TvBoy: Arte è bello. Ma Street Art è ancora meglio

    Salvatore Benintende, in arte conosciuto come Tv Boy, è uno street artist di seconda generazione, venuto alla ribalta nei primi anni Duemila con l’ondata di arte di strada italiana più ironica e scanzonata, meno ideologica e più ludica, di cui si è avuta ampia rappresentanza nella celebre mostra milanese “Street Art Sweet Art”. Il suo personaggio principale, divenuto in breve una sorta di “marchio di fabbrica” dell’artista, oltre che il suo stesso alter ego, è un personaggio-bambino con la testa a forma di televisore, simbolico e ironico specchio della società dello spettacolo integrato teorizzata da Guy Débord nei tardi anni Cinquanta, e venuta definitivamente a compimento negli anni del Pop diffuso e invasivo di questi ultimi decenni.

    Una lunga carrellata di personaggi-Tv Boy replicati in ogni salsa e in ogni declinazione possibile e immaginabile, dalla strada alle magliette ad ogni sorta di oggetti d’uso quotidiano, quasi a ripetere coattivamente il sogno pop di Andy Warhol dell’arte replicata ovunque e in ogni possibile contesto, hanno contraddistinto la pratica pittorica dell’artista, che nel dialogo a distanza con i suoi maestri ideali li ha spesso citati ed imitati in maniera esplicita e dichiarata, in ironiche ripetizioni di stili e tecniche mutuati dal grande calderone della storia delle avanguardie artistiche.

    Negli ultimi anni, Tv Boy ha affinato il suo stile, concentrandosi spesso su ritratti di personaggi pubblici o particolarmente significativi dell’immaginario culturale, politico o sociale contemporaneo, eseguiti con uno stile fortemente caratterizzato, nel quale mescola un realismo stilizzato che risente della lezione della pratica stencil tipica della street art, sovrapposti a pattern che richiamano, in maniera ossessiva e ripetuta fino allo sfinimento, il suo personaggio principale, quasi a creare una cornice di decorazione rigorosa e seriale al limiti dell’astrazione, dal carattere giocoso dal gusto neopop.

    In questa intervista, Tv Boy ripercorre gli anni dei suoi esordi come street artist, le modalità attraverso cui ha via via sviluppato il suo linguaggio e il suo stile, il rapporto tra pratica artistica illegale, arte “ufficiale” e lavoro sulla comunicazione diffusa, e riflette sul futuro della street art e dell’arte in generale.

    Alessandro Riva

    Salvatore, noi ci siamo conosciuto esattamente dieci anni fa, quando io stavo preparando la mostra “Miracolo a Milano” a Palazzo della Ragione. Avevo visto le tue cose in giro per Milano, e ti ho mandato una mail per invitarti a partecipare… mi racconti cosa facevi in quel periodo, e che storia avevi già alle spalle?

    Sì, ricordo bene, era la fine del 2004 e in quegli anni ero molto attivo coi miei “bombings” di Tvboy (una vera e propria invasione di stickers, posters e anche graffiti fatti a spray) in giro per tutta Milano. Ricordo che mi avevi detto che te li eri ritrovati dappertutto a Milano, Roma e altre città Italiane e per questo avevi deciso di invitarmi alla mostra al Palazzo della Ragione! Devo dire che la strada mi ha aiutato molto e mi ha portato alla ribalta, le sono debitore. È la prova che se hai un messaggio forte e credi in quello che fai puoi saltarti tutti i vari intermediari, galleristi, critici, curatori e far arrivare direttamente il tuo messaggio al pubblico.

    Come e quando hai iniziato a fare street art?

    Ho iniziato nel 1996 a dipingere graffiti tradizionali sotto il nome di Crasto a Milano, ma la svolta vera e propria è arrivata proprio a partire dal 2003-2004, quando sono passato dalle lettere in wildstyle, dalle tag e i throwup (nel gergo del writing, i pezzi realizzati in brevissimo tempo e in maniera molto stilizzata, ndr) alla definizione di un personaggio iconico come logo-firma che è stato per l’appunto tvboy. Al ritorno dall’esperienza a Bilbao provai come pittore e artista tradizionale, ma non funzionava e capii che dovevo inventare qualcosa di nuovo di fresco e ripartire da zero, partendo dalla strada come mia galleria e canale di espressione. Allora la scena era più contenuta e conobbi per primi Pao e Ivan, con cui diventammo amici. Nacque poi una grande affinità anche con Bros, Sonda, Nais, Pus e tanti altri stret-artists milanesi e poi di tutta Italia come Blu, Sten e Lex e tanti altri…

    Da chi avevi preso ispirazione, che artisti guardavi e chi ti ha influenzato per muovere i tuoi primi passi nella street art?

    Un viaggio a Barcellona, sempre nel 2004, mi fece scoprire quello che io definii allora il ‘Mediterranean style’: immagini semplici e coloratissime coi contorni fat e linee semplici, e icone immediatamente riconoscibili. Erano le vacanze di Natale e avevo deciso di andarmene da solo all’avventura a dipingere, fu un periodo molto bello e tutto mi sembrava nuovo, in quegli anni poi non era ancora entrata in vigore l’ordinanza municipale del 2006, perciò a Barcellona si poteva dipingere tranquillamente e ovunque anche senza alcun permesso. Conobbi gente incredibile come i London Police, Pez, Btoy, Lolo, Jorge Rodriguez Gerada e tanti altri artisti locals… a quei tempi non c’era ancora Facebook, c’era Fotolog, che era un sorta di precursore di Facebook, dove si poteva postare una foto al giorno e poi tutti venivano a commentarla… in questo modo si sono create le prime comunità di street artists e dopo poco ci si conosceva tutti. Sta di fatto che mi innamorai della scena artistica di questa della città meravigliosa, ma soprattutto mi innamorai… di una ragazza barcellonese, con la quale iniziai una fantastica storia d’amore che dura tutt’ora (sono ormai più di dieci anni che stiamo di insieme).

    Che caratteristiche aveva Tv Boy, il tuo tipico personaggio con la testa a forma di televisore? Quando l’hai creato e da che suggestioni partiva?

    Roberto Saviano posa davanti al suo ritratto eseguito da Tv Boy a Milano

    Roberto Saviano posa davanti al suo ritratto eseguito da Tv Boy a Milano

    Allora, nel 2003 al Politecnico Bovisa feci la mia prima mostra, recuperai vari televisori scassati e ci dipinsi sopra diverse facce con degli stencils. Poi li andai a fare per le strade di Milano e la gente iniziò a chiamarmi “il tipo delle televisioni”, quindi mi stancai degli stencils perché mi sembravano poco personali e cominciai a stilizzare i primi prototipi dell’attuale Tvboy, dei personaggini facili da disegnare a mano libera con uno spray o un marker, in modo da limitare i tempi di esecuzione su strada soprattutto per evitare che la polizia mi beccasse.

    Già dal nome, Tv Boy è in fondo un personaggio un po’ datato, figlio cioè dei nostri tempi, ovvero di quelli che sono nati e cresciuti con la televisione, le serie tv, i cartoni animati in tivù etc: cosa diversa dagli attuali ‘nativi digitali’, che nascono invece con internet e coi social network. In che modo si è evoluto il personaggio col passare del tempo? Pensi che sia ancora attuale, nonostante la sua peculiarità pre-digitale, o pensi che sia proprio la sua natura un po’ “vintage” a renderlo affascinante ancora oggi?+

    Io credo che tvboy sia atemporale, fa simpatia alla gente e si ricorda facilmente, ormai ha acquisito una sua vita propria. Chi l’avrebbe mai detto! Nel 2001 feci un viaggio in Andalusìa e feci amicizia con una mezza cartomante e medium che mi disse che mi sarei trasferito in Spagna e sposato con una spagnola, che avrei viaggiato molto per lavoro e che avrei inventato qualcosa di nuovo che mi avrebbe dato da vivere. Per vari anni mi scervellai per capire cosa avrei potuto inventare, solo dopo capii che si riferiva proprio a Tvboy…

    Già al tempo di ‘Miracolo a Milano’, avevi esposto delle tele in cui “parodiavi” lo stile di pittori celebri, da Magritte a Pollock fino a Mimmo Rotella. Il tuo lavoro era cioè rivolto non solo all’universo della street art, ma “dialogava” già col mondo dell’arte “ufficiale”. In che modo si è evoluto, nel tuo caso, questo rapporto dialettico tra i due universi, spesso lontani quando addirittura non confliggenti, della street art e dell’arte con la “A” maiuscola?

    Non sono del tutto d’accordo con questa distinzione in quanto per me il cosiddetto movimento della “street art” con i suoi esponenti è un’espressione dell’arte contemporanea altrettanto nobile quanto lo può essere la cosiddetta arte con la a maiuscola. Ciò che cambia è che messa per strada, è un’arte gratis, regalata, un’arte per tutti ed effimera… La stessa espressione artistica, poi, se messa su un supporto ‘mobile’ e autentificata dall’autore acquisisce invece uno status diverso, un valore economico e commerciale. È come la vita con le sue dicotomie e contrasti, o bianco o nero, o niente o tutto, o zero o un milione. Penso al trafugatore danese di opere di Banksy che paga delle persone per farle staccare dai muri ma che fortunatamente non è ancora riuscito a piazzarle sul mercato in quanto manca l’autentica da parte dell’artista…

    Due anni dopo ‘Miracolo a Milano’, nel 2007, hai partecipato alla mostra, sempre curata da me e fortemente voluta da Sgarbi (all’epoca Assessore alla cultura) ‘Street Art Sweet Art’, al Pac di Milano, prima mostra in museo pubblico sul fenomeno della street art. Credi che quello sia stato in qualche modo uno spartiacque tra un “prima” e un “dopo” per la street art italiana? Come è cambiata e come si è evoluta dopo il 2007 la street art in Italia?

    Sì, per anni noi “urban artists” ci siamo mossi nell’anonimato, praticamente non ci cagava nessuno, è stata la prima volta che ci siamo resi conto sia noi artisti sia gli addetti ai settori del forte interesse che c’era su questo movimento. Nessuno si aspettava al Pac gli oltre quattromila visitatori dell’inaugurazione e tantomeno i sessantamila visitatori che sono accorsi nel mese successivo… ricordo che all’opening la gente si schiacciava contro le porte e spintonava e si faceva male per entrare. Dovettero pure chiamare più ambulanze. Difficile invece dire come si evolverà la situazione, siamo maturati su molti aspetti, ciascun artista ha seguito la sua strada, ognuna è diversa e allo stesso tempo lecita e solo il tempo potrà decidere…

    Vedi un processo evolutivo della street art negli ultimi anni, o vedi il rischio di una sorta di impasse, se non addirittura di stagnazione?

    No, non c’è alcuna impasse, diffido di chi lo dice, vuol dire che è rimasto fuori ed escluso e per questo gli rode e ne parla male. Nuove generazioni di artisti più giovani , con talento, con più energie rispetto a noi “vecchietti” son venute fuori. È inevitabile, fa parte della vita, o ti rinnovi o muori e il mondo è libero. Se penso a Barcellona penso all’amico Aryz che è giovanissimo e sta facendo dei murales enormi in tutto il mondo. Se penso ai nostrani c’è agostino Iacurci che ha un segno suo e sta girando il mondo o Alicè tra le ragazze che è bravissima! Inoltre sta uscendo roba nuova diversa, gli Urban Solid con le sculture, il grande Clet Abraham coi suoi cartelli modificati, tra gli artisti internazionali c’è Slinkachu con le sue foto degli omini, Mark Jenkins… ce ne sono moltissimi e davvero bravi, basterebbe farsi un giro su Google per scoprirli…

    Tu dal 2005 ti sei trasferito definitivamente a Barcellona, dove vivi tutt’ora. Vedi delle grosse differenze con l’Italia dal punto di vista del rapporto e dell’accoglienza dei creativi e degli artisti da parte di istituzioni, aziende e strutture sociali?

    Sì, ma in bene, ora che lo vedo un po’ più da fuori, in Italia abbiamo un patrimonio artistico unico e straordinario, possediamo il 65% del patrimonio artistico mondiale, potremmo battere il mondo intero, siamo un paese di creativi e sognatori e con un gusto speciale, non per niente il made in Italy è riconosciuto in tutto il mondo come sinonimo di qualità… ci manca solo alle volte un po’ di organizzazione, ci perdiamo in chiacchere e poi ci perdiamo nei piccoli dettagli organizzativi… a Barcellona non c’è tutto il patrimonio artistico che c’è a Milano ma giusto per farti degli esempi sono così bravi a “vendere” mediaticamente l’immagine di Gaudí, di Dalí, di Picasso e di Miró che in pochi anni Barcellona sta diventando la capitale turistica dell’Europa… certo anche il mare e il clima aiutano… Pensa che ci sono tre paesini, Figueres, Cadaqués che vivono praticamente di Dalí… lo stesso per il lavoro, i catalani sono gente semplice ma lavoratrice, organizzata e pragmatica…

    Negli anni recenti, il nome Tv Boy è diventato una vera e propria griffe, con tanto di marchio registrato. Ci spieghi questa scelta, che trovo simbolica di molta evoluzione della street art in fenomeno trasversale e meno conflittuale rispetto alla società dei consumi?

    Io ho sempre pensato che esistono due tipi di pubblico: pochi che possono comprare arte (perché se la possono permettere) e la maggior parte della gente che invece non se la può permettere, dunque quello di lavorare anche con prodotti ‘popolari’ è una scelta consapevole e un modo per me di arrivare a un pubblico più ampio… un modo per ‘parlare’ ai ragazzi che non possono certo permettersi di comprare un mio pezzo ma in compenso possono prendersi un diario, una cover, uno zaino, delle cuffie, una usb, delle ciabatte o delle magliette con su i miei disegni… Haring fu un mentore in questo, fondò il Pop Shop a New York negli anni Ottanta, e regalava sempre le sue spillette ai ragazzi che andavano a vedere i suoi murales. Spesso sono stato criticato per questo tipo di progetti, ma a differenza di tanti altri sono sempre stato coerente con me stesso e seguo la mia idea che l’arte debba aprirsi al grande pubblico e togliersi la puzzetta da sotto il naso.

    In che modo hai strutturato il tuo lavoro attuale, tra commissioni per le aziende, produzione di gadget, mostre d’arte e lavoro sulla strada in senso stretto, e come pensi siano conciliabili questi aspetti, in apparenza così diversi e spesso addirittura contrastanti?

    A questa domanda ti rispondo con una frase di Marco Aurelio: “quando al mattino ti svegli e non hai voglia di alzarti ricordati questa frase: io mi sveglio per compiere il mio mestiere di uomo. il mestiere di uomo per me vuol dire vivere la vita intensamente e nella speranza di lasciare tra tutto quello che ho fatto qualcosa che venga riconosciuto e che rimanga anche dopo di me”. Io non vedo le differenze tra generi che tu menzioni, sono solo diverse sfaccettature di un’unica professione, la mia, e di un unico marchio di fabbrica che è appunto tvboy®.

    Credi che abbia ancora senso parlare di Street Art, o siamo di fronte a una nuova mutazione del fenomeno e un rimescolamento delle carte tra i diversi linguaggi creativi?

    Sì, è vero, il genere è mutato molto, ma le definizioni servono solo per capirsi, non è importante come lo chiami, se graffiti, graffitismo, post graffitismo, arte di strada, arte urbana, art de rue o da rua o arte callejero o strassen kunst o urban art o street art, è sempre la stessa roba! L’importante è che esista e che ci abbia offerto grandi artisti e un po’ di novità e freschezza nello stagnante mondo dell’arte contemporanea con i suoi ermetismi e degenerazioni concettualoidi, prima che arrivasse il vento fresco della street art non erano che quattro gatti presuntuosi che si parlavano solo tra di loro… noi abbiamo aperto la strada a un pubblico diverso, più ampio, più variegato e popolare.

    Credi che in generale abbia ancora senso la pratica illegale, e nello specifico del tuo lavoro riesci ancora a praticarla, o è passata un po’ in secondo piano tra le tante commissioni, mostre, partecipazioni a festival etc.?

    Sì, perché è l’essenza stessa della street art. Certo se hai il permesso, i colori pagati e un bel braccio meccanico di 20 metri puoi fare un gran lavoro e probabilmente rimarrà li per molto dato che costerebbe di più farlo cancellare da un imbianchino rispetto al cachet d’artista che ti hanno riconosciuto per realizzarlo. Ma… vuoi mettere con la sensazione di arrivare in una città nuova in cui non sei mai stato con una borsa con dentro 500 stickers e iniziare a invadere tutti i pali e i retri dei cartelli stradali della città? O girare la notte nelle vie del centro con un marker nel taschino o con dei poster e una scopa attaccata a un palo estensibile e un secchio di colla… col tempo ho imparato a sapere dove intervenire e a rispettare i luoghi, a intervenire in posti abbandonati o già deteriorati… ma l’adrenalina della street art nella sua essenza non ha prezzo e non ha rivali. È vero che ora ho meno tempo da dedicargli rispetto ai miei esordi, ma è un lusso e un piacere che ogni tanto amo concedermi… la street art però la devi fare senza volere niente in cambio, è allo stesso tempo uno spazio rubato e un’opera regalata…. In più è effimera per essenza, nessuno sa quanto durerà prima che la si stacchi, rubi, o venga coperta di grigio.

    Dal punto di vista stilistico, negli ultimi anni il tuo lavoro è molto cambiato, diventando meno giocoso e più maturo sul piano formale, con un occhio all’estetica pop rimescolata coi toni vintage della comunicazione pubblicitaria e propagandistica che va dagli anni Trenta fino ai Sessanta, in un crescendo ipertrofico di citazioni, appropriazioni, campionamenti, mash-up e più o meno espliciti omaggi ad artisti e creativi del passato. Perché questa scelta, e in che modo è andata maturando nel tempo? Ci racconti lo sviluppo del tuo lavoro più recente, quello che hai in mostra a Milano in questi giorni?

    Questa mostra, che si intitola “Urban Vintage”, è il risultato della mia ricerca degli ultimi 5 anni… è una selezione di opere unite dal mio amore per le texture della strada (di qui urban) e gli affiches pubblicitari degli anni 30-60 (di qui vintage). C’è chi dice che la mia opera è maturata e chi che ha perso freschezza. Io so solo che mi piace cambiare per non annoiarmi e per non annoiare… e rinnovarmi e presentare idee nuove, per le prossime mostre ( gia in programma a montecarlo, londra e miami) ho gia nuove idee e sto sperimentando un nuovo stile, vorrei recuperare la freschezza dei miei esordi…

    Tvboy | Urban Vintage

    dal 24 febbraio al 2 Marzo 2015

    Mondo Arte | Miniaci Art Gallery

    Via Brera 3, Milano

    Special Event per Annex | La Rinascente

    24 Febbraio – 9 Marzo 2015

    Via santa Radegonda 10, Milano
    suo mondo “Urban Vintage”.