La notte in cui Lorenza Trucchi fu eletta Papessa

     di  Arnaldo Romani Brizzi

    Mi ricordo un ricordo affiorato alla mia mente sere fa, durante un appuntamento dei Martedì Critici, organizzati e guidati da Alberto Dambruoso e Guglielmo Gigliotti, nella sala cinema del MACRO di Roma. La protagonista indiscussa e indiscutibile della serata era Lorenza Trucchi, la “Divina” Lorenza Trucchi. Va detto, innanzitutto, che ascoltare la lucidità espositiva, di memoria e di raffinatissima cultura di un monumento umano come Lorenza Trucchi non ha prezzo. Dall’alto della sua rotondissima età, portata con felicità e continuità di giovinezza, sempre elegante, impeccabile, curata, immutabile negli anni e a mia memoria, Lorenza Trucchi è la felicissima dimostrazione di come intelligenza e cultura siano una cura permanente e salvifica per le facoltà mentali. Non è da tutti, ma Lorenza Trucchi ne è una prova più che convincente. Di lei continuiamo ad apprezzare, tra le monografie, quella imprescindibile su Francis Bacon, gli studi su Dubuffet, le velocissime intuizioni sulla rivoluzionarietà dell’opera di Burri, ma non c’è realtà dell’arte contemporanea che non abbia visto e interpretato da par suo.

    Il ricordo cui mi riferisco, invece, mi ha riportato lontano, sempre in quegli anni lì della mia formazione − di cui molto, qui su IF, ho già ricordato e scritto − ma più spostati verso il vero inizio dell’attività “militante”, come amavamo dire allora, per cui avevo già cominciato a collaborare con alcune riviste del settore (cito, per motivi di affetto, la pescarese Segno) e con Italo Mussa stavamo già elaborando il progetto della costituzione di un’associazione culturale per l’attività espositiva (non proprio, almeno nelle intenzioni, galleristica) in uno spazio dell’ex Pastificio Cerere in via degli Ausoni.

    Erano gli anni del mio entusiasmo, potrei dire parafrasando il Bardo. Giravo l’Italia, e anche un po’ di estero, come un forsennato; si badi bene, non solo per mostre d’arte e simili altri eventi, ma anche per concerti di musica sinfonica e cameristica, per balletti classici e modern dance (ricordo di essermi spostato da Roma a Firenze a Parigi, e poi a Bruxelles solo per seguire il rientro della tournée della Compagnia di Maurice Béjart), per i Festival del Cinema, per spettacoli teatrali dei migliori nomi (Strehler, Trionfo, Bene, Cobelli, Squarzina, Perlini, Sepe, Patroni Griffi, et caetera, ma quanti ce n’erano di bravi e bravissimi!). Insomma, un trottolino amoroso du-du-du-du-du. Innamoratissimo di quella zona ineffabile, oserei dire divina, dell’umanità: di quel momento fattivo e attivo dell’arte che rende l’uomo più che assolvibile, direi inevitabilmente amabile. Non l’uomo che distrugge, ma l’uomo che crea e costruisce, che “mette al mondo il mondo”, secondo il meraviglioso dettato di quell’ultragenio che seppe essere Alighiero Boetti.

    Lorenza Trucchi alla Galleria La Nuova Pesa.

    Lorenza Trucchi alla Galleria La Nuova Pesa.

    Eccomi, dunque, in quegli anni: giravo, e incontravo. Tra gli incontri consueti e ripetuti si colloca l’inizio della mia conoscenza con Lorenza Trucchi. Nessuno ci aveva mai presentati, ma ci incontravamo alle mostre in gallerie (l’Editalia di Roma, su tutte), in vari Musei, ai concerti di Santa Cecilia (era buona amica di Goffredo Petrassi e lo è ancora di sua moglie, l’enigmatica e altera Rosetta Acerbi), al teatro (per Carmelo Bene, in particolare, che lei aveva frequentato negli anni dell’Accademia de L’Aquila), a un concerto presso l’Università di Roma La Sapienza per i 50 anni di Sylvano Bussotti (anche lui aveva insegnato a L’Aquila); e così via. In tutte queste occasioni avevo osservato la sua eleganza e particolarità; in special modo avevo osservato il suo sguardo: attentissimo, vivacissimo. Sino a che, nell’estate del 1985, a Gibellina, ci incontrammo  in occasione di una mostra dedicata a Forma 1, con tutti gli artisti del gruppo ancora vivi e lì presenti (a eccezione, naturalmente, di Sanfilippo, deceduto nel 1980). La vidi che stava parlando con Consagra, io ero con Italo Mussa e altri amici di terra siciliana. Successivamente mi incrociò e, con un sorriso, ma un tono di voce un po’ da rimprovero, mi salutò dicendomi: “Lei, io la vedo dappertutto, è un grande girovago”. Domandandomi, poi, di cosa mi occupavo, mi salutò dicendomi: ”Tanto ci rivedremo”. Da allora, in effetti, ci rivedemmo numerose volte, sia agli Ausoni che in altre sedi. Sino a quando, inaugurando io la mia nuova attività espositiva − dopo la precoce scomparsa di Italo Mussa −, la galleria Il Polittico con la quale e per la quale ho vissuto più di venti anni, le chiesi di scrivere un brano per il suo amico Sylvano Bussotti, di cui presentai una mostra di disegni tra il serio, il musicale e l’erotico. E lei, come non c’era da dubitare, dimostrò tutta la sua disponibilità.

    Lorenza Trucchi con alcuni protagonisti della scena romana degli anni 50.

    Lorenza Trucchi con alcuni protagonisti della scena romana degli anni 50.

    Il ricordo, però, cui ho accennato in apertura, non riguarda questi fatti, bensì altre mie amabili frequentazioni degli anni di collaborazione con Mussa. Si era creata, nei primissimi tempi degli Ausoni, un’amicizia vivace con eleganti personaggi del nostro ambiente di allora: Gaspero del Corso, Gian Tomaso Liverani, Giovanni Carandente, Claudio Bruni Sakraischik, Tony Allen. Grazie all’artista-giornalista Mario Padovan, e a sua moglie Luciana, ci incontrammo più volte in cene divertentissime, sia nello studio di Padovan, sia in casa di Bruni Sakraischik (una casa strabiliante, arredata dal famoso architetto Toni Facella Sensi, colma di opere di de Chirico, di pittori d’art pompier, Alma-Tadema e molte altre meraviglie pittoriche). Una sorta di circolo del garofano verde, si potrebbe osservare e considerare, di uomini garbatamente âgé, tra i quali io e Mussa eravamo i “giovanetti” della situazione. I gentiluomini erano molto scatenati nelle loro chiacchiere, parlando spesso e più che spesso delle loro antiche e anche presenti conquiste amorose − anche, però, di tutti i cosiddetti acciacchi dell’età (dai problemi di artrosi a quelli prostatici, tanto per intenderci). Gaspero del Corso e Claudio Bruni Sakraischik con Tony Allen avevano case ad Hammamet, nelle quali invitavano, nei periodi di vacanza, amici e amiche, spesso organizzando feste in maschera, di cui erano autentici appassionati, e di cui poi e spesso raccontavano nei dettagli gli esiti a noi che non c’eravamo stati. Mi rendo conto, a questo punto, che si rende necessario raccontare brevemente a chi non lo sapesse di chi io stia parlando: Gaspero del Corso era un ineffabile gentiluomo, gallerista proprietario della mitica Galleria L’Obelisco in via Sistina, che per prima aveva esposto le audacissime opere di Alberto Burri, sia quelle nere e con le muffe, sia, poi, quelle fatte con i sacchi; egli era stato, inoltre, il gran marito dell’irripetibile Irene Brin. Claudio Bruni Sakraischik, proprietario della Galleria La Medusa, insieme al suo compagno Tony Allen, era il fondatore dell’Archivio che si occupava dell’opera di Giorgio de Chirico. Gian Tomaso Liverani era l’ardimentoso proprietario della Galleria La Salita, con maggiori se non esclusive intenzionalità concettuali. Giovanni Carandente, infine, non credo abbia bisogno di molte presentazioni, da quel genio mutevole tra critica e storia e giornalismo dell’arte che sempre dimostrò di essere (mai dimenticherò la superba mostra di sculture di Henry Moore, da lui ordinata presso il Forte Belvedere di Firenze). Questi signori geniali, nel privato erano anche un po’ lascivetti, soprattutto nei racconti di vicende trascorse, tra avventure ed equivoci, e funamboliche furberie tanto affaristiche che erotiche. Amavano organizzare molti giochi, sia mimici (quelli classici per indovinare i titoli dei film o di libri amati), sia elettivi (per dare titoli specifici, ai migliori artisti o attori o registi, teatrali o cinematografici che fossero; tra alcuni di questi eleggemmo anche “il più imbecille”, come anche “il più frocetto”).

    Una sera, in particolare, scatenati da ottime bevande − da un perfetto champagne all’antico liquore Strega − fu proposto un giochetto, forse da cretinetti, ma che riuscì a divertirci molto. Lo propose Gaspero del Corso, proprio all’arrivo del liquore Strega, così strettamente legato, per noi romani, al premio letterario omonimo. Gaspero ci ricordò che Lorenza Trucchi, amica di Maria Bellonci, era da anni una degli amici della domenica, con diritto di voto. La disse “Divina” e ci invitò, quindi, a eleggere la “Papessa” della critica d’arte italiana in una rosa di nomi che, bicchierino dopo bicchierino, restringemmo a una cifra finale di cinque (numero uguale a quello dei finalisti del Premio Strega). Preparammo anche delle schede, cui ognuno appose la propria croce preferenziale. E la “Papessa” fu Lorenza Trucchi, su cui tutti fummo concordi. Uscendo, Carandente bofonchiò: “Domani bisognerà dirglielo”. Non so, però, se le fu mai detto.