Martinelli, in un film il mistero della sua pittura. In tinte noir

    Un camino acceso, in una vecchia casa di campagna. Una colonna sonora degna di una pellicola hitchcockiana. Una serie di volti che emergono dal buio, mentre, in un angolo, le immagini di un vecchio thriller scorrono sullo schermo di un televisore. È l’inizio, dalle tinte fortemente noir, del film che il regista Alessandro Pucci ha dedicato alla figura di uno dei più bravi e rigorosi pittori e disegnatori italiani, il pratese Andrea Martinelli.

    Si intitola “Mistral” ed è, secondo le parole dell’artista, “un racconto immaginario dentro la mia vita di uomo e di artista”, che ha la sua origine in suggestioni lontane della sua infanzia: “Ero ragazzo”, ha raccontato l’artista in un’intervista, “e a quei tempi ero rimasto affascinato da un telefilm a puntate, che vedevo con mio padre, dal titolo ‘La figlia di Mistràl’ , storia inventata di un artista nel quale mi ero in qualche misura identificato. Si vede che quelle impressioni mi hanno accompagnato fin qui e forse, da sognatore, devo concludere che niente accade per caso ma tutto si realizza secondo logiche misteriose”.

    Film criptico, fortemente poetico ed evocativo, dalle tinte spesso drammatiche e oniriche (l’incipit è attraversato da una dichiarazione di poetica dello stesso Martinelli, che dichiara: “Da sempre mi piace pensare che tutto ciò che vedo e che sento sia solo il frutto di un sogno”), “Mistral” affronta l’attività pittorica dell’artista pratese con un taglio che sembra guardare alla tradizione della filmografia noir ma anche al linguaggio del miglior cinema espressionista (non a caso è girato tutto in bianco e nero), veleggiando tra le suggestioni da cui l’artista è partito ai luoghi della sua quotidianità, dai rumori e i suoni della campagna toscana alla musica di Glen Miller, dai ricordi e dalle voci che hanno caratterizzato la sua infanzia al meticoloso lavoro all’interno dello studio, dai volti di uomini, vecchi e gente comune a cui si ispira per i suoi ritratti alle immagini e alle architetture che hanno contribuito alla sua formazione artistica e culturale.

    “Mistral” è strutturato come un viaggio a ritroso nel tempo, un viaggio insieme reale e straordinariamente mentale, fatto di ricordi, di visioni, di immagini, di suoni. Centro nevralgico del film, è il percorso a ritroso dello stesso Martinelli verso la sua infanzia e le sue origini, simboleggiate da un viaggio in treno da Prato a Marliana, piccolo borgo di poco più di tremila abitanti in provincia di Pistoia, paese d’origine della sua famiglia, nel quale l’artista si reca, come un visitatore proveniente da un altro tempo o addirittura da un’altra dimensione, alla ricerca delle tracce e dei luoghi che hanno avuto un’influenza sulla sua formazione di uomo e di artista. “Ogni volta che incontro questi luoghi, così lontani eppure così vicini”, dice l’artista rivolgendosi allo spettatore, “osservo il mondo attorno a me come non l’ho mai visto prima. Guardo gli oggetti, guardo i colori, la profondità, il silenzio, e mi accorgo che è tutto diverso e completamente nuovo. La realtà diventa ignoto, ma al tempo stesso un ignoto meraviglioso”. “È con questo sentimento”, continua il pittore, “che dobbiamo guardare il mondo… chiudiamo gli occhi, riposiamo solitari, e ascoltiamo il nostro cuore. Sentiremo un suono lontano che ci riscalderà, ve lo assicuro”. È un riscaldare il cuore che parte da un unico sentimento, quello dell’amore. “Tutto questo lavoro”, ha dichiarato l’artista, “è incentrato sulla forza dell’ amore, perciò quando mi fermo davanti alla tomba del nonno, è là che le memorie riaffiorano più intense”.

    Film di immagini ma anche di suoni e di rumori antichi, ancestrali (il suono delle campane, il grattare e raschiare degli strumenti nello studio, il fischio del mistral, il famoso vento di nord-ovest da cui prende il titolo la pellicola stessa), “Mistral” è anche un piccolo cammeo analitico-filosofico sul senso del lavoro pittorico, sul rapporto tra l’artista, i luoghi che lo hanno visto nascere e il suo retroterra, geografico, iconografico e culturale, e sulla sua ricerca, che non è solo analisi linguistica, ma lavoro profondo di scavo e di riflessione sul senso stesso dello stare al mondo, sul rapporto con gli altri, con la terra, con la spiritualità. “Quando cammino, quando vedo, quando sento, quando amo”, dice l’artista in qualità di narratore esterno dell’intera pellicola, “penso alla lontananza. Ma è solo quando disegno che la raggiungo. Per me disegnare e dipingere è come una preghiera, è un dialogo continuo con Dio”.

    Anche il suo lavoro di grande ritrattista, lontanissimo dalla banalità di certa ritrattistica convenzionale, diventa il pretesto per parlare di pittura e di spiritualità: “Anche quando scelgo un volto da ritrarre, lo scelgo per amore, o forse è meglio dire per amor lontano. Ed ecco che un vecchio, oppure una madre, o un prete, o il volto di una donna amata, si trasformano in presenze famigliari, in angeli custodi, in voci lontane”. Le “voci lontane” di cui l’intero film sembra costellato, pur intercalate tra le musiche di un gigante del jazz come Glenn Miller, di band più giovani come i britannici Coldplay, o dalla voce calda e melodica della pianista e cantante pratese Valeria Caliandro, in arte Vil Rouge, e che fanno da colonna sonora a un film pieno di spunti e di immagini, che sembra in fondo non dover mai aver fine. “Per me il vento è anche il suono del ricordo”, dice Martinelli. Quei ricordi, quelle immagini che gli sono rimaste sempre negli occhi e nelle orecchie, e sulle quali ha costruito la sua rigorosissima poetica d’artista.

    Alessandro Riva