Carteggio d’arte e d’amore. I dolori del giovane de Chirico

    Un carteggio saltato fuori dopo quasi cent’anni dal cassetto di un vecchio comò. Il carteggio è quello di Giorgio de Chirico con una giovane ragazza ferrarese, Antonia Bolognesi, con cui l’allora giovane pittore ebbe una breve ma intensa relazione. Relazione di cui, per quasi cent’anni, nessuno ha mai saputo niente, tranne la diretta interessata (scomparsa nel 1976 nella sua Ferrara, portandosi il ricordo del suo sfortunato amore nella tomba), e pochi suoi famigliari, ai quali il comò era nel frattempo andato in eredità. Solo di recente, un pronipote, scavando tra vecchi ricordi seppelliti in casa, ha riportato alla luce quel fascio di lettere sbiadite (oggi pubblicate da Maretti col titolo “’Alceste: una storia d’amore ferrarese. Giorgio de Chirico e Antonia Bolognesi’, di Eugenio Bolognesi a cura della Fondazione de Chirico). Fornendo nuova luce e nuove chiavi di interpretazione su un periodo particolarmente scarso di notizie e di informazioni sulla vita del pittore: gli anni tra il 1915, allorché l’allora giovane de Chirico, appena presentatosi al distretto militare di Firenze, fu inviato come scritturale al 27° reggimento di fanteria a Ferrara, e l’inizio del 1919, quando fu trasferito a Roma.

    Giorgio De Chirico, Alceste, 1918.

    Giorgio De Chirico, Alceste, 1918.

    A Ferrara, “la bella Ferrara”, come sappiamo, de Chirico comincerà a dipingere i suoi primi Interni metafisici: “Quello che mi colpì soprattutto e mi ispirò nel lato metafisico nel quale lavoravo allora”, scriverà in seguito il pittore, “erano certi aspetti di interni ferraresi, certe vetrine, certe botteghe, certe abitazioni, certi quartieri, come l’antico ghetto, ove si trovavano dei dolci e dei biscotti dalle forme oltremodo metafisiche e strane”.

    Ma quello che non si era mai saputo era che alla città emiliana lo legava anche l’amore per quella ragazza: amore rimasto sempre segreto, quasi clandestino, poiché mai coronato con l’agognato matrimonio, nonostante le ripetute promesse di de Chirico alla giovane innamorata di “legarsi per sempre”: “come ti dissi e ti promisi sempre io in te sola ripongo ogni mio sogno di felicità”, scrive in una lettera; e in un’altra: “aspettami fiduciosa poiché io non verrò mai meno alla mia promessa”; e ancora: “pensa che il mio amore per te è infinito”, e poi “ti prego, carissima mia Antonia, di non perdere mai la fiducia che hai avuto finora in me”, “basta, credo, aver fiducia reciproca (e noi l’abbiamo, non è vero?) perché la conclusione felice si possa ritener sicura”, “Io sono sempre lo stesso. I miei sentimenti sono immutati come immutata è la mia volontà per i dolci progetti di vita comune che abbiamo fatti insieme”, “spero che tu non dubiti mai di me poiché ciò sarebbe il maggior dolore che tu possa arrecarmi”, e ancora: “quando saremo sposati andremo in campagna insieme”, e “anch’io sarò degno di te e non ti pentirai mai di aver creduto alla mia parola e di avermi voluto bene”; e così via nella gran parte delle oltre cento lettere spedite alla ragazza in quel fatidico 1919, nel quale il pittore, di stanza a Roma, e ancora per un po’ imbrigliato nei doveri dell’esercito, pencolava tra l’amore per quella ragazzotta rimasta a Ferrara ad aspettarlo, e le lusinghe del mondo. Certo è che il matrimonio, tanto atteso dalla ragazza e, almeno a parole, voluto anche da lui, non si celebrò mai, e l’amore “segreto” di de Chirico finì nel dimenticatoio.

    Giorgio de Chirico, Autoritratto con busto di Euripide, 1922-1923.

    Giorgio de Chirico, Autoritratto con busto di Euripide, 1922-1923.

    Il motivo? Ufficialmente, le difficoltà economiche di lui (“tu lo sai che non sono ricco”, le scrive, “ma forse mi credi meno povero di quello che sono realmente; la guerra ha gravemente leso la mia carriera così anche come ha leso gli interessi della mamma; io con la mamma viviamo molto economicamente per forza maggiore”), e conseguentemente l’incertezza della sua posizione come futuro padre di famiglia, da cui derivava l’ostilità della famiglia della ragazza, che non vedevano in quel giovane pittore vagabondo e con la testa tra le nuvole alcuna sicurezza per l’avvenire della figlia (come riporta il pronipote, il padre della ragazza si riferiva a de Chirico dicendo, in ferrarese: “Clu’ là al fa al pitor e l’è sol bon ad far di quadar”, “Quello là fa il pittore ed è solo capace di dipingere dei quadri”).

    Ma molto contò – come il carteggio rivela leggendo tra le righe – anche la ritrovata libertà di de Chirico una volta giunto nella città eterna, e la sua crescente fama di pittore, che lo portò gradatamente a staccarsi dall’ambiente un po’ provinciale della “bella e malinconica” Ferrara, nel quale aveva vissuto per quei tre anni con felicità e spensieratezza (e di cui dirà di rimpiangere “la dolce quiete”), ma senza veri stimoli culturali e artistici. Le mostre, gli artisti, i circoli culturali di Roma e i tanti stimoli delle grandi città italiane ed europee, una volta finito il militare, lo porteranno gradatamente sempre più lontano da quel suo primo, grande amore cui pure aveva ripetutamente giurato fedeltà “nunc et semper” nelle sue lettere dei primi mesi dopo il distacco. Non sarà così per Antonia (che de Chirico chiamava affettuosamente “bambinona”, e della quale diceva di amare “l’aspetto triste e pensoso che mi piace molto”, e alla quale si rivolgeva scrivendo: “Nessuna donna possiede la tua grazia”), che conserverà per tutta la vita, con una sorta di dolorosa e malinconia disperazione, il ricordo di De Chirico e di quei suoi due anni vissuti appassionatamente giurandosi reciprocamente amore e fedeltà sempiterni.

    Giorgio de Chirico, Canto d’amore, 1914, olio su tela, cm 73 x 59,1.

    Con una sorta di ironico scherzo del destino, de Chirico, che pure alla sua amata non lasciò neppure un disegno, la effigiò però in un ritratto, esposto per la prima volta il 1 febbraio 1919 alla Casa d’arte Bragaglia, già ben noto alla bibliografia dechirichiana ma di cui non era nota l’identità della modella, e che il pictor optimus intitolò Alceste, riferendosi alla celebre eroina euripidea che si immolò per l’amato Admeto, e, come premio per la sua fedeltà, fu riportata indietro dall’Ade da Eralce. Antonia-Alceste, abbandonata da un de Chirico sempre più distratto dagli eventi, dalle frequentazioni e dagli impegni di una carriera ormai inarrestabile, che lo portavano in giro per l’Italia e per l’Europa, non mancò di tenere fede alla storia della “sua” Alceste, cui il pittore l’aveva, per un gioco del destino, consegnata per sempre: per settimane, poi per mesi, infine per anni, non mancò di cercare le tracce del suo amato, ricorrendo a conoscenze comuni, cui chiedeva instancabilmente notizie, quando non addirittura di intercedere per lei, spiandolo nei salotti o durante le inaugurazioni delle mostre (ma “bisogna essere un po’ guardinghi nell’assumere informazioni per non dare sospetti e provocare domande alle quali non si saprebbe come rispondere”, le rispondeva, forse un po’ piccata da tale insistenza, una conoscente che pure aveva acconsentito ad andare a spiarlo), e addirittura abusando del suo ruolo di impiegata alla Provincia, grazie al quale mandava lettere ufficiali all’anagrafe dei vari comuni per cercare di venire a conoscenza del suo ultimo indirizzo.

    Ma fu tutto invano. Per anni, Antonia continuerà a scrivere lettere a de Chirico, che tornavano immancabilmente indietro. Lettere malinconiche, straziate, ancora gonfie d’amore e di una flebile speranza, nonostante il tempo trascorso aspettando invano il suo ritorno. “Forse credevo che il pensiero tuo scomparisse col tempo, forse ritenevo mio dovere assecondare i miei cari, ma non m’avvedevo che io ti amavo al di sopra di essi e che non avrei potuto dimenticarti mai”, gli scrive. “E me ne sono accorta quando, costantemente, insistentemente, il ricordo di te mi tornava nel silenzio di tante notti insonni o di altre solitudini ch’io cercavo apposta, e mi strappava delle lacrime roventi, e mi faceva rievocare il nostro amore, con rimpianto infinito! Eppure non ó voluto mai tentar mai nulla, per sapere di te e della tua vita, quasi gelosa di conservare il mio segreto, eppure trasalivo se, a caso, sentivo il tuo nome pronunciato anche da persone indifferenti e mi prendeva una voglia grande di sapere ciò che ti riguardava e che m’avrebbe interessato tanto! Se anche il destino cattivo ha fatto sì che sia rimasta io sola ad amare a conservare il culto del nostro amore scrivimi ugualmente non privarmi di una risposta, te ne prego. Aspetto con impazienza, quasi febbrile, e ti stringo forte le mani che vorrei ricoprire di baci e di lacrime”. Ma de Chirico, ormai perso in altre avventure e altri lidi, non si farà mai più vivo.

    Per anni, Antonia non si stancò di raccogliere articoli sul pittore, ormai divenuto famosissimo, che trovava sui vari giornali, e di riporli nel suo famoso e segretissimo scrigno. Non si sposerà mai, fedele, come lui l’aveva voluta, al giovane che l’aveva amata e un giorno le aveva promesso un amore “eterno ed immutabile”.

    Alessandro Riva

    Eugenio Bolognesi, “Alceste: una storia d’amore ferrarese | Giorgio de Chirico e Antonia Bolognesi’

    a cura della Fondazione De Chirico

    Maretti editore