Umberto Mariani a confronto con Roberto Capucci. Nel nome della piega

    Mariani e Capucci. Il primo, uno dei grandi maestri italiani dell’astrattismo, che ricrea la leggerezza del panneggio con un materiale “pesante” come il piombo. L’altro, uno dei maggiori, o forse il maggiore in assoluto, tra i creatori dell’alta moda italiana. L’incontro è dato dalla presenza, a Villa Bardini, sede della Fondazione Parchi Monumentali Bardini e Peyron di Firenze, della maggiore collezione permanente di opere dello stilista, cui si accompagnano per l’occasione i piombi di Mariani, in un confronto a distanza ravvicinata che crea un singolare e curioso cortocircuito visivo tra la seducente morbidezza dei panneggi degli abiti di alta moda di Capucci e quella, dalla grande eleganza formale ma anche dalle forti implicazioni concettuali proprio per il gioco di rimandi incrociati e dei fraintendimenti visivi tra vero e falso, tra apparenza e realtà, ricreata e ridefinita dall’artista milanese.

    Roberto Capucci (foto Claudia Primangeli).

    Roberto Capucci (foto Claudia Primangeli).

    “Sono convinto che tutti abbiamo negli occhi e nella mente le forme dei sipari teatrali, le vesti e gli addobbi dei sacerdoti, le forme sontuose e rituali dei tendaggi nelle dimore signorili”, ha dichiarato Mariani in un’intervista. “In termini più attuali, le forme della moda contemporanea e del prèt-a-porter, tutti i tessuti che vivono attraverso le pieghe che li compongono”. Lui, a quei panneggi, ha cominciato a guardare fin dagli anni Settanta, come pittore: “Fino alla fine degli anni ’80 sono stato pittore di panneggi, per i quali dovevo ricorrere al tradizionale chiaro-scuro per dar loro visibilità”. Come pittore, Mariani aveva infatti negli occhi non solo le forme dei panneggi per così dire reali – quelle delle scenografie teatrali o della moda appunto –, ma anche quelli rappresentati nella grande storia della pittura, dall’antichità fino al barocco: “Nelle forme appartenenti alla storia dell’arte, il panneggio a partire dagli antichi egizi non è mai mancato”, ricorda ancora l’artista; “esso occupa il 60-70% delle superfici dipinte o scolpite. Un immenso oceano di forme e colori è giunto fino a noi e io mi sono arrogato il diritto di ripresentarlo con le forme e i colori della contemporaneità”.

    Umberto Mariani

    Umberto Mariani, La forma celata, 2014.

    Forme che hanno in seguito preso la strada della reinterpretazione plastica, con l’utilizzo di un materiale particolare, il piombo: materiale povero, ma ricchissimo di significati e di rimandi (“uno per tutti: la simbologia sconfinata degli alchimisti”). “Il piombo, che io considero un tessuto muto e pesante, materiale che io scelgo in lamina sottile, mi permette di celebrare la fenomenologia visiva del tessuto”, ha detto ancora l’artista. Dalla pittura, dunque, dove l’artificio della piega era ancora rappresentato con un effetto di finzione, di metafora visiva (la finzione pittorica appunto, dove il rilievo del tessuto è creato dal chiaroscuro), Mariani è passato alla pratica scultorea, all’interno della quale l’artificio del chiaro-scuro veniva sì a cessare (poiché “il rilievo ha in sé il proprio chiaro-scuro”), tornando a creare però un’altra finzione, un altro artificio: quello del rappresentare un materiale morbido come il tessuto attraverso la solidità di un materiale “pesante” come il piombo.

    Umberto Mariani

    Umberto Mariani, La-forma-celata, 2013.

    Sono nate allora le forme, congelate nella “durezza” del piombo, ma con uno straordinario effetto di leggerezza e di dinamicità, che contraddistinguono a tutt’oggi tutto il suo lavoro. Da quel momento, infatti, tutta la ricerca dell’artista si concentra proprio sul rapporto tra l’ambiguità della piega e la solidità del materiale. E non è un caso che proprio su una forma come quella della piega si sia concentrata tutta la sua ricerca: la piega come luogo mai statico, ma di incroci, di ambiguità, di rimandi, di ricerca della profondità e del cuore profondo delle cose, che però non viene mai dispiegato fino in fondo: così, per uno dei grandi filosofi contemporanei, Gilles Deleuze, la piega è difatti la metafora stessa dell’indeterminatezza e della ricerca dell’infinito; della consapevolezza che, nella stessa forma della piega, non vi è mai né un inizio né una fine.

    Umberto Mariani

    Umberto Mariani, La forma celata, 2015.

    “Per quanto mi riguarda”, dice l’artista, “mi relaziono soprattutto con il panneggio, con le sue forme geometrizzate e simboliche. Con il panneggio elaborato nel mondo bizantino, un mondo orientale e per questo più idealistico e spirituale”. Una cultura della piega e del panneggio che ha però anche nella grande pittura e scultura barocca uno dei suoi principali punti di riferimento. Non a caso, lo stesso Deleuze ha scritto (in “La piega. Leibniz e il Barocco”) che “Il Barocco non smette mai di fare pieghe. Questo fenomeno non è una sua invenzione: ci sono tutte le pieghe provenienti dall’Oriente, le pieghe greche, romane, romaniche, gotiche, classiche… Ma il Barocco avvolge e riavvolge le pieghe, le spinge all’infinito, piega su piega, piega secondo piega. Il suo tratto distintivo è rappresentato dalla piega che si prolunga all’infinito”. E pieghe che si prolungano all’infinito sono anche quelle di Mariani, che sembrano ripercorrere tutte le memorie di pieghe e di tessuti dipinti e scolpiti che abbiamo incamerato nella nostra visione nel corso del tempo; così come lo sono quelle di Capucci, che paiono far rivivere, nella loro forte plasticità, la sensualità dei tessuti di cui è composta la storia della moda e del costume dall’antichità a oggi.

    Alessandro Riva

     

    Umberto Mariani | Mariani chez Capucci

    Fondazione Parchi Monumentali Bardini e Peyron

    Costa San Giorgio, 2 – Firenze

    28 febbraio – 1 maggio 2016

    Inaugurazione sabato 27 febbraio ore 17

    + 39 055 20066206

    + 39 055 2638599

    info@bardinipeyron.it

    Biglietteria-Bookshop: tel