, mi resi attivo con lo spazio espositivo il Polittico (la prima sede la aprimmo in via di Monserrato nel 1990), subito con Abate stabilimmo di realizzare una sua nuova mostra personale; esposizione che si dimostrò fondamentale nell’evoluzione del suo fare artistico, non solo pittorico: Hermès-phrodite Lunaire il titolo, con dipinti e disegni di una bellezza mozzafiato. Mostra tutta intrisa di quella consapevolezza dei vari livelli di lettura di un’autentica opera d’arte: letterale, allegorico, morale, anagogico, e in cui la costante fascinazione di Alberto per la divinità di Ermes, giungeva a piena definizione e a evoluzione contaminativa con non celati riferimenti anche musicali, a Debussy prima di ogni altro. Altrettanto accadde con la seconda mostra personale – sempre presso il Polittico ma questa volta nella sede definitiva di via dei Banchi Vecchi -, se possibile ancora più ambiziosa, corredata da un suo importante testo e intitolata La Dottrina dell’Amore.

    Alberto Abate, Natura morta con crisantemi, 2006.

    Alberto Abate, Natura morta con crisantemi, 2006.

    Entrambe queste personali segnarono, per Alberto, un punto di arrivo decisivo, un completamento di tutti quei progetti e quei percorsi che lo avevano agito sino dalle primissime avventure in territorio pittorico, subito dopo le prime prove comportamentali e concettuali. Da uomo di intelligenza estrema quale si era sempre più rivelato, comprese che avrebbe dovuto compiere un ulteriore passaggio, pur dovendolo meditare in un arco di tempo che non fu breve: anche a petto degli avvenimenti in continuo divenire nel territorio dell’arte contemporanea (per non dire di quanto si stava trasformando nella perdita generale di consapevolezza culturale), si rendeva necessaria alla sua azione una chiusura dell’impianto sino ad allora svolto, e chiaramente giunto a finale completamento, e l’inizio di un nuovo racconto che, forte di tutti gli elementi sapienziali sin lì introiettati, poteva anche esibirne un’assenza programmata. In realtà compiendo un’azione esoterica di occultamento, una scelta duchampiana (Alberto aveva sempre sostenuto che Duchamp aveva messo in atto un’azione di occultamento della pittura agli occhi e al sapere dei profani, e a fini esclusivamente protettivi della stessa). Ed ecco apparire fantasmagorici dipinti di tema floreale, del tutto consegnati al genere pittorico ormai negletto, assassinato da troppa cattiva pittura: con un atto di coraggio cui egli amava consegnare le sorti del proprio fare. Perché, apparentemente tradizionale, il suo essere pittore era attivato interamente dall’esercizio mentale, dalla concettualità insita da sempre nelle sorti della grande pittura italiana.

    Per Alberto Abate non era possibile una pittura che fosse priva del pensiero; e scegliere anche di riabilitare un genere, era indicazione di un preciso atto volitivo cui aristocraticamente l’artista dona dignità. Con gli anni del duemila, poi, il suo racconto si liberò nelle zone di una letteratura di maiuscolo stampo inglese, che si rivelò completamente nella terza esposizione personale presso il Polittico: presentata da Arturo Schwarz e intitolata La Macchina del Silenzio – Viaggi postumi. Di questa mostra segnalo La Mer, toujours recommencée, che pur esibendo nel titolo un verso di Paul Valery (da Le Cimetière Marin), rinvia apertamente (naturalmente per chi lo sappia) a To the Lighthouse di Virginia Woolf, mettendo in atto uno di quegli “inciampi” narrativi, così cari alla visione anche surrealista di Alberto: partendo da un’informazione altra, invitare al percorso del disvelamento del vero contenuto narrativo del dipinto.

    Disegno 2012 II leggero -Poi, un giorno mi telefonò per invitarmi al suo studio: voleva farmi vedere in anteprima una serie di dittici con volti maschili e femminili su fondi geometrici e astratti. Questa idea di rivolgersi all’astrattismo con lo sfavillante scintillio, non solo cromatico, ma davvero compositivo, degli sfondi attivi dietro le figure in primo piano, era già stata da lui manifestata in alcune opere a matite colorate su carta, di maiuscola resa (la superba Weimar, per esempio). Sfondi che possono considerarsi la naturale evoluzione delle vetrate antiche di certi suoi dipinti, spesso dedicati ad ossessive ierofanie; vetrate sempre più consegnate a decorativismo floreale, con volute citazioni alla cultura preraffaellita, come nei soggetti ripetuti delle Salomè.

    Ne parlammo a lungo, di quei ritratti a dittico, e mi permisi il consiglio di farne molti: lui mi rispose che ci aveva già pensato e che lo avrebbe fatto. Eravamo nel 2011, e questo ciclo divenne la sua nuova “ossessione”, l’ultima con la quale, forse, avrebbe continuato a cimentarsi se non si fosse accomiatato da noi con un po’ di fretta, per noi tutti imprevista.

    Questi dittici, sia tutti insieme, sia singolarmente, oggi ci appaiono una complessa sinfonia che osa meditare sui livelli di consapevolezza e, a volte, di disperazione di un’umanità del presente che, pur se bellissima, non riesce più a celare una sofferenza dello spirito che coinvolge le azioni di tutti, i pensieri di moltissimi, la generale creatività. Così Alberto ci ha salutato con un’ultima profezia.

    questo “Amarcord” è stato scritto in occasione della mostra:

    Alberto Abate | Elogio delle Arti

    A cura di Arnaldo Romani Brizzi e Emma Abate

    3 / 30 novembre 2014

    Roma, Biblioteca Angelica – Galleria

    via di Sant’Agostino, 11

    +39 06 6840801

    http://www.biblioangelica.it