Crocevia, percorsi incrociati dell’arte cinese di oggi al Vittoriano di Roma

    Non è facile, oggi, parlare genericamente di “arte cinese contemporanea”, dal momento che in Cina, come altrove nel mondo, sono più che mai numerose e diverse le correnti che attraversano il corpo delle tendenze artistiche della scena contemporanea. La riscoperta e la ridefinizione delle tecniche tradizionali è infatti andata in questi anni di pari passo con un approccio fortemente innovativo delle tematiche, dei riferimenti culturali e della sperimentazione linguistica in atto non solo tra gli artisti più giovani, ma anche tra quelli che hanno segnato la storia delle nuove avanguardie artistiche negli ultimi vent’anni, dispiegandosi nelle ricerche e nei linguaggi più diversi, dall’installazione, alla pittura alla scultura fino ovviamente alla fotografia e al video, in un mix dove è spesso difficile vedere un netto distinguo tra un mezzo linguistico e un altro.

    Liu Yuyuan

    Liu Yuyuan

    Meng Bing

    Meng Bing

    Tanto più interessante appare, allora, l’esperimento di una mostra come Crocevia. Arte cinese contemporanea, che viene ospitata dalla città di Roma nelle sale del Complesso del Vittoriano, nella quale si alternano, come tante piccole personali congiunte, le esperienze diversissime, ma attraversate tutte da un comune sentire di sperimentazione e di grande interesse per l’innovazione linguistica, pur all’interno di una grande tradizione linguistica quale quella cinese.

    Ecco allora il lavoro di maestri ormai ampiamente apprezzati e storicizzati in Cina, e anche in Europa, come Li Xiangyang, che dagli storici esperimenti astratti, con i quali si attirò molta attenzione critica con la celebre esperienza della “Nuova astrazione celeste” teorizzata e sostenuta criticamente da Bonito Oliva, è da qualche anno passato a una figurazione straordinariamente innovativa e originale, all’interno della quale mette a confronto, come in un dialogo a distanza, il tempo presente e quello passato, attraverso l’escamotage linguistico del ribaltamento dei due pani temporali: ed ecco allora il suo stesso autoritratto che, come in un viaggio attraverso il tempo, si innalza sul paesaggio caotico e drammatico della Pechino di oggi, rivelato da poche ed essenziali pennellate, sotto il quale si riflette, come in un fantasmogorico gioco di specchi e di riferimenti culturali incrociati, il paesaggio cinese tradizionale: esempio perfetto di quell’incertezza e confusione del tempo presente che il baluardo della tradizione non basta più a salvare dall’entropia e dal caos.

    Ecco poi i paesaggi ad inchiostro di Fan Feng, che, oltre che artista, è anche direttore del WuHan Art Museum, e che ha trasposto le tecniche tradizionali della pittura a inchiostro, caratteristica della pittura di paesaggio cinese, nella rappresentazione delle moderne megalopoli orientali, veri e propri simboli del presente tecnologico e urbano iperaccelerato della Cina di oggi: quelli di Fan Feng sono straordinari grovigli di bianchi e neri che, come tracce dell’antica arte cinese della calligrafia, vanno a formare le silhouettes di grandi paesaggi urbani caotici e strabordanti, pieni di palazzi, di insegne, di strade, di pali, di fili e di sopraelevate che si intrecciano e si sovrappongono una sull’altra.

    Xu Dongsheng

    Xu Dongsheng

    Anche Xu Dongsheng lavora sul paesaggio, con una cifra stilistica originale e un’impronta fortemente lirica, dove il luogo dipinto perde pian piano qualsiasi connotazione verista e di similitudine con il paesaggio reale, per trasformarsi in qualcosa d’altro, in un nonluogo che sfiora a tratti l’astrazione, avvolto di una luce irreale, straordinariamente seducente, fatta di bagliori improvvisi, di luci, di squarci nel buio, di lampi di folgoranti azzurri, rossi, o blu oltremare, o “blu Klein” (un omaggio a Klein, ci avverte non a caso l’artista), luci e colori che si insinuano sottopelle, mescolati a misteriose figure che sembrano danzare nell’aria come se non ci fosse più alcuna differenza tra la realtà, il sogno e la loro rappresentazione pittorica.

    Ancora sul paesaggio è incentrata la pittura di Liu Shangying, artista originario della Mongolia ma abitante a Pechino, che lavora, con grandissima intensità espressiva, sul paesaggio naturale con un grande senso della ritualità. L’artista dipinge infatti quasi esclusivamente immerso nella natura: ogni anno si reca tra le montagne tibetane, alla ricerca di paesaggi da dipingere dal vero, su grandi tele che monta tra loro nei luoghi più impervi e più battuti dai venti, dagli agenti atmosferici e dalle intemperie. Il suo lavoro pittorico diventa, così, una ricerca non solo sulla materia, sul colore, sulla luce, sulla gestualità e sul difficile rapporto tra astrazione e rappresentazione del reale, ma anche sul rito di passaggio rappresentato dal viaggio stesso, dalla difficoltà di dipingere en plein air tra le montagne del Tibet, dalla sfida continua che si erge tra l’uomo e la natura, e tra l’uomo e l’opera d’arte. La realizzazione dell’opera si trasforma così nel superamento di una sfida, che è la sfida dell’uomo per la sopravvivenza, paragonata, per metafora, a quella affrontata per raggiungere la conoscenza e la realizzazione artistica.

    Anche Liu Yiyuan, artista di origine wuhanese e grande esperto delle tradizionali tecniche pittoriche orientali come la pittura a inchiostro, lavora sulla metafora del paesaggio con grandissima libertà espressiva, mescolando i riferimenti linguistici tradizionali cinesi, a cominciare dalla pittura a inchiostro con aggiunta di pigmenti, fino alla scelta dei soggetti (montagne, laghi etc.), ma con una sensibilità che è tutta contemporanea, dove il linguaggio della figurazione e quello dell’astrazione si mescolano l’uno con l’altro con grande forza ed espressività. Quelli di Liu Yiyuan diventano così dei veri e propri “paesaggi della mente”, laddove il mutamento del paesaggio diventa una vera e propria metafora dei paralleli cambiamenti linguistici, tecnici, culturali della società di oggi, e viceversa. Così i suoi quadri, ricchi di graffi, di segni, di vere e proprie sofferenze della materia e del supporto su cui sono realizzati, diventano, allo stesso modo, una metafora perfetta e drammatica delle sofferenze, degli strappi, dei drammi da cui è attraversato il nostro incerto tempo storico.

    Anche la pittrice Xu Rukui lavora su un crinale sottile e ambiguo, che si situa a metà strada tra figurazione e astrazione: i suoi quadri, ricchi di colori fortemente espressivi, giocati su una tavolozza accesa di verdi, di rossi, di gialli, di azzurri, potrebbero apparire a prima vista come le sagome di montagne, luoghi impervi e inaccessibili, reinventati grazie alla magia del colore e della materia pittorica. Ma è bene non lasciarsi ingannare dall’occhio. Se possono sembrare, è vero, dei paesaggi, e in qualche modo lo sono, sono però anche, e soprattutto, degli inni alla vitalità del colore, alla gioia della materia, a quello scontro vivissimo tra la vitalità della pittura e il nostro immaginario profondo.

    Non diversamente, anche il lavoro di Ke Do si alimenta di una continua e straordinaria energia che traspare dal colore e dalla materia; alberi, piante, pianure, montagne si dispiegano sotto i nostri occhi solo grazie all’energia e alla vitalità del colore, del pigmento puro che sotto la mano di Ke Do pare prendere vita secondo una sua energia interna, quasi possedesse una propria vitalità autonoma, secondo codici e regole che non conosciamo; le pennellate sembrano lingue di fuoco e il colore sembra animarsi come sotto l’effetto di un incantesimo. È allora, quello di Ke Do, davvero un punto-limite della pittura, dove sono le combinazioni e gli incroci della materia stessa a dominare la nostra vista e il nostro sguardo, e le regole della visione imparate fino a ieri sembrano non aver più valore.

    Liu Shangying

    Liu Shangying

    Anche Lian Shiabin esplora strade finora poco battute dalla pittura contemporanea. L’artista lavora infatti su un immaginario selvaggio, “esotico”, dove il paesaggio dipinto dall’artista è un paesaggio ancestrale, dipinto secondo i dettami di una pittura estremamente libera da condizionamenti, e dove i protagonisti dei quadri non sono gli uomini, ma le scimmie che l’artista va a fotografare dal vivo, nelle foreste della provincia di Hubei. Quella di Lian Shiabin è una pittura “pura” e “selvaggia”, in senso reale e figurato: giacché il paesaggio apparemente “esotico”, selvaggio, che a noi cittadini sembrerebbe un paesaggio inventato, è in realtà paesaggio reale; e di contro le scimmie che l’artista assurge a protagonisti dei quadri, pur assomogliando ai primati che siamo abituati a vedere solo nei documentari naturalistici in tv, sono altrettanto vere quanto i paesaggi che le contengono. La pittura di Lian Shiabin, apparentemente semplice e immediata, è allora anche un mezzo per farci ragionare su ciò che è vero e ciò che non lo è più nell’era della comunicazione diffusa, sul valore del mezzo pittorico come medium illusionistico, capace di far librare l’immaginazione oltre il reale, pur restando con i piedi perfettamente piantati nella realtà.

    Dal tema del paesaggio, trattato con mezzi ed espressioni diverse da molti artisti contemporanei cinesi, a quello del corpo, del volto e dell’identità: ecco allora gli originalissimi lavori di Huang Yong, nei quali il corpo umano si mimetizza tra le linee del legno su cui è scolpito. Il corpo stesso diviene così un inesausto labirinto di segni e di linee che si rincorrono sulla superficie dell’opera, quasi a rappresentare, con il loro intrico di segni, un simbolo della complessità della stessa natura umana. Anche Xie Henqiang lavora sulla figura umana, utilizzando prevalentemente la ceramica, con un linguaggio stilizzato e fortemente riconoscibile. Le sue appaiono come figure archetipali, che in pochi tratti sembrano racchiudere l’intera storia dell’umanità, con le sue lotte, le guerre, gli amori, gli odi, i destini dell’uomo e della donna. I suoi piccoli antieroi, che sembrano a tratti saltare fuori da uno scavo archeologico di un paese a noi sconosciuto, conservano l’intensità degli eroi tragici antichi, con le loro espressioni a volte dolenti, a volte felici, a volte perse in sogni che non conosciamo, e tuttavia recano in sé anche qualcosa di fortemente contemporaneo, a cominciare dagli occhi sproporzionati, come quelli dei moderni personaggi dei cartoon, o nei vestiti che a volte portano addosso, o anche solo nell’aspetto inquieto e sarcastico che sembra aleggiare sui loto volti.

    Ma Lin

    Ma Lin

    Decisamente contemporanei, uomini, donne, ragazze e ragazzi di oggi appaiono invece, in tutto e per tutto, quelli dipinti da Meng Bin, autore di ritratti di grande vigore grazie a uno stile fluido, di grande efficacia coloristica e di forte intensità drammatica, spesso ripresi leggermente dall’alto, quasi che l’autore volesse, con questo escamotage compositivo, rappresentare l’uomo e la donna contemporanei in tutta la loro incertezza esistenziale, come se il loro presentarsi dal basso fosse una spia della crisi di un’intera generazione. Allo stesso modo, però, l’analisi puntuale dei vestiti, dell’abbigliamento descritti in maniera dettagliata e precisa, sembrano voler far uscire il dipinto dal classico ritratto psicologico, per entrare in un’accezione più ampia, dove la moda, i costumi, le abitudini dei singoli diventano un carattere strettamente connaturato alla personalità dell’uomo o della donna ritratta, permettendo all’artista di affrontare così, attraverso la chiave dell’intimità e quotidianità, i temi cari alla cultura di massa.

    Infine, ecco gli uomini e le donne dipinte da Ma Lin, artista cinese ma da ormai diversi decenni naturalizzato italiano, che di questa mostra appare un po’ come il simbolo, non solo per il ruolo attivo che ha avuto nell’orchestrarla, ma anche per il suo ruolo ormai consolidato di ponte ideale tra l’arte contemporanaea cinese e quella italiana, essendo attivo e ormai ben conosciuto in entrambi i settori. Come altri suoi colleghi cinesi, anche Ma Lin lavora da sempre sul tema della figura umana, alternando una pittura estremamente raffinata e minuziosa, retaggio della sua formazione accademica in Cina, con forme installative, realizzate soprattutto con residui, ferri e legni provenienti dall’Asia, che risentono dell’influenza dell’Arte Povera e in generale dei linguaggi delle avanguardie degli anni Sessanta. Il lavoro pittorico è incentrato sulla figura umana, ma la sua ricerca è di fatto estesa in linea più generale al tema dell’identità (intima, personale, socio-culturale, spirituale) come luogo di ridefinizione del sé e di raffronto con l’altro. I suoi lavori rappresentano sempre una sorta di dialogo a distanza: un dialogo tra identità culturali (cinese e italiana), che, nella loro essenza più profonda, affondano le radici negli aspetti spirituali, antropologici, sociali e nel substrato inconscio della memoria ancestrale dei popoli.

    E questo dialogo, oggi più che mai, rappresenta perfettamente il senso di una mostra come questa, dove le molteplici e contraddittorie visioni e i percorsi incrociati dell’arte cinese contemporanea dialogano, idealmente, con quelli degli artisti europei che, in maniere e con espressioni diverse, stanno oggi lavorando su anologhi temi, su percorsi paralleli e spesso vicini e concomitanti.

    Alessandro Riva

     Crocevia. Arte cinese contemporanea

    18 Dicembre 2015 – 12 Gennaio 2016

    Complesso del Vittoriano, Roma