Nord Corea, che passione! L’arte scopre l’ultimo stato comunista. Scandalosamente naïf. Perché non celebra né cessi né peli pubici

    di Alessandro Riva

    Non fidatevi dei travestimenti degli americani, poster dipinto a mano, cm 70x100.

    Il Caro Leader ha motivo di essere soddisfatto. Secondo un vecchio detto attribuito a Oscar Wilde, infatti, “non importa che se ne parli bene o male, l’importante è che se ne parli”. Questo vale anche per lo stato considerato oggi più anacronistico, più incomprensibile e disturbante per l’etica democratico-capitalista occidentale, la Corea del Nord governata da uno degli ultimi, anzi forse proprio l’ultimo, dittatore comunista esistente al mondo, Kim Jong Un, il cui culto della personalità rischia a volte di sfociare nel grottesco e nel paranoico. E proprio alla Corea del Nord, infatti, sono dedicate non solo copertine di giornali, di magazine, articoli e articolesse pubblicate quasi quotidianamente nelle pagine di politica internazionale dei quotidiani italiani e in genere occidentali, ma ora anche non una, ma ben due mostre, in qualche modo gemelle, benché opposte come impostazione. In realtà, sono un po’ le due facce della stessa medaglia. Entrambe, infatti, sono raffinate operazioni concettual-mercantili. La prima è quella, già nota, di Max Papeschi (ne abbiamo parlato diverse volte su questo giornale, costruendo anche un falso scoop/pesce d’aprile, naturalmente all’insaputa dell’interessato, pubblicato appunto il 1° aprile, in cui ipotizzavamo un rocambolesco rapimento dell’artista da parte di fantomatici seguaci del dittatore nord-coreano); la seconda quella che si è aperta da poco, sempre a Milano, da Deodato Arte, dal poco accattivante titolo – obsoleto al punto da sembrare ironico – Corea del Nord: arte e tradizioni di un Paese da scoprire.

    Kim secondo Max Papeschi

    Kim secondo Max Papeschi à la manière di Warhol

    Ora, non ci si lasci traviare dalle apparenze: né l’una né l’altra sono infatti quello che sembrano. L’una, quella di Max Papeschi, gioca infatti, warholianamente, coi codici della comunicazione di massa. Il titolo Welcome to North Korea, finge infatti di essere quello che non è (una finta campagna pubblicitaria a sostegno del leader nordcoreano, con l’artista nominato “Ambasciatore del Ministero della Propaganda Sociale e Culturale della Repubblica Popolare di Corea”), con lo scopo di mettere in scena una mostra che ha (apparentemente) proprio il fine opposto: svelare, attraverso i meccanismi dell’ironia e della demitizzazione artistico-spettacolare, i crimini e le atrocità della dittatura comunista (a questo scopo, Papeschi ha mobilitato persino Amnesty International come partner ed ente patrocinatore dell’intera operazione).

    Song-Jae-Chol

    Song-Jae-Chol

    L’altra, quella di Deodato Arte, ha le sembianze e le modalità di una mostra ingenua, da bollettino turistico degli anni Cinquanta (anacronistica e démodé fin dal titolo), eppure rivela un coraggio e una raffinatezza intellettuale che in Italia non si vedono spesso, introducendosi, senza il facile scudo dei giudizi aprioristici e moralistico-democratici occidentali, nel cuore di un paese che ha volutamente preservato un diverso rapporto non solo con la cultura di massa, ma anche con l’arte e i suoi meccanismi ideologico-mercantili. Giustificazionismo? No, semplicemente, la curiosità intellettuale di scoprire cosa avviene dietro quella che un tempo si chiamava “cortina di ferro” dell’ultimo baluardo comunista mondiale, al di là dello (scontato) rifiuto dei meccanismi repressivi e dittatoriali del regime.

    Tanto per capirci: i quadri, i disegni, i meravigliosi poster dipinti a mano uno per uno (una lezione di stile e un esempio per tanta grafica occidentale, che andrebbero presi a modello, dal punto di vista formale e concettuale, dalle sperimentazioni di certa street art contemporanea), che il curatore della mostra, Pier Luigi Cecioni, ha portato personalmente in Italia, provengono tutti dal Mansudae Art Studio di Pyongyang, il più grande centro artistico al mondo, dove lavorano quattromila addetti, di cui 800-900 artisti. Il centro, delle dimensioni di oltre 120.000 metri quadri (quelle, per capirci, dell’ex Alfa Romeo di Arese, il più grande stabilimento della casa automobilistica milanese), riunisce non “operai” della produzione pittorica di massa, bensì artisti che, dai 20 ai sessant’anni, lavorano sui più diversi soggetti e col proprio stile. Certo, nessuno di loro fa arte astratta o concettuale, nessuno crea installazioni con la merda o con lo sterco di elefante, nessuno utilizza per le proprie opere vecchi gabinetti, letti disfatti, preservativi, tampax, peli pubici. È proprio, il caso di dire, “un’altra arte” rispetto da quella occidentale. Racconta il curatore della mostra che, nel vedere o sentir raccontare dell’arte occidentale, gli artisti del Mansudae Art Studio semplicemente cominciano a scuotere la testa e a ridere. Così come forse riderebbero a sapere che un tizio, un certo Jeff Koons, per il solo fatto di avere avuto l’idea di ingrandire e far riprodurre un banale giocattolo per bambini trasformandolo in scultura, e aver “realizzato”, o meglio fatto realizzare, non avendo alcuna competenza tecnica in proposito, altri gingilli del genere, è diventato milionario. Già, perché loro, i virtuosissimi (dal punto di vista tecnico) artisti del Mansudae Art Studio, tutti bravissimi a dipingere, come pochi o nessuno degli ignorantissimi studenti delle nostre accademie sanno più essere, avendo perso ogni competenza tecnico-pittorica in favore di astruse e complesse elaborazioni ideologico-concettuali che, a ben guardare, non sono meno astruse e idiote di certi deliri ideologici degli anni Settanta, sono tutti pagati alla stessa maniera, dai più famosi ai più giovani, mentre i proventi vanno interamente, e democraticamente, al centro.

    Kim-Guang-Chol

    Kim-Guang-Chol

    Ora, qualche malizioso penserà che la mostra da Deodato Arte sia una forma indiretta di propaganda al regime di Kim Jong Un. Nulla di più falso, esattamente come nulla di più falso pensare che la mostra di Papeschi sia realmente una denuncia del regime di Kim Jong Un. Entrambe, infatti, sono raffinate operazioni artistiche, con forti risvolti intellettuali e concettuali, oltre che mercantili. Papeschi non fa che portare all’estremo il dettato warholiano, prendendo, con la scusa della satira politica, un personaggio mediaticamente vincente e sotto i riflettori (come Warhol, del resto, aveva fatto con Mao), per mettere in piedi una mostra che non propaganda che una cosa sola: la propria consapevolezza dei meccanismi artistico-mediatici, il proprio talento, prima ancora che come artista, come catalizzatore di attenzione mediatica (e oggi, si sa che le due cose coincidono in maniera quasi millimetrica). È, insomma, quella di Papeschi, nulla più che un’operazione mediatica pro domo sua, celebrativa del proprio estro mediatico in perfetto stile pop-concettuale. Amnesty International, sia detto senza polemica, è utilizzata a mero scopo spettacolar-pubblitario, esattamente come, nelle serate di beneficienza, gli enti benefici facevano, e spesso fanno, da copertura e da specchietto per le allodole alle vanità delle signore bene che le organizzano (ma non per questo le serate non sono meno virtuose e utili dal punto di vista dei beneficiati).

    Dal canto suo, il gallerista Dedoato, potendo vantare la prima mostra di arte nordcoreana, quando l’Occidente si dà da fare a denunciare e a irridere un paese di cui poi in realtà quasi nessuno conosce veramente la realtà, essendoci entrati in pochissimi, fa una altrettanto intelligente operazione di marketing, oltre che di mercato, anticipando i tempi: è noto infatti che il “realismo socialista” va poi molto di moda tra i bravi borghesi occidentali, ma di solito si aspetta che il comunismo sia caduto e sia diventato inoffensivo, mentre in questo caso, coraggiosamente, se ne anticipano i tempi del successo come soggetto di curiosità sociale e artistica, e come feticcio storico-artistico ante-litteram, che i collezionisti più scaltri si precipiteranno dunque senza dubbio a comprare oggi, senza aspettare che i prezzi lievitino, diventando, come accade oggi con le opere del realismo socialista cinese o sovietico degli anni Settanta, quasi proibitivi. Nel contempo invitando, sotterraneamente, il pubblico e i media a riflettere sul senso stesso del fare arte oggi: siamo infatti sicuri che la “nostra” lettura dell’evoluzione dell’arte, dalla classicità alle avanguardie, con relativa deriva nichilistico-escrementizia (Angelo Crespi la chiamerebbe, semplicemente, “Sgunz”), sia l’unica possibile e l’unica ammessa, da qui a sempre? Basta andare “oltrecortina”, e, guarda caso, si vede, e si scopre, tutta un’altra arte. Ingenua? Sì, per noi è ingenua, con le sue operaie sempre sorridenti, i suoi soldati “sempre pronti”, i suoi intellettuali sempre sereni e fiduciosi; insomma, con la sua iconografia sempre e ostentatamente celebrativa e agiografica (ma non meno ingenua, dopotutto, delle tante immagini agiografiche sparse per i muri d’Italia, celebranti gli eroi Falcone e Borsellino, il martire civile Pasolini, del quale tutti fingono per altro sempre di dimenticare la passione, in altri casi ben poco tollerata, per la pubertà maschile, o i tanti altri eroi contemporanei, come Mandela, l’archeologo Khaled al-Asaad difensore di Palmira, o lo scrittore anticamorra Roberto Saviano…). Insomma, l’arte della Corea del Nord è davvero agli antiopodi di quella occidentale. Perché “scandalosamente” agiografica, priva di dubbi, dunque colpevolmente naïf: come, del resto, era naïf l’arte negra per gli occidentali, fino a che Picasso e i suoi compagni di avventure non arrivarono a scoprirne i segreti e a sdoganarla. Forse, ogni tanto, uno sguardo fuori dal nostro piccolo-grande mondo occidentale, così uguale a se stesso e così desolantemente conformista, non fa poi male. Corea o non Corea.

    I soldati del generale sono sempre pronti, poster dipinto a mano, cm 70×100.

    Corea del Nord: arte e tradizioni di un Paese da scoprire

    A cura di Pier Luigi Cecioni

    Deodato Arte, via Santa Marta 6, Milano

    dal 12 al 31 maggio 2015

    + 02 8088 6294

    http://www.deodato.com/

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    Max Papeschi | Welcome to North Korea / The Leader is Present

    Silbernagl Undergallery

    Alzaia Naviglio Grande 4, Milano

    26 aprile – 22 maggio 2016

    http://www.undergallery.it/