Federico Clapis abbandona la scena youtube e approda all’arte. Con Simone Fugazzotto

    Pienone di visitatori allo Spazio Maimeri di Milano, qualche sera fa, trasformato per l’occasione in set fotografico e video, con code di ragazzi uder 20 (molti anche under 15) in fila per farsi fare l’autografo. L’occasione? Quella di una mostra… decisamente molto “social”. Ma tutt’altro che superficiale. È quella che ha visto esporre insieme un bravissimo pittore italiano che negli ultimi sta avendo grande successo all’estero, Simone Fugazzotto, e Federico Clapis.

    Federico Clapis

    Ma chi è Clapis? Chi ha meno di vent’anni è difficile che non lo conosca. Infatti Federico Clapis, in arte Doctor Clapis, è uno dei più famosi youtuber italiani, oltre che attore, performer, poeta… e da qualche tempo anche artista. Dopo aver collezionato milioni (sì, avete capito bene, milioni) di contatti con i suoi video, ironizzando ferocemente, a ritmo di musica house, su temi quali il razzismo, l’omosessualità e i falsi invalidi, con lo scopo dichiarato di “smontare alcuni miti e tabù della nostra società”, dopo aver demitizzato il suo stesso personaggio con la serie #senzamaschere, dopo aver preso parte a talent e programmi tv, oltre che a film, come la pellicola fantascientifica “Game Therapy” ambientato tra Los Angeles, Milano e Marrakech, Clapis di recente ha capito però che la sua passione era proprio… l’arte contemporanea. Da quel momento, ha preso una decisione: avrebbe abbandonato il video, per dedicarsi unicamente alla realizzazione di opere. Inutile dire che il mezzo con cui condivide la sua passione col suo pubblico sono, indovinate un po’?, proprio i video. È infatti proprio con un video che ha annunciato, alcuni giorni fa, il suo abbandono della scena youtube per dedicarsi esclusivamente all’arte (il suo video “lascio la scena e mi dedico all’arte” ha avuto oltre 800 mila visualizzazioni).

    Federico Clapis, The Clue

    Federico Clapis, The Clue

    Ma la mossa più intelligente è quella di avere giocato, consapevolmente e con molta autoironia, proprio sul proprio personaggio anche nella realizzazione delle opere. Le sue sculture, infatti, hanno tutte come protagonista proprio lo stesso Clapis, come “attore su tela” (la serie si intitola infatti “Actor in canvas”): che, ripreso (prima con la fotografia quindi portato nella terza dimensione con la tecnica della stampante 3D) in varie posizioni, diventa un pretesto per una riflessione non solo autobiografica, ma anche intimista e sociologica. Ecco allora lo stesso Clapis, in rigoroso bianco e nero, mentre guarda e parla con un se stesso più piccolo, ancora lui che guarda il suo android mentre, lì davanti, si stende un’intera foresta in miniatura, sempre lui che guarda nel vuoto di un enorme precipizio, e via di questo passo in mille situazioni ambigue o di grande incertezza esistenziale. E persino Clapis in minatura in veste di Cristo, crocefisso… sul telaio di un immenso quadro. “Non è più un autoritratto secondo l’iconografia tradizionale, una visione a tre quarti del proprio profilo immortalato con pennello e tavolozza”, spiega Clapis, “ma un entrare nel campo d’azione della tela, dentro una vera e propria ‘scena’ ed esserne attore protagonista attraverso una riproduzione di sé in miniatura. Tutto si svolge in un nuovo universo dove l’artista-attore recita attivamente un ruolo. Ogni dipinto fissa un momento, una situazione, uno stato d’animo che è un fermo immagine di una storia e lo spettatore è indotto a coglierne la trama, la dinamica, un prima e un dopo, uno sviluppo narrativo”.

    Quadri-sculture che, in realtà, Clapis non ha “inventato” da poco, dopo il suo successo come youtuber, ma ha concepito già diversi anni fa, dopo aver sperimentato l’esperienza dei “sogni luicidi” e dei cosiddetti “viaggi astrali”, ovvero i viaggi fuori dal corpo, in cui lui stesso, dopo diversi studi e sperimentazioni (come racconta in un video che ha avuto come di consueto centinaia di migliaia di visualizzazioni), è riuscito a vedere se stesso, o la rappresentazione mentale di se stesso, dal di fuori del proprio corpo. La sua “nuova” esperienza come artista è dunque al contempo una intelligente riflessione sul narcisismo contemporaneo, del quale i social network sono oggi una perfetta rappresentazione, e una riflessione sull’io e sul suo rapporto con la nostra identità, oltre che son la società e con gli altri.

    Simone Fugazzotto

    Al suo fianco, nella mostra allo spazio Maimeri, erano però esposti anche i quadri di Simone Fugazzotto, artista che ha avuto un grande successo negli Stati Uniti con una serie di quadri, tutti incentrati su un unico personaggio: la scimmia. Ma Fugazzotto non si considera affatto un pittore naturalista, interessato di per sé al mondo dei primati. “Io dipingo scimmie”, ha detto infatti l’artista, “ma non sono un pittore naturalista”: dal momento che le sue scimmie, dice, “sono una metafora dell’uomo”. “Ho sempre pensato”, ha detto ancora l’artista, “che se devo raccontare sempre la stessa storia (la pittura parla sempre delle stesse cose, dell’uomo), io la racconto da una prospettiva diversa, se l’uomo di adesso ha le radici e vive su un albero, quell’albero con le sue radici sono ad oggi le multinazionali e le banche”. Ecco allora scimmie petroliere, scimmie imprenditrici, scimmie barbone, scimmie sfaccendate, scimmie suicide, scimmie bugiarde, scimmie writer, scimmie avide, scimmie invidiose, scimme masochiste, scimmie criminali, scimmie idiote e scimmie filosofe…

    “Ci tengo a sottolineare”, ha dichiarato ancora Fugazzotto, “che la mia scimmia è esattamente l’uomo, non ci sono ironie sulle evoluzioni, io sostituisco fisicamente l’uomo con la scimmia perché è più efficace far appollaiare una scimmia su un bancomat che non un essere umano, il quale risulterebbe assolutamente surreale. Per esempio la scimmia che con la sega elettrica taglia la casetta su un albero è un dramma serio, quello è un uomo che distrugge le radici della sua casa, non è più la casetta sull’albero di Bart Simpson, è la nostra vita”. I quadri di Fugazzotto sono tutti realizzati su supporti artificiali e “pesanti” come plexiglass e cemento, per una forma di denuncia della direzione “artificiale” del contemporaneo (“tecnicamente”, dice Fugazzotto, “il plexiglass è fatto con il petrolio, e questo materiale, con il cemento, sono le due croci della società”).

    Simone Fugazzotto

    Ma cosa c’entrano gli alter ego di Clapis con le scimmie di Fugazzotto? “L’idea”, racconta Fugazzotto, “ci è venuta in mente passeggiando per New York nella primavera scorsa, quando ancora Federico non aveva cominciato questa ultima serie, ma sapevamo già come sarebbe venuta e in qualche modo, sembra fosse tutto già scritto, perché poi tra noi due tutto si è trovato in sintonia. Il filo comune tra i nostri lavori è sicuramente il cercare con ironia ma infinita serietà di interpretare quelle che riteniamo siano atteggiamenti malati, specialmente della nostra generazione: una generazione che dà per scontato tanti modi di vivere ed interpretare le dinamiche sociali. Nasciamo incanalati in logiche familiari e economiche, spesso prendendo per verità assoluta un concetto solo perché ce lo hanno ripetuto tante volte”.

    Ecco allora il titolo, “Nati in cattività” della loro bipersonale, che rappresenta sia le scimmie-uomini di Simone Fugazzotto che gli alter ego, schiavi del proprio io e del proprio personaggio, di Federico Clapis. “Il minimalismo di Federico e le mie opere così cariche di elementi”, dice ancora Fugazzotto, “credo siano una metafora stessa di come è facile vedere in modo diverso la stessa cosa, anche se la di pensa in modo uguale su tanti aspetti”. Modi di pensare, riflessioni sull’uomo e sulla società proposti con ironia, un forte rigore formale ma anche una dose di immediatezza e semplicità, che permette a queste opere di uscire dal classico circuito ristretto dell’arte, per coinvolgere invece strati di pubblico ben più ampi e variegati, a cominciare dal pubblico più giovane e solitamente meno interessato all’evoluzione del linguaggio artistico. Opere che, statene certi, diventeranno anch’esse presto virali….

    Alessandro Riva