Elisabetta Catalano, una presenza indimenticabile

    di Arnaldo Romani Brizzi

    Mi ricordo di Elisabetta Catalano. Me la ricordo altera, bella di una bellezza nordica (poteva sembrare più una svedese), sin dal Teatro delle Mostre, il mitico ciclo di un evento artistico al giorno, nel 1968, presso la Galleria La Tartaruga di Plinio De Martiis. Credo, però, di averla visualizzata e mandata a memoria solo a partire dalla mostra Cancellazione d’artista di Cesare Tacchi, che proprio di quel ciclo mi colpì tanto. Quella sera, ricordo, tutto mi apparve bellissimo: l’evento, Cesare Tacchi (di cui, proprio la Catalano, realizzò un ritratto fotografico efficacissimo), l’atmosfera della galleria, cui aggiungo anche l’arrivo “appariscente” di Elisabetta.

    Lei, per me, era l’Elisabetta Catalano che era apparsa in Otto e mezzo di Federico Fellini (film che ancor oggi non posso guardare senza provare una commozione profonda, in specie per il finale). Quindi, e ripeto “per me”, intoccabile, inattingibile. Divenne, in più, compagna di vita e collaboratrice di Fabio Mauri, artista la cui complessità mi lasciava intimorito. Per anni, dunque, mi capitò d’incontrarla, da lontano, però, senza mai avvicinarla o tentando di parlarle. Elisabetta, va detto, per il suo atteggiamento pubblico e la notevole volitività caratteriale infondeva un forte senso di rispetto; se non, addirittura e qualche volta, di timore.

    Il primo, concreto incontro con lei avvenne molti anni dopo, nel 1987, in occasione della mostra di Dino Pedriali al Centro di Cultura Ausoni, nell’ex Pastificio Cerere di Roma, diretto da Italo Mussa e da me. Arrivò in compagnia di Laura Cherubini, sua e mia buona amica; ma non all’inaugurazione, in una giornata successiva. In quell’occasione, finalmente, parlammo, parlammo molto. Lei si presentò come fosse una esordiente, e non la celebre fotografa dell’arte e del cinema, parlandomi del suo lavoro, come non fosse un lavoro noto. Le dissi subito che non aveva bisogno di presentazioni, ma questo mi fece comprendere un suo lato segreto di timidezza, a dispetto di quella riservata autorevolezza che sulle prime poteva ingenerare un senso di freddezza. Agli Ausoni, poi, venne altre volte − me la ricordo, per esempio, presente alla mostra di Luca Maria Patella; e, stavolta, proprio nel giorno dell’inaugurazione.

    Arnaldo con Elisabetta Catalano alla mostra di Renato Mambor al Macro a Roma.

    Arnaldo con Elisabetta Catalano alla mostra di Renato Mambor al Macro a Roma.

    Ricordo poi un’altra sera in cui ero uscito con Laura Cherubini e che ci eravamo trovati seduti allo stesso tavolo, con Gino De Dominicis, in un bar notturno alle Coppelle, nel centro storico romano, un locale allora molto in voga. Le chiacchiere e i discorsi tra lei e De Dominicis erano all’insegna di una surreale intelligenza, ai limiti del pettegolezzo, forse, ma sempre con impennate di provocazione culturale. Certo si parlava molto, tra tutti noi, del successo, meritato o immeritato a seconda dei punti di vista, degli artisti della Transavanguardia: Elisabetta sospendeva il giudizio su alcuni, difendendo, se ben ricordo, Sandro Chia in modo particolare; De Dominicis, da par suo, sparava battute e giochi di parole che non salvavano nessuno.

    Accadde poi, sul finire di quegli anni Ottanta, la nascita e il consolidamento di un’amicizia per me di assoluto sentimento: con Beatrice Bordone, prima, e poi anche e soprattutto con Nicola Bulgari, che divenne in seguito suo marito. Beatrice in quegli anni godeva della meritata celebrità per il suo lavoro di costumista cinematografica (aveva lavorato con Antonioni e Monicelli, tra gli altri, sino a Tornatore, per il quale aveva appena firmato i costumi per Nuovo Cinema Paradiso), e frequentava con stretto rapporto di amicizia Elisabetta e il suo caro compagno, sino all’ultimo, l’architetto Aldo Ponis. Ricordo ancora molte piacevoli e buonissime cene in casa di Beatrice (allora in un ultimo piano di via Monte Pertica, dalle parti di piazza Mazzini), con chiacchiere sfrenate, insieme alla Catalano e al suo compagno, con Laura Cherubini e anche attori di cinema, passando velocemente i discorsi dall’arte al cinema, dalla musica all’architettura, dalla tecnica fotografica alle formule di videoarte che vedevamo affermarsi sempre di più. E anche allo studio di Elisabetta Catalano, ai Santi Apostoli (in ultimo, però, si era trasferita a piazza Cenci). Da allora incontrandoci con sempre maggior frequenza e piacevole familiarità. Fino a poco tempo fa, con una divertente passeggiata fatta insieme alla ricerca di errori nelle didascalie delle opere esposte al palazzo delle Esposizioni di Roma per la mostra sugli anni Settanta (mostra inevitabilmente molto documentata dalle sue fotografie); e a un’ultima serata a casa di Beatrice e Nicola.

    Elisabetta CatalanoOgni volta che ci incontravamo, nascevano subito commenti su quanto stavamo vedendo e quali fossero i connotati qualitativi dell’evento o della mostra. Avevo scoperto la sua gentilezza, ormai. Una volta, già un bel po’ di anni fa, aveva condiviso con me un suo disagio fisico legato alla tiroide che le causava sbalzi umorali che infastidivano lei prima di tutto. Mi disse: “Alle volte divento sgarbata e aggressiva. Se mai dovesse accadere anche con te tieni conto di questa notizia”. Ma di questa malattia finale, però, non aveva mai fatto cenno. Molto riservata e piena di spirito di presenza – sino all’ultimo.

    Ecco: sto terminando questo mio ricordo, al primo avvento del giorno 8 gennaio 2015. Fra altre, poche ore, parteciperò al suo funerale, alla chiesa di Santa Maria in Campitelli, alle ore 12,00. Ciao Elisabetta, sarà un vero dispiacere girare per mostre e non incontrarti più.