Cianciotta, un reporter in Etiopia con lo smartphone

    Si intitola “Nagà Nagà”, una parola-simbolo nella lingua oromo, parlata dalla popolazione che abita la regione dell’Oromia, in Etiopia, l’ultima mostra di Francesco Cianciotta, fotografo romano di nascita ma milanese d’adozione, che lavora da anni sulla fotografia come linguaggio duttile, attraverso cui poter sperimentare nuove forme di sguardo sul reale, vuoi istintivo, razionale, intimista, metafisico, filosofico, seducente, complice. La fotografia come mezzo spurio, da utilizzare non come strumento di elaborazione (e perfezione) tecnologica puntato sul reale, ma, al contrario, da cui partire per elaborare possibili derive visive che prescindano dalla tecnologia, servendosi, semmai, unicamente dei filtri classici della postproduzione “casalinga” oggi dilagante. Non a caso, l’interesse di Cianciotta è da anni rivolto ai mezzi il più possibile “poveri” dal punto di vista tecnico: ieri le macchine usa-e-getta, oggi gli smartphone, quasi a voler sfidare l’incedere degli specialismi e della tecnologicizzazione forzata, per recuperare il primato dello sguardo, della scelta del soggetto e dell’inquadratura sul mezzo tecnologico.

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    Abbiamo fatto alcune domande all’artista per farci spiegare il progetto “Nagà Nagà”.

    Come nasce questa mostra?

    “Le immagini che mostro sono parte di un lavoro commissionato da Perigeo, una ONG che è stata fondata dieci anni fa che opera principalmente nel Corno d’Africa. Oggi è una realtà che si muove sui diversi fronti della cooperazione, dello sviluppo e dell’emergenza. Ma dieci anni fa, appunto, il tutto prese il via da un progetto di peacebuilding, ovvero della costruzione di un museo etnografico a Kofele nella regione dell’Oromia. È una pratica che viene attuata nelle zone dove sono presenti conflitti a bassa intensità (interetnici, religiosi, ecc.) e che coinvolgendo la popolazione locale le porta a dialogare e ritrovare radici comuni, abbassando il livello di tensione. Questo che presento è la prima parte del progetto e in futuro partirò per il Tigray a nord dell’Etiopia e nel Puntland in Somalia dove sono presenti altri due musei di Perigeo”.

    Che cosa significa Nagà Nagà e perché l’hai scelto come titolo?

    “Nagà Nagà è il saluto nella lingua locale che si scambiano le persone quando si incontrano e vuol dire “Pace pace”. È l’unica parola che ho imparato in lingua oromi e che mi ha permesso di muovermi con rispetto in mezzo alla popolazione. Per il resto ci si esprimeva a gesti perché non avevamo altra lingua in comune. Ma la gente è molto gentile e gli occhi che mi scrutavano senza mai lasciarmi, che all’inizio avevo sentito come minacciosi, dopo aver imparato questo saluto si sono rivelati solamente curiosi. In effetti ero l’unico bianco in una zona non votata al turismo: “Nagà Nagà” è stata la chiave per entrare in quel mondo”.

    Sei passato da un raffinato lavoro sul linguaggio, con le sperimentazioni con le macchine usa-e-getta, a un lavoro di reportage più tradizionale. Che differenze hai trovato tra questi due diversi approcci alla fotografia?

    “È una domanda che mi pongo spesso ultimamente. Tutta la mia ricerca fotografica si basa sullo sviluppo di un linguaggio espressivo che sia contenuto da mezzi di bassa qualità. Il progetto degli aeroporti è stato fatto con macchine usa e getta, mentre da un paio d’anni lavoro con i cellulari e così ho sviluppato questo lavoro (me ne sono andato in giro a fotografare con due smartphone senza neanche una scheda dentro). In questo senso io vedo una continuità nei due approcci. Il genere (il reportage, la street photography, ecc.), diciamo così, per me è solo una chiave di lettura a posteriori. In questa commissione mi è stata data totale libertà e quindi ho potuto continuare a fotografare e sperimentare. Però è vero che l’approccio all’ambiente è influenzato dal mezzo: con la macchina usa e getta era principalmente (ma non esclusivamente) istintivo: si scattava molto e poi si sceglievano le immagini a posteriori. Con il cellulare l’approccio è più riflessivo (ma non esclusivamente): si guarda molto il contesto, le luci, gli elementi,  scatto meno ma sempre più focalizzato sull’immagine che alla fine costruisco. Tuttavia continuo ad individuare elementi comuni nei risultati dei due approcci: le luci, l’attenzione ai soggetti, i cieli e così via dicendo. Forse la vera differenza era che negli aeroporti le persone sono figurine sperse nell’ambiente mentre in questo lavoro le persone sono protagoniste della loro realtà”.

    Questo reportage è stato commissionato da una Ong. Il fatto che fosse una lavoro con un intento sociale ha condizionato il tuo sguardo?

    “No, per niente. Sono stato interpellato per il mio approccio e sono stato libero di fare tutto quello che volevo. Sapendo però che avrei dovuto restituire al mio committente un’osservazione che doveva avere standard di qualità il più elevati possibile: questo era il mio commitment. Infatti sono partito con un’idea che avevamo concordato – ritrarre le popolazioni coinvolte in un conflitto a bassa intensità come soggetti distinti – mentre invece poi si è sviluppata un’osservazione coinvolta dell’ambiente, delle persone, del contesto: diciamo che ho trovato un’“unità” invece che una “separazione”. La fotografia è il mezzo con cui vado alla ricerca di ciò che sta dietro a ciò che guardo”.

    Che tipo di sguardo volevi emergesse da questo tuo lavoro?

    “Nessuno in particolare. Non costruisco lavori “a tesi”, cerco piuttosto di usare lo sguardo e il mezzo fotografico come un setaccio che alla fine porti in evidenza cose che esistono e che non si vedono. Ed è la cosa che mi piace di fotografare: ogni volta che parto con una tesi questa si perde per strada ed emerge qualcosa di inaspettato. E così la realtà che mi circonda è sempre nuova.”

    Francesco Cianciotta | “Nagà Nagà”

    Spazio ChiAmaMilano

    Via Laghetto, 2 Milano

    Mostra organizzata da Glenda Cinquegrana Art Consulting e Perigeo Ngo

    con il patrocinio della Commissione cultura della zona 1 del Comune di Milano

    Inaugurazione: martedì 20 gennaio 2015, dalle ore 18.00 alle 20.00.

    http://www.francescocianciotta.com/