Botticelli a Berlino, una mostra col botto. E con una sorpresa. Di nome Tomoko Nagao

    Noi di If Magazine l’avevamo già anticipato molti mesi fa. Oggi, che la mostra ha aperto facendo già il “pieno” di visitatori, c’è la conferma che “The Botticelli Renaissance”, alla Gemäldegalerie di Berlino (e, a partire da marzo 2016, al Victoria and Albert Museum di Londra), è una di quelle mostre che non si scorderanno facilmente. Bastino i numeri e i nomi coinvolti per rendersene conto: 150 opere in totale, con oltre quaranta dipinti di Botticelli, dal Tondo Raczynski a L’altare Bardi, anticipati da una “rilettura” delle opere dell’autore della Primavera, ma svolta a ritroso: ovvero dai tantissimi “omaggi” resi degli artisti di tutto il mondo, a partire dall’attualità più stretta per tornare indietro nel tempo, fino al 1445.

    I nomi coinvolti sono un’infinità, ciascuno già con una notevole storia alle spalle: da Edgar Degas a Edward Burne-Jones, da Dante Gabriel Rossetti a René Magritte, da Andy Warhol a Cindy Sherman, continuando con Orlan, Bill Viola, David La Chapelle, Cindy Sherman e molti altri.

    Tomoko Nagao

    Tomoko Nagao

    In un parterre del genere, però, la vera novità è rappresentata dalla presenza di un’artista che, rispetto ai nomi appena citati, è ancora a dir poco sconosciuta: stiamo parlando della pittrice giapponese (ma naturalizzata italiana) Tomoko Nagao, ultima erede della cultura Superflat di Murakami e Nara, attiva da anni a Milano tra mostre sul neopop, opere di arte pubblica e design creativo (proprio il mese scorso ha presentato all’Expo di Milano una serie di tazze da tè per il padiglione Enel). I curatori hanno infatti piazzato in apertura della mostra la sua Venere che nasce, anziché da una conchiglia in mezzo al mare, da una consolle di videogioco, mentre attorno a lei si stende un mare di… marchi di prodotti (Esselunga, Barilla, Easy Jet), da cui sorgono l’ancella Ora che attende di aiutarla nella vestizione, e le moderne personificazioni dei venti (Zefiro e Clori), che però tengono bizzarramente in braccio anche una piccola Hello Kitty. La Venere di Tomoko rappresenterebbe insomma, nelle intenzioni dei curatori, una sorta di “apertura” ideale dell’esposizione, per una lettura a ritroso, appunto, che parte dalle interpretazioni più recenti e più attuali dei capolavori botticelliani per arrivare fino ai contemporanei del maestro fiorentino.

    Ma com’è avvenuto che un’artista ancora tutto sommato poco conosciuta (benché bravissima) come Tomoko Nagao si ritrovasse assieme a nomi come quelli di Degas, Magritte, Andy Warhol e Bill Viola? “Semplice”, ci spiega Tomoko: “i due curatori della mostra, Ruben Rebmann e Stefan Weppelmann, hanno scoperto il mio lavoro in rete, sui social network, e mi hanno contattato”.

    Già, forse il vero “miracolo” di questa straordinaria occasione per un’artista brava e talentuosa come Tomoko, ma ancora fuori dai grandi giri internazionali, è stato proprio questo: che il suo nome non è finito nelle mani dei curatori per camarille, spinte o “appoggi” di grandi gallerie o di curatori engagé, ma, semplicemente, perché è stato scovato direttamente sulla rete, è piaciuto, e per questo è stato scelto. Un modo di organizzare mostre che capovolge completamente la regola, purtroppo assai consolidata nell’asfittico (e assai mafiosetto) mondo dell’arte contemporanea, dell’inserire nelle grandi collettive museali solo i nomi “protetti” dalle grandi gallerie, anziché quelli degli artisti magari ancora meno conosciuti, ma più congeniali al tema della mostra stessa. Come invece è avvenuto nel caso di Tomoko.

    “Dopo che i curatori mi hanno contattato, c’è stato un lungo scambio epistolare tra di noi, per capire le ragioni e le motivazioni sottese al mio lavoro”, spiega ancora Tomoko. “Io ho spiegato che, mentre nel passato Venere era un’icona venerata e considerata ovviamente di un livello superiore a quello degli oggetti del quotidiano, oggi, con la standardizzazione delle immagini, qualsiasi icona si pone sullo stesso piano. È una conseguenza della cultura pop, e dell’appiattimento portato dalla società dei consumi. La Venere, oggi, per l’uomo comune, è null’altro che un’icona pop, esattamente come la pasta Barilla o Hello Kitty. Le differenze sono completamente sparite, annullate in un mare magnum, che appiattisce tutte le immagini a uno stesso livello di fruizione. Questo concetto è piaciuto molto ai curatori, così hanno deciso non solo di inserirmi nella mostra, ma di mettere il mio lavoro come il ‘punto di arrivo finale’ della mostra, quello più attuale, in cui l’immagine della Venere sorgente dalle acque è reinterpretata nella maniera più contemporanea”.

    Sia chiaro: nonostante la nostra (spudorata e dichiarata) partigianeria per il lavoro di Tomoko, che su IF Magazine abbiamo spesso sostenuto e apprezzato, va specificato che non stiamo affatto esagerando il suo ruolo all’interno della mostra. Anzi. Tanto per capirci: il sito internet dell’esposizione ha affiancato in home page l’immagine della Venere di Botticelli con quella dipinta da Tomoko; alla Gemäldegalerie si possono trovare poster, cartoline, locandine con l’immagine della Venere di Tomoko, da sola o accostata a quella di Botticelli; due televisioni tedesche sono venute fino a Milano a filmare l’artista mentre lavora (una, sapendo che Tomoko fa anche arte pubblica, ha voluto farle riprodurre una grande Venere dipinta a stencil su un muro di una via di Milano); “Art”, il più importante magazine d’arte tedesco, ha riprodotto la sua immagine a tutta pagina, mentre la casa editrice del catalogo, la prestigiosa Hirmer, ha usato proprio l’immagine della sua Venere come simbolo del suo stand alla Buchmesse di Francoforte, la più importante fiera del libro mondiale.

    E per finire, all’inaugurazione della mostra, riviste e magazine tv hanno fatto la fila per intervistare questa giovane e ancora poco conosciuta artista giapponese, trattandola come una novella star dell’arte mondiale. Insomma, un vero e proprio trionfo mediatico, che solo in Italia, da sempre patria delle camarille e delle mafiette, ha avuto per ora poca eco su giornali e media, troppo pigri e inetti per andare a vedere davvero cosa succede fuori dai suoi confini, se non è allineato a quello che passa il convento delle gallerie e dei curatori considerati più “à la page”.

    “Quello che mi ha colpito”, sorride Tomoko, “è che non sono stati tanto, o solo, i giornali d’arte a interessarsi al mio lavoro, quanto i giornali e le rubriche televisive generaliste: quelle di moda, di costume, di musica, o quelle specificatamente rivolte ai giovani. L’arte, da quelle parti, sembra davvero una cosa popolare e tutt’altro che elitaria”. Speriamo che lo diventi presto anche da noi.

    The Botticelli Renaissance

    Gemäldegalerie – Staatliche Museen zu Berlin

    aperta fino al 24 gennaio 2016

    www.botticelli-renaissance.de