A letto con Papeschi. Tutta la verità sul più celebre Venditore di Svastiche

    di Flavia Vago

    Martedì 18 novembre, ore 15:10, sono quasi arrivata al luogo dell’appuntamento: se riesco a parcheggiare in tempi brevi, suonerò puntuale al suo citofono. Mentre cerco posteggio e inizia a scorrermi nelle vene una fastidiosissima agitazione, i miei pensieri vengono interrotti dalla vibrazione del cellulare. È una mail inviatami da mia madre: “In bocca al lupo per l’intervista! Ti voglio bene! Mamma”. La tenerezza del messaggio mi fa da antidoto contro l’ansia che si dissolve in un sorriso. Respiro, mi concentro e rifaccio il giro dell’isolato. Mentre guido mi torna alla mente l’iter che mi ha portata per caso e per ingenua spavalderia all’incontro di oggi.

    Max Papeschi in versione Bel Tenebroso

    Flash back. Sono le quattro di pomeriggio di venerdì 14 novembre, sto chattando con alcune amiche su Facebook, quando mi compare una notifica. Tale Max Papeschi m’invita alla presentazione del suo libro “Vendere svastiche e vivere felici”. Non ho la benché minima idea di chi sia, ma noto che abbiamo in comune proprio le amiche con le quali sto chiacchierando. Ho già un impegno per il giorno della conferenza stampa, ma mi viene un’idea: con la scusa di declinare, potrei chiedergli un’intervista.

    “Ciao Max!”, gli scrivo. “Mi spiace ma non potrò esserci alla tua presentazione, dovrò partecipare ad un evento più importante, immagino capirai. Però voglio provare ad aiutarti lo stesso con il tuo progetto, che ne dici di rilasciarmi un’intervista, così da darti un po’ di risonanza mediatica? Fammi sapere!”.

    Inviata. Nel frattempo entro nel suo sito internet per scoprire qualcosa su di lui. Stramaledettamente accidenti a me! Perché ho questo difetto di fabbrica che non mi fa collegare opere e relativi artisti?! Conosco benissimo i suoi quadri, sono famosi in tutto il globo, ma non pensavo che fosse lui l’autore! La storia del libro mi deve aver mandato in confusione. Braverrima Flavia! Adesso cosa diamine pensi di fare, per riparare alla tremenda figuraccia che hai appena fatto, trattandolo come uno sconosciuto romanziere debuttante?! Mentre medito sul da farsi, ecco che mi arriva la risposta di Papeschi. “Ciao! Sì volentieri. Ci vediamo nel mio studio martedì pomeriggio.”

    L’autrice del presente articolo in versione Cheerleader

    Ho un tonfo al cuore, non si è offeso e ha accettato! Wow! Presa dall’eccitazione comunico il fatto alle mie amiche, che complimentandosi per la botta di culo, mi avvisano che, conoscendo bene il soggetto, sarà probabile che Papeschi ci provi. Ci manca solo questa, rispondo io, va beh, in ogni caso mi preparerò nel migliore dei modi. Intanto mi studierò le precedenti interviste per trovare qualche spunto. In rete ce ne sono molte. Dando una sbirciata veloce, mi accorgo immediatamente che paiono una la fotocopia dell’altra. Così non va, penso. Ai miei lettori devo proporre qualcosa d’innovativo, che sia divertente, eccitante… insomma ci siamo capiti, non la solita intervistina banale: “Come hai iniziato a fare l’artista?”, “Come spieghi il successo ottenuto dai tuoi lavori?”, “Cos’è la provocazione oggi?”, etc. etc.…

    Finalmente, l’idea: potrei chiedergli di passare una giornata insieme a me, in modo da carpire fino in fondo il suo personaggio e in seguito riuscire a raccontarlo, spiegare il suo approccio al lavoro d’artista e bla, bla, bla… Un giornale che me lo pubblica, tra quelli a cui collaboro on line, a metà strada tra costume, intrattenimento e moda, lo troverò di sicuro. Il problema non sarà tanto riuscire a farmi pubblicare il pezzo, quanto trovar il modo di convincere Papeschi. E se avesse altro da fare? Se non avesse voglia di impegnarsi in un progetto che lo coinvolgerebbe per un’intera giornata? Se… Beh, l’unica è provare, mi dico. O la va o la spacca! E così, eccomi qua, sul luogo dell’appuntamento, all’orario stabilito.

    La via in cui ha lo studio è una strada semicentrale, piena di alberi e di auto parcheggiate fin sui marciapiedi. La giornata non è tipicamente novembrina, il sole spande generosamente luce e calore, donando un’atmosfera piacevolmente surreale: non si sente neanche quella sottile, pungente brezza che di solito in questo periodo anticipa le prime nevicate, insomma più che autunno inoltrato, pare un preludio di primavera. Stride con un simile clima il traffico cittadino che come al solito si muove in un perpetuo moto confuso e chiassoso. Finalmente trovo parcheggio, dò una rapida controllata alla mia cresta biondo platino e m’incammino.

    Arrivo lì davanti. È un palazzo signorile, all’incirca d’inizio secolo, con un grosso portone di legno scuro, chiuso. Suono, non risponde nessuno. Forse sono arrivata troppo presto. Non faccio in tempo a cercare il cellulare per chiamarlo, che, girandomi, sulla strada vedo venirmi incontro proprio lui, Max Papeschi.

    La camminata leggermente ondeggiante gli dona un’aria spensierata, quasi sbarazzina. Lo sguardo è vivace, ma quello che mi colpisce di più è il sorriso, un po’ sornione e un po’ dolce. Indossa una t-shirt nera con la scritta “Radical Shit”, i jeans un pochino sbiaditi, e un paio di sneakers nere semplici, in mano un sacchetto della spesa con dentro – lo scoprirò dopo – qualche birra. Lo ricevo nella morbidezza languida della mia pelliccia bianca, alta più del solito grazie al tacco 12 dei tronchetti neri, con le labbra splendenti nel vermiglio del rossetto, la pettinatura di una guerriera eterea di Thierry Mugler e nel cipiglio di occhi leonini che attendono i monsoni all’orizzonte. Lo ammetto, mi sono studiata outfit e posa per ore!

    Mi accompagna nel suo studio che scopro essere anche la sua residenza milanese. È una sorta di open-space articolato in più spazi, quasi tutti senza porte, chiuso in un’aura fuori dalla dimensione spazio-tempo, in cui luce e ombra si alternano, creando suggestive sagome di contorno al mobilio. Mentre avvolge le birre con veli di scottex bagnato e le ripone in freezer, esordisce dicendo: “Questo trucchetto me l’ha insegnato la mia ultima ex fidanzata, sai, ci siamo lasciati 10 giorni fa”.

    Ok, è un chiarissimo messaggio, neanche tanto subliminale: vuole avvisarmi che è disponibile. Io rispondo con uno sfavillante sorriso da soap opera spagnola. Non so come la mia mente malata sia riuscita a trascinarmi fino a questo punto, fatto sta che pochi secondi dopo, mentre siedo vicino al tavolo rosso sangue, nella calda e ovattata luce della lampada che, nella penombra della grande stanza, getta una luce a piombo su di noi, avvolgendoci come in un quadro di La Tour, proferisco le fatidiche parole: “Ti faccio una proposta indecente”.

    Il silenzio regna sovrano. In sottofondo – come una colonna sonora fuori campo – pare di sentire l’attacco acuto e trasecolante de “Il buono il brutto e il cattivo”, quel “AAAH” da coyote beffardo che apre le danze ai migliori duelli. Il tempo pare fermarsi.

    Papeschi non si scompone. Se anche è preso in contropiede, non lo dà a vedere. Sembra aver già assaporato in anticipo questo momento. “Di già?”, controbatte ridacchiando, “senza aver prima scambiato due parole? Bypassiamo anche l’intervista?”. Io cerco di recuperare farfugliando una frase: “No, ma… Io intendevo dire che… insomma, la proposta riguarda proprio l’intervista!”. “Ah ok!”, mi risponde lui con malcelata delusione: “Dimmi pure”. In realtà, è chiaro che stiamo giocando al gatto col topo, solo che non si sa ancora chi dei due stia interpretando il ruolo del gatto, e chi invece quello del topo.

    Io recupero il mio savoir-faire e gli espongo la mia teoria: “Ho letto le tue interviste, sono tutte copia-e-incolla. Io voglio scrivere qualcosa di diverso, di più accattivante. Quindi ti propongo di passare una giornata insieme a me”. Per un secondo temo di beccarmi un “NO” secco, invece Papeschi avvalla con entusiasmo la mia idea: “Si dai! Mi piace! Stasera sono ad una cena, vuoi venire con me?”. Mi rilasso. “Andata!” Confermo soddisfatta. A quel punto gli chiedo di farmi fare un giro turistico della casa, e più aumenta il numero di quadri, souvenir e ninnoli vari che mi soffermo a guardare, accompagnata dalla sua spiegazione, più si moltiplicano i vuoti di birra depositati in cucina.

    La casa è una rassegna del vissuto Papeschiano. Sul frigorifero è incollata l’immagine del Topolino Nazista e la parete accanto è decorata da una miriade di polaroid e cartoline che mostrano altre sue opere e “work in progress” vari. Sui muri intorno richiamano l’attenzione due locandine: quella di una sua pièce teatrale andata in scena a Parigi e un’altra della sua mostra “New Hotel Papeschi”, in cui lui appare al posto di Jack Nicholson nella celebre foto di “Shining”, in questo caso attorniato dai personaggi più ricorrenti nei suoi quadri, da Pluto a Paperino, passando per Stalin, Hitler e Bin Laden. Non so se Papeschi sia estremamente megalomane, simpaticamente egocentrico o entrambe le cose! Gli scaffali e le mensole sono pieni zeppi di libri e soprammobili, tra questi spiccano dei pupazetti a forma di terroristi talebani, agghindati di tutto punto, perfino con cintura esplosiva. M’incuriosiscono e chiedo a Papeschi: “E questi? Da dove arrivano?”. “Erano i protagonisti di un mio spettacolo teatrale, l’ultimo che ho fatto prima di dedicarmi all’arte”. “Che tipo di spettacolo?”, gli domando sempre più interessata. “Parlava di un gruppo di terroristi di un paese mediorientale immaginario, il Kebabistan, che dirottano un aereo, ma non sanno dove andare a schiantarsi. Quindi, come vedi, ho sempre parlato delle stesse cose anche quando mi occupavo di teatro”. Io sogghigno divertita e gli chiedo: “Non hai più voglia di farlo?”. “Ma sai… alla fine con l’arte ci si diverte di più e si devono fare molti meno compromessi”.

    Ci spostiamo nella stanza adiacente, un grande quadrato che comprende camera da letto e studio soppalcato. Inizio ad avere un leggero giramento di testa, proprio quando sto salendo sulla scala a chiocciola in ferro battuto che conduce di sopra. Mi blocco a metà scala e, per non rischiare di precipitare a terra con un volo degno di un personaggio da cartone animato, mi giro di scatto e con movimento “plastico” appoggio una mano sulla sua spalla destra per tenermi in equilibrio. Papeschi mi fissa compiaciuto e dice: “Sai che proprio oggi parlando con un’amica, dicevo che se una donna cerca il contatto fisico mentre ti parla, è un chiaro messaggio che le piaci?”. Non so come reagire e aspetto in silenzio la sua seconda mossa. Infatti lui riprende: “Guarda a me va benissimo così, perché, te lo dico sinceramente, tu mi piaci molto e io ci sto provando”.

    Credo che il termine più appropriato per descrivere la mia reazione in questo momento sia “lusingata”, ma a giudicare dall’innalzamento della mia temperatura basale forse “lusingata” non si avvicina molto al mio effettivo stato emotivo. Tengo a freno i bollori e alzando il sopracciglio sinistro per un secondo, punto esclamativo nel mio tono pacato, rispondo in un sussurro: “Se le cose stanno così, ho la netta sensazione che andremo molto d’accordo”. Il lampo di luce che attraversa gli occhioni scuri di Papeschi sigla il nostro contratto invisibile. Con fare seducente mi faccio aiutare a ridiscendere la scala e mi sposto nell’altra stanza.

    Alle 20.30 siamo alla festa dei suoi amici. La serata è piacevole, oscilla dalle battute sarcastiche ai discorsi più intellettuali. Non sto ora, cari lettori, a descrivervi tutta la scena, sappiate solo che poco prima del dolce, un po’ per il tasso alcolico a livelli di guardia –  diciamo pure che a questo punto la materia grigia si è trasformata in una conserva di neuroni sotto spirito – un po’ per l’atmosfera euforica, Papeschi decide di tirarmi verso di sé. Oh, finalmente si è fatto avanti! Mi dico e giulivamente gli salto in braccio. Il resto della notte la passiamo avvinghiati, prima in un bacio appassionato poi… inutile darvi troppi dettagli, lascio spazio alla vostra più fervida immaginazione.

    Sì, avete fatto bene ad essere maliziosi, infatti la mattina dopo mi sveglio a casa Papeschi, nel suo letto, con indosso la sua maglietta “Radical Shit”, il trucco completamente sbavato e lui al mio fianco, semiavvolto nel lenzuolo, che dorme pacifico. Quadretto perfetto che riesco ad immortalare con un paio di selfie. Poso il telefono e lo accarezzo sulla nuca. Si sveglia. “Buongiorno!”. “Buongiorno a te!”. Sguardo stralunato di Papeschi: “E tu chi saresti?”. Ci metto una frazione di secondo a capire che sta scherzando (almeno credo). “Non te lo dico, devi scoprirlo da te. Ora vai a farmi un caffè”, ordino con fare deciso. Poi gli sorrido languidamente e lo bacio a fior di labbra.

    Ecco come il progetto di un’intervista particolare si trasformò in fidanzamento. L’articolo per la rivista di costume dedicato a “Una giornata con Papeschi” non è mai stato scritto, ma in compenso è nato l’articolo che state leggendo, dal titolo assai più significativo: “A letto con Papeschi”. E, miei cari lettori, posso assicurarvi che questa che avete appena letto è tutta la verità, nient’altro che la verità… In attesa degli sviluppi che la vita felice e spensierata del più celebre “venditore di svastiche” del globo ci riservi chissà quali altre sorprese!

    Max Papeschi terrà una mostra personale all’Istituto Italiano di Cultura di San Francisco dal 12 febbraio al 14 marzo.

    Max Papeschi | Fifty Shades of Gold

    a cura di Giulia Proietti

    12 febbraio – 14 marzo 2015

    Istituto Italiano di Cultura | Italian Cultural Institute

    814 Montgomery Street, San Francisco

    Inaugurazione 12 febbraio 2015, h. 18

    Opening, thursday February 12th, 6.00 p.m.

    Register to attend at:
    https://www.eventbrite.co.uk/e/fifty-shades-of-gold-max-papeschis-solo-artshow-tickets-15484234763

    www.maxpapeschi.com
    www.iicsanfrancisco.esteri.it/IIC_Sanfrancisco
    www.mgart.com
    www.smithlumen.com
    www.nerospinto.it