Banksy oscurato dalla polizia? No, solo preda di speculatori. Come rischia molta street art

    di Alessandro Riva

    “Migranti, nuovo murale di Banksy. Ma la polizia lo fa coprire”. Così titolava in prima pagina oggi, 25 gennaio, il “Corriere della sera” (edizione on line) a proposito del murale dello street artist britannico dedicato ai profughi di Calais, subito coperto da provvidenziali pannelli di compensato fissati da operai specializzati al preciso scopo di oscurarlo. Una becera censura poliziesca contro le democratiche e libere voci che si alzano in favore dei migranti, come vien da pensare leggendo il titolo del quotidiano di via Solferino? Nient’affatto. Il Corrierone, questa volta, l’ha davvero sparata un po’ grossa. Bastava fare qualche ricerca un po’ più approfondita, dando magari un’occhiata alle testate concorrenti oltre frontiera, anziché limitarsi a prendere le foto d’agenzia e sparare titoli a caso, e sulla vicenda del nuovo murale di Banksy avremmo avuto una notizia un po’ meno sensazionale, ma assai più aderente al vero.

    Il fatto è che il nuovo murale di Banksy, della cui comparsa IF Magazine ha dato prontamente notizia questa mattina, non è stato affatto coperto dalla polizia, come sostiene il Corriere; e le motivazioni non sono per nulla “politiche”, come un titolo del genere fa inevitabilmente presupporre (“Nuovo murale di Banksy in polemica con la Jungle di Calais, subito oscurato”, dichiarava sempre il medesimo giornale nelle pagine interne, lasciando supporre, pur non dicendolo apertamente, una sorta di intervento censorio delle autorità). Nossignori.

    Ci si prepara a coprire il Banksy

    Ci si prepara a coprire il Banksy

    A coprirlo, dopo aver tentato inutilmente di  rimuoverlo – per scoprirlo basta scorrere qualche fonte un po’ più informata, come ad esempio il Daily Mail – a quanto risulta sono stati proprio i dirigenti della società proprietaria del palazzo su cui è comparso il murale, la Cheval Property Management Limited, immobiliare attiva da oltre trent’anni a Londra e in tutto il sud-est dell’Inghilterra, che – si legge sul suo sito –, è “fornitore leader di lussuosi appartamenti” e possiede in tutta l’Inghilterra “edifici per abitazione e uffici, proprietà residenziali e industriali”. Insomma, per intenderci: un colosso dell’immobiliarismo di lusso.

    E perché, vi chiederete voi, coprire un’opera come questa da parte di un grosso immobiliarista? Semplice: per non farsi scappare (o rovinare) un possibile “bottino” che un domani, se venduto a un’asta, potrebbe valere centinaia di migliaia di euro, se non addirittura milioni (il murale, ci informano sempre i quotidiani inglesi, del resto aveva già rischiato di essere illegalmente asportato da un anonimo “ladro” nella sera tra domenica e lunedì, ma il “tentato furto” è stato sventato nientemeno che da Scotland Yard, che ora stra “indagando sul caso”: ma da quando, ci chiediamo noi, rubare un graffito è un furto? Forse che Bansky l’ha realizzato perché la Cheval Property Management Limited lo copra e se lo tenga ben stretto nei suoi caveau, e chiunque tenta di asportarlo, ad eccezione dell’immobiliare, è invece automaticamente bollato come “ladro”?).

    Operai al lavoro per coprire il lavoro di Banksy (fonte: PRESS ASSOCIATION Photo).

    Quel che sappiamo è che Mike Sadler, direttore della Cheval Property Management Limited, prontamente interpellato da alcuni quotidiani britannici (quelli che ancora vanno a verificare le fonti, non quelli italioti che lavorano sui lanci di agenzia), ha dichiarato che la sua azienda intende “preservare il murale” e che i suoi dirigenti stanno ora discutendo “i progetti futuri per l’opera d’arte”. Chiaro, no? Non ci sono intenti censori, non c’è alcuna sensazione di fastidio, di indignazione o di scontento per un’opera che critica i mezzi della polizia contro i migranti: c’è solo un lungo, sonoro tintinnar di monete, quello stesso che Zio Paperone vede affacciarsi nelle proprie pupille quando gli capita di fiutare un ottimo affare. E la Cheval Property Management Limited, che di business se ne intende, l’affare, non c’è che dire, l’ha fiutato; ed è subito corsa ai ripari, “preservando” il murale, e rendendolo così inaccessibile, invisibile e inasportabile a chiunque. Business is business: con buona pace di Banksy, dei suoi fans, dei romantici che credono ancora all’arte come “fenomeno sociale”, oltre che dei migranti che nel frattempo muoiono di freddo, di fame e di lacrimogeni nel campo profughi di Calais.

    Del resto, come dimenticarsi della vicenda, relativamente recente, di un altro murale di Banksy, intitolato “Slave Labour”, del 2012, raffigurante un bambino che cuce una bandiera inglese con una macchina da cucire, chiara denuncia del lavoro minorile nel Quarto Mondo, riferito in particolare all’uso di laboratori clandestini per la fabbricazione di gadget per il “Giubileo di diamante” della Regina Elisabetta, e per le Olimpiadi di Londra del 2012? Quel graffito, eseguito da Banksy sulla parete laterale di un negozio londinese, fu difatti asportato pochi mesi dopo, per ricomparire prima ad un’asta negli Stati Uniti, e successivamente, dopo proteste da parte degli inglesi, a Londra, ma sempre per essere venduto all’asta, al prezzo di 1,2 milioni di dollari.

    Banksy è al sicuro, nella "cassaforte" del cantiere della della Cheval Property Management Limited

    Banksy è al sicuro, nella “cassaforte” del cantiere della della Cheval Property Management Limited

    Ecco allora che la vicenda di Londra si salda alla perfezione con quella che ha luogo da oltre un anno in quel di Bologna, dove operai specializzati, mandati da una misteriosa e altisonante organizzazione intitolata Genus Bononiae, e capitanata da Fabio Roversi Monaco, ex Magnifico Rettore dell’Università di Bologna, stanno battendo le periferie, i palazzi e i luoghi della città dove nel corso degli anni sono comparsi i graffiti degli artisti più rappresentativi d’Italia e non solo, per asportarli con diligenza (ma dov’è Scotland Yard?, verrebbe da chiedersi), e in questo modo “salvarli dall’inevitabile distruzione a cui sono destinati nei cantieri che demoliscono le ex zone industriali, terreno prediletto di azione degli street artist”, e per “renderli, soprattutto, fruibili potenzialmente a tutti” (così giustificava la discutibilissima operazione il “Corriere di Bologna” qualche tempo fa). “Il team che da mesi lavora al progetto ha come obiettivo la condivisione delle opere in questione, non la loro commercializzazione”, continuava, con acritica solerzia, il quotidiano bolognese; “Operazione squisitamente culturale e artistica, dunque, non business”, chiosava infine lo zelante quotidiano (ma perché mai, ci chiediamo noi, se uno tenta di asportare un graffito nel centro di Londra è un ladro e Scotland Yard indaga, e se invece lo fa a Bologna e alla luce del sole, è un galantuomo che ha a cuore la cultura e la fruibilità dell’arte da parte di tutti?).

    Sta di fatto che sia l’operazione londinese, sia quella bolognese, rivelano una contraddizione cui certa street art, divenuta in questi ultimi dieci anni molto “à la page” e perfettamente integrata nelle logiche economiche del sistema finanziario-lobbistico del grande mercato dell’arte internazionale, si trova giocoforza a sottostare: entrata nelle grandi collezioni private, entrata nei musei e nei “giri” delle grandi commesse pubbliche e dello show-business internazionale, ha un bel cercare di sforzarsi di vivere ancora sul mito dell’illegalità, della ribellione e della lotta al sistema. I suoi giochi linguistici, ma ancora di più gli ahinoi spesso velleitari propositi di impegno politico-sociale, di cui Banksy sembra essere sempre di più il maggiore sponsor e sostenitore, non fanno in realtà fare un passo in più alla sensibilità della “gente comune” su temi scottanti quali la politica verso i migranti, la politica monetaria dei governi o il terrore di chi è diverso da noi (l’islam, il sessualmente diverso, etc).

    Banksy non c'è più: è stato coperto

    Banksy non c’è più: è stato coperto

    L’unico sentimento che scatenano, regolarmente quanto spudoratamente, è una grande, mastodontica, spasmodica cupidigia. Cupidigia, da parte dei tanti street shark – gli squali dell’arte di strada sparsi un po’ ovunque per il mondo –, di appropriarsi di un frammento della fortuna che i loro autori stanno riscuotendo nello star system internazionale, e dunque, di conseguenza, del denaro che, riuscendo a mettere le mani su una loro opera, un domani questa potrebbe fruttar loro. Gli intenti culturali, la salvaguardia del lavoro artistico, la fruizione pubblica delle opere e le altre baggianate con cui queste operazioni vengono di volta in volta condite, lasciamole a chi vuol credere ancora alle favole.

    A noi non resta che questo: un’opera in più nelle mani di qualche speculatore, per condire il proprio ego, la propria ipocrisia e il proprio portafoglio. Mentre i migranti, laggiù a Calais come in mare o ai confini d’Europa, continuano a morire di fame, di freddo e spesso e volentieri anche di bastonate e di lacrimogeni.

    Alessandro Riva