Gary Hill: “La realtà? Just a space of Love”. E noi siamo solo una parte del tutto

    di Maria Dolfini

    “L’arte? L’arte e la vita sono intercambiabili; davvero è tutto quello che so fare: vivere!”. Sorride, Gary Hill, a una domanda che gli è stata posta più e più volte. Ha un fare simpatico, i capelli legati con un codino, la camicia larga e sbottonata, jeans e uno sguardo accattivante, profondo di chi ha visto tanto e ha tanto da raccontare. Ha un viso rilassato, felice e sereno; dà l’impressione di un uomo qualunque, senza pensieri, ma non lo è. A 63 anni, è uno dei grandi artisti internazionali che ha segnato la storia della videoarte e della sperimentazione concettuale degli ultimi decenni: uno stile e un linguaggio inconfondibile e unico, che mescola incessantemente sperimentazione visiva, sonora, linguaggio parlato e scritto, monologhi, testi poetici e ragionamenti filosofici, fenomenologia e semiotica. Le sue opere sono presenti nei musei di tutto il mondo, dal Pompidou al Guggenheim al Whitney Museum. Ora è a Milano, per presentare la sua ultima mostra personale alla Galleria Lia Rumma, aperta fino al 20 aprile. Una mostra composta da grandi videoinstallazioni che sono una sfida continua a ragionare sul delicatissimo rapporto esistente tra percezione visiva e sonora, sulle complesse interazioni tra linguaggio parlato e scritto e le nostre strutture mentali. Difficile, quasi impossibile descrivere con le parole i suoi video, che appaiono insieme come occasione di sospensione della ragione e riflessione sul reale, momenti di tensione esistenziale, fusione col tutto e svelamenti, insieme istintivi e razionali, circa l’esistenza di altri piani percettivi.

    Gary Hill giovane scultore negli anni Sessanta

    Gary Hill giovane scultore negli anni Sessanta

    Gary Hill considera la sua arte più legata a un “experimental impulse”, l’istinto sperimentale, piuttosto che animata da interessi teorici e teoretici. “Art is conscious life”, dice: l’arte è vita cosciente, è trasporre in un linguaggio comune – il video, il suono e il linguaggio – un’esperienza mistica, un’estasi ineffabile e inconsapevole. Estasi in quanto profondo senso di alienazione e insieme di consapevolezza sul reale: un’improvvisa epifania che può essere raggiunta tramite un’esperienza come quella dell’acido lisergico. E infatti è proprio sotto Lsd che Gary Hill ha provato le sensazioni che sono oggetto e soggetto dell’installazione Depth Charge, presentato da Lia Rumma: “Just a…  a reality that can’t be… can’t  be defined by dimension or lines, words, or something. It’s just a space of love, LOVE”, “Solo una realtà che non può essere definita da una dimensione o da linee, parole o altro. È solo uno spazio d’amore, d’amore”. E ancora, per usare sempre le sue stesse parole;: “Uno spazio straordinario, dove c’è tutto ciò che non posso dire. Non sono necessariamente io, io non so chi sono. Ma tutto questo è reale”. In più occasioni l’artista ha annoverato nell’elenco degli eventi che hanno maggiormente influenzato la sua vita l’esperienza con le droghe – e in particolare con Lsd –, il surf, il vedere la figlia Anastasia nascere (ora ha anche un figlio di un anno, Anton Lumen Hill), l’arte e il processo confuso e incoerente dell’innamoramento (“psychotropic experiences, surfing, seeing my daughter being born, art and the whole rigamarole of falling in love“).

    Dal surf all’arte

    Gary Hill, Klein Bottle, 2014

    Nato a Santa Monica nel 1951, Gary Hill cresce con la passione dello skateboard e del surf; quest’ultimo non lo abbandonerà mai e continuerà ad essere riprodotto in molte sue opere. Il suo primo incontro con l’arte avviene nel 1966, quando Anthony Park, fratello di un amico di infanzia, gli mostra delle sue sculture. Da quel momento, Gary inizia a dedicare la maggior parte delle sue giornate a lavorare il metallo e a risparmiare per comprare il necessario (“A quel tempo”, ricorda, “facevo un lavoretto estivo in un baracchino che vendeva hamburger per i surfisti sulla spiaggia, e così ho potuto metter via i soldi per comprare barre per la saldatura – welding tanks – e ho cominciato a lavorare il metallo. Da quel momento, ho cominciato a scolpire in tutto il mio tempo libero, a parte quando mi dedicavo al surf, che è sempre stata una mia grande passione”). Nello stesso periodo, l’artista assume il suo primo acido, che, insieme alla costante del surf, influenzerà i suoi lavori sia a livello implicito che esplicito: come risulta appunto evidente in Depth Charge, l’installazione che dà il titolo a questa mostra e che rappresenta appunto il culmine del suo percorso di esplorazione e fusione tra arte e sospensione mistico-sensoriale.

    L’esperienza con le droghe, e in particolare con l’acido lisergico, ha segnato infatti gran parte della sua vita, della sua percezione del mondo e quindi della stessa indagine sull’arte. L’artista vi combina due aspetti già presenti in lavori precedenti. La proiezione è una componente messa specificatamente a punto per la performance Varèse 360, in cui il musicista e compositore Bill Frisell suona alla chitarra elettrica Le Grand Sommeil di Varèse. Cinque display a schermo piatto, posizionati sul pavimento, mostrano l’artista disteso a terra nel suo studio, alle prese con un’inebriante dose di Lsd, che vede come il rovescio della medaglia di un altro lavoro recente The Psychedelic Gedankenexperiment, in cui l’esperienza psicotropa è rivendicata dall’artista come un oggetto ritrovato e paragonabile a grandi opere d’arte nel tempo. Qua, in Depth Charge, l’artista è raffigurano in un dialogo surreale intenso, ripreso da diversi punti di vista, tra lui e la moglie, Magdalena (Szczepaniak) Hill, l’“interlocutore”. Un dialogo che giustamente, e non a caso, è stato definito “beckettiano”, per il senso di straniamento e di totale sovversione del reale che trasmette. La reazione di Gary Hill agli effetti dell’acido lisergico sembra l’esatta trasposizione visiva e sonora di quello che già Aldous Huxley, nel suo famosissimo “Le Porte della Percezione”, scriveva, quando raccontava di come, sotto l’effetto dell’acido o della mescalina, vedesse gli oggetti con un’intensità e una tensione del tutto differenti: “Importante era che i rapporti di spazio avevano cessato di avere gran peso e la mia mente percepiva il mondo in termini diversi dalle categorie di spazio”, scrive Huxley. “Lo spazio era sempre là, ma aveva cessato di predominare. La mente si interessava, soprattutto, non di misure e di collocazioni, ma di essere e di significato”. E proprio a questo testo allude con intento parodistico e ironico un lavoro precedente, Site Recite (un prologo), 1989, in cui viene citata la frase “Dormitories of Perception”.

    Gary Hill

    Oltre l’umano

    Ma ecco come nasce Depth Charge. Una sera di qualche anno fa, Gary ingerisce nel suo studio, a Seattle, una dose di 500 grammi di Lsd – tenendo conto che una dose normale va dai 100 a 150 grammi – e vi rimane sotto effetto per circa 15 ore. La sensazione era amplificata all’inverosimile, caricata e portato all’eccesso, la quantità assunta lo aveva fatto uscire dai parametri delle precedenti assunzioni. La sua opera trasmette in maniera fortemente emotiva il senso di rapimento estatico, di sovvertimento e totale capovolgimento dei canoni di ciò che consideriamo “reale” e un completo oblio di sé. L’assolo di chitarra e il gioco di suoni di sottofondo trasmettono, a livello sonoro, un senso di esistenza “altro” connaturato ad energie cosmiche sconosciute al mondo fisico, di un ritorno a uno stato primordiale, a un differente livello di esistenza; quasi un richiamo al nucleo originario preesistente all’essere, alla terra come generatrice della vita. Lui stesso, racconterà, era come se avesse “cessato di esistere come individualità”: il suo essere profondo abbracciava il tutto, il cosmo, l’assoluto albergava nel suo corpo, i cui stessi confini fisici si erano fatti ormai inesistenti e illimitati. “Non avevo più gli occhi”, racconta Gary Hill: “tutto l’universo faceva parte di me”. Tornano ancora in mente le parole di Aldous Huxley, quando racconta di come si sentisse tornato “in un mondo dove tutto brillava di luce interiore, ed era infinito nel suo significato”. “This is the very beingness of beingness”, “Questa è la vera essenza dell’essere”, dice ancora Hill all’interlocutore, sotto l’effetto dell’acido. Ma la telecronaca – spietata nella sua sincerità immediata – della sua esperienza ripresa “dal vivo” ci racconta anche l’ineffabilità, l’incapacità di esprimere tale circostanza: “Because, you know… right now, this is a kind of psychedelic thing…”, balbetta infatti l’artista, “No, it’s, it’s… it’s just, it’s, it’s… It’s zoomed out of behavior”, “è, è… va oltre il comportamento umano”. La sconvolgente “presa diretta” della telecamera non è un documento etnografico sull’effetto della droga, ma una riflessione che comporta la partecipazione diretta e emotiva dello spettatore e che mette in risalto i limiti dello stesso linguaggio ad abbracciare la complessità del reale: limiti cui bisogna sopperire con sensazioni sonore, tattili, visive. Quei limiti che solo l’arte ci aiuta a varcare.

    Quando il nostro protagonista inizia a sentire il bisogno, prettamente umano, di andare in bagno, prende a gattonare, indeciso e terribilmente combattuto fra una dimensione eterea, anti-individualistica e globale dell’Io, e l’istinto urgente e terreno che lo ridimensiona nello spazio limitato del corpo, al confine del finito. Magdalena entra nello studio mentre Gary è all’apice dell’effetto e inizia a realizzare un video col telefono. Poi il telefono si scarica, allora prende quello del marito e cambia prospettiva. Cominciano un dialogo surreale e delirante, finché Magdalena non si addormenta e lascia il marito continuare il suo viaggio mistico.

    La proiezione sulla parete sovrintende e abbraccia il resto dell’opera da dietro. A sinistra il chitarrista Frisell è la trasfigurazione di un sorta di “guardian angel”, mentre la figura indefinita e inquietante sulla destra – a cui molti hanno associato “la figura di una madonna eterea” – non è altro che il risultato di fenomeni elettronici astratti, modificati e realizzati dalle macchine. È proprio l’ambiguità delle raffigurazioni, la possibilità di trasfigurazione o di interpretazione difforme di una stessa immagine, a costituire una delle costanti del lavoro di Gary Hill. Il coinvolgimento attivo ed emotivo dello spettatore nell’interpretazione del lavoro è del resto una delle chiavi di lettura della sua opera.

    Gary Hill

    Il linguaggio come metafora

    È dalla meta degli anni ’70 che l’artista inizia a realizzare video e video-installazioni, complesse e spesso scenografiche, in grado di coinvolgere attivamente lo spettatore. Tutto Il suo lavoro indaga le modalità di percezione, la diversità dei linguaggi (parlato, scritto, gestuale) e le dinamiche scaturite dalla combinazione di elementi visivi e sonori generati elettronicamente. Il riferimento al suono è una costante nella sua opera e una continua ricerca affascinante. “Ho iniziato a interessarmi prima al suono”, dice: “ho infatti scoperto che le sculture producevano suoni interessanti con timbri assai diversi”. Confessa che non c’è nulla che lo affascini di più dell’illusione sonora. Infatti all’illusione ottica si può dare un senso, si può osservare, rigirare, concettualizzare. La nostra mente è più predisposta ad accettarla. L’illusione sonora, invece, “non si vede”; si sente, ma non si riconosce. È un mistero che rimane inspiegabile perché non desta attenzione, non è esplicabile razionalmente, non è traducibile in un linguaggio scritto o parlato.

    È proprio sull’illusione sonora che Pacifier (2014), opera anch’essa in mostra da Lia Rumma, è costruita. L’artista gioca sul tema del doppio e inscena una bomba, Fat Man, usata per il bombardamento di Nagasaki, dandole allo stesso tempo il titolo di un ciuccio per bambini in inglese. Al contempo si crea un evidente contrasto sul piano del significato tra il confortante, innocente vitalismo della figura materna e il micidiale strumento di distruzione. L’infrangersi di Pacifier indica la precarietà, la fragilità di ogni equilibrio. Il suono che accompagna l’opera è appunto un estenuate sibilo, il rumore opaco di una bomba che cade. Ma l’illusione sta nel fatto che il rumore non sta “cadendo”, non scema o si affievolisce: è sempre uguale e mantiene la stessa tonalità, ma noi lo percepiamo come un lento e ineguagliabile declino.

    L’attenzione di Gary Hill per il linguaggio è una costante che torna sempre nel suo lavoro. Fortemente influenzato dalla lettura delle riflessioni sul linguaggio di Heiddegar e dai romanzi filosofici di Maurice Blanchot (il video The Incidence of Catastrophe è infatti una revisione personale del romanzo filosofico Thomas The Obscure di Blanchot), l’artista intercala le sue performance di parole enunciate e scritte, talvolta inframmezzate o avvolte e sottolineate da silenzi profondi. Il linguaggio diventa così, nel suo lavoro, la forma di espressione capace di costruire un legame, un contatto fra l’artista e il suo pubblico, evidente in Around & About del 1980: il linguaggio, parlato e scritto, inscena, con il racconto per immagini, un dialogo frammentario e di forte impatto con lo spettatore. “Quando tengo conferenze o lezioni”, dice l’artista, “faccio quasi sempre vedere per primo Around & About, senza nessuna introduzione o spiegazione. Questo mi permette di aprire un dialogo fluido tra me e il pubblico”. In ogni suo video, sembra che Gary Hill non possa fare a meno di calare ogni pensiero in un linguaggio specifico, in una rete di significato che cerchi di raggiungere la struttura più profonda del reale.

    Gary Hill, Learning Curve (Still point), 1993.

    Happenstance (1982-1983) è l’opera che meglio rileva la tensione esistente tra parola, immagine e suono. In Happenstance, infatti, la parola e l’immagine si incontrano in qualche luogo al margine dell’intellegibile e sfidano di continuo il ruolo comunicativo sia del dire che del mostrare, rendendolo un lavoro “hyperdimensional”, nel senso che  simultaneamente  ha luogo sia in una dimensione sensoriale che in una cognitiva. Si apre, in toni quasi aggressivi, con le figure di un quadrato, un cerchio e un triangolo, accompagnate rispettivamente dalle parole “this”, “that”, “and the other things”, e da un suono vibrante e penetrante. Segue una sorta di sfilata di lettere, parole e numeri, manifestazione delle cose che succedono e che cambiano in continuazione. La voce dell’artista accompagna e commenta quello che succede (what is happening), non rivolgendosi a qualcuno in particolare ma ad un potenziale ascoltatore/osservatore: “Things are going to happen, happenstance”, “Le cose sono in procinto di accadere, casualità”, e ancora “standing in the thick of things like stick in the mud”, “ In piedi nel bel mezzo delle cose, come bastoncini nel fango”. Le parole scivolano sullo schermo, scorrono da una parte all’altra, all’interno di un triangolo bianco, scandagliato su uno sfondo nero; finché non perdono consistenza e mutano forma, trasformandosi in fango, e altre figure amorfe (sembrerebbero apparire per pochi attimi delle stelle, un uccello, un pesce, un serpente e forse una tartaruga). I suoni sono estremizzati, acuti e allungati, volti a penetrare la mente dell’ascoltatore e a trasportarlo in una dimensione parallela, fatta di voci e lettere. Dopo una metamorfosi incessante e continua, i caratteri si ricongiungono e formano un albero di lettere, dalle cui foglie cadono vocali e consonanti, che spesso formano parole sul suolo. “Teaching the body mind to be taught to talk with your mouth open”, il concetto di parola viene estenuato in un poliptoto infinito e l’ascoltatore è portato a immaginare di poter riprodurre parole anche a bocca aperta. Gary rivolge l’attenzione alla caducità dei significati delle parole all’interno della natura del linguaggio.

    Gary Hill, Remarks on Color, 1994

    Parole, musica, silenzio

    “Le parole stanno arrivando, ascoltale, nulla le circonda, sono aperte, non parlano d’altro che di se stesse ma con perfetta logica… le sto pronunciando, le sto buttando fuori… sono sedute come cervi in un campo, se mi avvicino a loro troppo in fretta cadono nel rapido vortice delle cose…”. Nel video, infatti, le parole cadono senza meta, fluiscono dall’alto al basso come cascate, o meglio docili e delicate, come petali di margherite, in un ambiente idilliaco, buio ma solare, rassicurante. Dopo il ritmo frenetico e inquietante delle visioni precedenti l’immagine diventa zen, serena e pacifica, orientale nella sua calma. I suoni vengono sublimati, resi acuti allo stremo fino a creare un senso disarmonico, paradossale, quasi irreale. Le parole si fanno sempre più rade, la musica si affievolisce e addolcisce, la voce dell’artista stenta a farsi sentire finché non scompare. Ecco allora il silenzio, quasi evocato dal pubblico che, riempito di fatti, parole e pensieri fino all’apice della capienza, accoglie con una sorta di sollievo la pausa riflessiva.

    Il silenzio, per Hill, ha grande importanza, serve a sottolineare la parola, a confinarla e darle un contorno, a evidenziarla nel vuoto di sottofondo e quindi a darle consistenza. Non c’è suono senza silenzio, non c’è parola che non sia vitalizzata dallo spazio vuoto che la accerchia. Lui stesso lo dice: “Silence is always there, there is silence when I start to take a breath, when I see breath-taking things…”, “il silenzio sta sempre lì, c’è silenzio quando inizio a prendere respiro, quando vedo lo spettacolo mozzafiato delle cose…”.

    Silenzio, parola, linguaggio, visione: sono, in qualche modo, le parole-chiave del lavoro di un artista che, con le sue opere, ha sovvertito i canoni della videoarte. Come il linguaggio, è la stessa esistenza che porta con sé una carica di fatale ambiguità, secondo una concezione poliprospettica del reale: ci troviamo di continuo di fronte a infinite scelte e possibili vie da percorrere; e, se ne si sceglie una, non si potrà mai venire a conoscenza delle altre. Così recita Gary in Around and About: “It could have gone another way”, “sarebbe potuto andare in un altro modo” – “a completely different way, a way that’s never been before but that’s a given”, “in un modo completamente diverso, un modo che non è mai esistito prima ma che è un dato di fatto”.

    Gary Hill | Depth Charge

    Galleria Lia Rumma

    Via Stilicone 19, Milano

    26 febbraio – 20 aprile 2015

    http://www.liarumma.it/