Catania, otto silos dipinti per la città. E non per la gloria della politica

    di VladyArt

    Da oltre mezzo secolo dominano lo skyline della città, in particolar modo il porto e l’ingresso da sud. Un ambizioso progetto iniziato a giugno sta cambiando totalmente l’aspetto industriale del sito. Pochi street artist saprebbero rinunciare alla tentazione di “provarsi” su un intero silos. Pochi possono dire di esserci riusciti. A Catania ben 7 degli 8 enormi serbatoi sono stati dipinti in 10 giorni di estenuanti lavori.

    L’idea di mettere le mani (e i colori) sul porto nasce dall’incontro tra Angelo Bacchelli (Assessorato ai Saperi e Bellezza condivisa del Comune di Catania) e Giuseppe Stagnitta (Emergence Festival). Questa volta però si riesce – con una operatività non esattamente consueta per la città – a tramutare il sogno in progetto, nonché il progetto in colossali opere finite. Grazie all’indispensabile supporto di Autorità Portuale di Catania, Assessorato e del Festival iART, in poco più di due mesi si è riusciti a ingaggiare alcuni tra i più noti street artist mondiali e a predisporre le concessioni e i mezzi per poter iniziare. Il plesso, che ancora funge il ruolo di contenitore per i cereali in uscita e in ingresso per l’isola, vedrà a settembre il contributo artistico (sul rimanente silos fronte città e sui silos fronte mare) del portoghese Whils e di altri nomi da confermare.

    Questa prima elaborata sessione si è dunque conclusa con gli interventi di 8 artisti: il duo ucraino Internesni Kazki, gli spagnoli Okuda e Rosh333, l’artista romano Danilo Bucchi, la coppia storica Microbo e Bo130 (Catania e Milano) e VladyArt, cioè il sottoscritto, che gioca in casa. Quanto alla cronaca e alla critica di questi lavori, da me che ne ho fatto parte, non può certo venire il più scontato né il più oggettivo degli articoli.

    Partirei dal contesto isolano e la street art. La Sicilia è un terreno fertile ma ancora poco esplorato. L’isola è visitata da parecchi artisti “forestieri”, in missione come moderni coloni inglesi in Africa. Di artisti la Sicilia ne importa molti ma ne esporta tutt’ora pochissimi. Gli street artist continentali vengono volentieri su chiamata per fare andare in visibilio i ragazzi locali, speranzosi di farvi amicizia. Mi sembra ancora un rapporto impari, non tra pari. Aumentano i fruitori, gli interessati, pure gli adepti. Aumentano gli eventi, gli incontri e si illuminano le menti di coloro che intendono restaurare, con il colore, le periferie degradate. In questo polverone, ci capita di muoverci con un certo imbarazzo. E’ scoppiata la moda in città e noi che ne siamo dentro, ci spendiamo in mille precisazioni e distinguo. La street Art invece d’essere morta, qui è ancora salutata come una novità; viene percepita dalle persone (e dalle amministrazioni) in modo confuso e incerto.

    Ecco quando eventuali pasticci possono insorgere. Non ci piace la forte presenza della politica che con una mano ti allunga un saluto e con l’altra ti sottrae la scena. Mezzi, concessioni e fondi pubblici sono indispensabili per opere tanto colossali ma da queste parti non si riceve niente in cambio di nulla. Per dirne una tra tutte, questa prima rilevante trance di lavori è stata festeggiata dalla politica e raccontata dai media locali come un’opera del e per il Comune, con tanto di sindaco (Enzo Bianco, ex ministro della Repubblica) in fascia tricolore e con rullo in mano; una versione del presidente imbianchino. Chissà forse se in Corea del Nord si fa ancora arte per la gloria del presidente; di certo noi non siamo qui ad aderire al progetto per omaggiare alcun leader locale, semmai per lavorare e donare qualcosa alla comunità. È con questo spirito che prendiamo aerei, saliamo su gru, lavoriamo senza budget e per 10 ore al giorno. È la nostra vita e non ci prestiamo a favori, se non al popolo. Ma le stranezze di operare in grande e in Sicilia non finiscono qui; abbiamo ricevuto un tema di base e i bozzetti sono stati “visionati” dalla politica, nonché presentati con anticipo alla stampa. Non servirebbe ribadire che altrove la politica rimane spettatrice, non diventa protagonista di eventi artistici. I fondi a disposizione sono stati magri, ma se oggettivamente è stato un successo, è proprio per l’intraprendenza della città che risorge, per la nostra intraprendenza nel portare a termine le sfide una volta iniziate.

    La nostra “seleção” non poteva essere più diversa. È certamente un intento, perché diverse sono le scene e la natura degli artisti del mondo. Imbrigliati concettualmente nel tema “i miti e le leggende della Sicilia”, ci siamo trovati uniti nell’unico soggetto di fondo possibile: il porto, il mare, la Sicilia e i silos.

    Gli ucraini, formidabili pittori fuori dal coro e dal tempo, in modo surreale e illustrativo, hanno rappresentato una mitologia rivisitata, stupefacente e grottesca. Bo130 ha dovuto mediare e riadattare il suo “mito” non poco, per poi lanciare uno dei suoi riconoscibilissimi segni, chiamandolo “Colapesce”. Le colature effettivamente fanno come galleggiare la figura su di un blu cobalto come il mare dello Jonio. Microbo, catanese di nascita e milanese di adozione, anch’essa non ha che prestato un solo orecchio al tema dato. Il suo titolo “Scilla e Cariddi” è solo un pretesto, perché nella forma rimane una libera esecuzione tratta dal suo mondo immaginario, pulito ed elegante come un tatuaggio sul ferro arrugginito. Rosh333 parte da un bozzetto davvero basilare. Come sia arrivato a un’epica esplosione di forme e colori da un’Etna quasi satanico, rimane un mistero. Quanto sia frutto dell’improvvisazione, non ci è dato sapere. Accanto a Rosh, il suo collega Okuda invece inizia da una ricerca sul territorio, sul campo. Ha individuato una statua posta in centro, facente capo a un monumento dedicato a Bellini (un mito catanese, moderno). L’ha fotografata, stampata e proiettata per individuarne la sagoma. Poi si è messo ad una velocità record a fare Okuda, cioè a cristallizzare l’immagine rendendola personale, multicolor. Il risultato è spettacolare.

    Danilo Bucchi si è prestato con grande entusiasmo, pur venendo dalla pittura in studio. Non è più un fenomeno isolato quello che vede i pittori istituzionali cimentarsi in opere all’aperto. Io personalmente ritengo che non ci debbano essere limiti in entrata e in uscita; non sono neppure pochi gli ex writer che oggi fanno pittura in studio, per esempio! Bucchi ha vagliato varie ipotesi, per poi decidere che, se alcune rappresentazioni potessero rappresentare un problema, la città avrebbe dovuto accogliere un minotauro. Ed è uno dei suoi, come una gigantesca colata di pittura da un pennello lasciato penzolare su di una tela.

    Quanto a me, sono stato pregato di essere assolutamente me stesso, specie dai miei colleghi. Difficile missione perché stretto da espressioni pittoriche, con segno e disegno. Si era ad un bivio. Fondersi e perdersi o contrastare e rimanere integri. Ho scelto un intervento site-specific, un lavoro ad hoc che può solo avere un senso su una superficie cilindrica. Ho voluto ritagliarmi la libertà di raccontare e spammare, come farebbe la pubblicità; un’occasione per lanciare un messaggio, o più di uno. Tre barattoli, tre fantomatici prodotti impilati. Un modo per farsi leggere, non solo vedere.

    Collateralmente, il progetto Street Art Silos sarà raccontato da un film-documentario con la regia di Diego Ronsisvalle e “mappato” con la tecnologia di Google Street View.

    Sta lentamente emergendo come dal mare, un sito di rappresentazione estetica temporale di street art; fruibile, libero e decontestualizzato tra i container commerciali. Il disegno complessivo e per il futuro è quello di rendere il porto della città unicamente riservato all’arrivo di crociere e alla nautica da diporto e questo fungerà da primo biglietto da visita.

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