Mustafa Sabbagh: “L’arte? È un elettroshock che libera la mente”

    di Fabiola Triolo

    La bellezza non è una composizione floreale, rigida nella sua artificiosa armonia. La bellezza è il vaso che la contiene, quando si infrange dinamico in mille taglienti pezzi. Non è la sinuosità artificiale di un corpo sintetico, ma la carnalità della pelle – con i suoi pori, le nervature, le sue vene. Bello non è il semplice bagnarsi, ma immergersi a fondo, un attimo prima di affogare. La bellezza è un’eiaculazione di immagini che sfogano da un amplesso intenso e tormentato, è lo sforzo intuitivo sotteso al deciframento dell’anima. Non ci sono sorrisi costruiti, ma veli che li coprono; non esistono pose plastiche, se non quella – naturale, umana – della crocifissione. La bellezza più autentica è autistica, vive in un mondo a sé, destabilizzando il conforto, banale e massivo, dello status quo del compromesso sociale. Isolata dalle logiche commerciali imperanti, potentemente inconsapevole della sua sacralità, potremmo dire che il suo sacerdote sia Mustafa Sabbagh (in mostra a Palermo ai Cantieri Culturali della Zisa). In questa intervista, abbiamo cercato di sondare la misteriosa ambiguità emanata dai suoi lavori attraverso alcune domande…

    Mustafa Sabbagh, Candido

    Mustafa Sabbagh, Candido

    È un immenso piacere averti con noi, Mustafa. Dalla bellezza salvifica di Dostoevskij all’estetica del brutto di Rosenkranz corre lo spazio della tua armonia del disagio, l’ossimoro della splendida imperfezione, che ferisce e affascina. Le tue fotografie sono popolate da un’umanità varia, inquietantemente seducente, che però non è solo quella poeticamente grotesque dei Freaks di Tod Browning o di Marc Quinn, ma anche quella di effigiati formalmente molto belli, resi mostruosi da artifici. Con il paradossale effetto di restituirli, ai nostri occhi, in maniera ancora più attraente. È questo un atteggiamento figlio della stessa douleur exquise che si prova entrando nel tuo sito: credi che esso sia stato colpito da un virus, sai che potrebbe contagiarti, ma non riesci ad interromperne la navigazione, fino a quando non capisci che l’errore era solo un artificio, e che forse l’imperfezione non è altro che una costruzione sociale. È come se, grazie a te, il brutto, come anti-canone estetico, non esista. Ma probabilmente non è così: esiste per te la bruttezza? E, una volta reso meraviglioso l’errore, la fenomenologia prevede una certa forma fiera, tenera e potentemente empatica di autocompiacimento dello sbaglio, di narcisismo che agevola l’auto-accettazione, come funzione finale e messaggio universale delle tue opere?

    Certo che esiste la bruttezza: è ciò che ci rende cloni. Ed i mass-media sono i creatori della peggior estetica. Annullare l’idea che ogni individuo è una persona, è bruttezza. “L’amore e l’arte non abbracciano ciò che è bello, ma ciò che, grazie al loro abbraccio, diventa Bello” (Karl Kraus)”. Allo stesso modo, quando subentra il narcisismo, penso, in fondo, all’amore delle forme diverse, che ci dà la possibilità di essere Veri – se la Verità è una strada che ci porta ad accettare il diverso. Anche il diverso che vive in noi, allora, diventa un atto sublime. Una rivoluzione dell’autenticità.

    Nel 2010 sei passato dal bianco e nero della carta patinata di riviste prestigiose, al white cube delle gallerie e dei musei  d’arte contemporanea. Riflettendo sul tuo rapporto con il sistema-arte, mi è sovvenuta un’espressione tristemente nota: Arbeit macht frei, “il lavoro rende liberi”, l’illusorio proclama che campeggiava all’ingresso dei campi di concentramento nazisti. Un formale messaggio di libertà, che mal celava un subdolo ordine di costrizione. Tuttavia, è palese un tuo grande amore per la storia dell’arte, che reinterpreti e travalichi secondo i tuoi riconoscibilissimi stilemi compositivi. Quali aspetti ti vincolano, e quali ti di-vincolano, dell’Arte?

    Mustafa Sabbagh, Memorie Liquide

    Mustafa Sabbagh, Memorie Liquide

    Il lavoro che si sceglie rende liberi, il lavoro in sé non è altro che esigenza per vivere… direi sopravvivere. L’arte? Se si parla di ‘sistema’, allora – da nomade quale sono – la trovo asfittica, e fuggo dal suo tentativo/attentato di ingabbiarmi. Preferisco fare sistema da me, assieme alle persone che stimo umanamente ed artisticamente – come per la mostra a Palermo, per la quale abbiamo creato una triangolazione con realtà siciliane apprezzate su scala internazionale come Francesco Pantaleone Arte Contemporanea e la Rizzuto Gallery, diverse nella ricerca ma unite nell’altezza di visione… il messaggio è chiaro, tanto quanto – mi rendo conto – destabilizzante, perché solitamente nel sistema si tende a cura-re (e la radice del verbo non è casuale…) esclusivamente il proprio orticello. Tuttavia nel suo spirito puro, libero da condizionamenti e da smanie moralizzatrici istituzionalizzanti, allora sì che mi trova innamorato. Ecco che arbeit macht frei, perché l’arte ha un solo, vitale ruolo: quello di liberare la mente attraverso il più alto degli elettroshock.

    In raccolte di fotografie quali The Naked and the Nude o Faces, accanto a nomi quali Robert Mapplethorpe, Joel-Peter Witkin, Nobuyoshi Araki, Pieter Hugo – Peter Weiermair ti ha inserito tra i 100 fotografi più importanti del mondo. Una summa della tua arte che, raccontata sovente su fondali lividi, ha i toni della cinematografia noir ed il surrealismo inquietantemente onirico, rosso, di quella lynchiana. Penso alle tue foto, ma anche alle tue video-installazioni, che per la prima volta potremo godere nella loro totalità a Palermo – nello stesso spazio scelto un anno fa da Hermann Nitsch, e che nel 2018 ospiterà Manifesta. C’è la poesia dell’inquietudine, ci sono costrizioni e vincoli, c’è tormento e contorni fumosi, imperscrutabili. Sembra quasi che tu voglia esorcizzare qualcosa che ti spaventa: quali sono, Mustafa, le tue paure? E qual è il tuo atteggiamento nell’atto catartico di immortalarle e, dunque, nel tentativo di superarle? Lucido controllo, o emozionale abbandono ad esse?

    La mia più grande paura è quella di non essere capace di capire la Bellezza, che è un dono. Poi parlerei di disagi, non di paure, se ti dico che soffro il mass-marketing, dove ci vendono la banalità come la via della salvezza… e un altro disagio che patisco è quello della mercificazione dell’intimità. Il mio atteggiamento nell’atto dello scatto è quello di rispetto profondo, devoto, reverenziale: con la luce amo accarezzare il prossimo. Non violentarlo, come si fa con scatto compiaciuto.

    Nell’osservare il modo in cui lavori, ho trovato cruciale – direi liturgico – il momento in cui copri i volti dei tuoi effigiati con i mascheramenti che scegli, splendidi e sconvolgenti, autentiche opere d’arte creati dalla tua mente meravigliosamente allucinata. Un momento esso stesso di un erotismo raffinato, mai volgare, avulso dalla pruderie del sex sells; ma anche un erotismo autentico, potenziato nella sua verità dalla scelta, a priori e costante da parte tua, di una totale assenza di postproduzione. L’unico éscamotage è proprio l’impiego della maschera, come protezione – quasi un espediente per riempire il retaggio cristiano della vergogna – e come dichiarazione, dall’immediato effetto gender-bender e liberatorio. Se dovessi classificare, in ordine di importanza, i singoli elementi che compongono le tue opere quale peso conferiresti all’artificium, all’interno della composizione formale del tableau?

    Bello, ricco, accettato, taglia 42: nella società di oggi si impone la maschera ad ogni individuo, non gli si dà la libertà di essere se stesso. È una maschera falsificante, subdola, vigliacca. Il ruolo che conferisco alle mie maschere, invece, e l’uso che ne faccio, è assolutamente principale: essa è per me un simbolo di rifiuto per le maschere imposte. Scelgo di immortalarle per sentirci più liberi. Scelgo di ritrarle per farci sentire ancora più individui.

    Pelle come pori, vene, nervi, nei, segni di abiti sfilati che costringevano, di corde sciolte dopo una prigionia, o dopo un gioco di estremo piacere. Pelle come naturale rivestimento dell’anima, quello più visibilmente vulnerabile. Pelle come urna sacra, che contiene fieramente una toponomastica di cicatrici esibite, a proclama di un vissuto imperfetto, per te maggiormente interessante proprio in quanto tale. Una tra le infinite cose che mi colpisce è la tua esaltazione della geografia della carne – che, differentemente dalle espressioni sottoposte a un controllo, non può mentire. Dall’espressività celata alla carnalità esibita; perché la pelle, come oggetto privilegiato del tuo meraviglioso feticismo?

    Perché la nostra pelle è l’abito più elegante che indossiamo. La pelle è il nostro diario, dove tutto viene scritto. La pelle è il nostro tramite con il mondo. La pelle è pura vita.

    Un apporto significativo alla fotografia contemporanea (come nota lo stesso Weiermair) e un preciso stilema della tua arte è spesso rappresentato dalla composizione formale del dittico. Un ritratto umano ed uno paesaggistico, posti fianco a fianco a rispecchiarsi, come se ognuno di loro promanasse dall’altro. Nell’osservarli ci si ritrova a fantasticare sulla storia che sottende al dittico stesso, distico elegiaco di un volo pindarico simile a quelli propri dell’infanzia, quando ogni immagine era pretesto sufficiente per creare una favola. Hai saputo, così, dare una nuova accezione all’espressione di tableau vivant: due dimensioni che prendono vita e forza l’una nell’altra. Volendo creare il tuo autoritratto attraverso un dittico, quale tableau paesaggistico affiancheresti alla tua immagine?

    La scelta periodica del dittico si basa sulla mia certa convinzione che anche il contesto crea la sostanza. Ritrarre Mustafa Sabbagh sarebbe per me la più complessa delle opere: io non mi vedo. Io mi sento. Tuttavia, credo che il mio autoritratto più rappresentativo sarebbe seduto su una sedia, nel mezzo di una stanza vuota. Nello scatto accanto, un mare in tempesta.

    Qualcuno dice che sei un erede della pittura fiamminga; qualcun altro riconosce, nelle tue opere, il fascino esercitato da subculture quali il movimento dei New Romantics, o l’influenza di quel performer indimenticabile che fu Leigh Bowery. Degli eleganti incubi alla David Lynch abbiamo già detto; io, per esempio, ritrovo nella tua arte quella fascinazione da umanità varia ed imperfetta, nuda e cruda che abita i dipinti di Lucian Freud, Francis Bacon e i caffè di notte di Edward Hopper. Nessuno, però, meglio di te, può rivelarci ciò che ti ha influenzato, e ciò che continua a farlo. Dimmelo con 3 opere d’arte.

    Roger De La Pasture, Polyptique du Jugement Dernier; Gian Lorenzo Bernini, Fontana dei Fiumi; Wittgenstein, regia di Derek Jarman.

    La nostra intervista volge al termine… Vorrei lasciarti con un divertissement, un piccolo gioco… Si intitola La mia mostra ideale e ripercorre modi, tempi e ideologie dei tuoi ideali artistici. Comincio con la prima domanda: La tua mostra ideale si terrebbe nel…?

    2060.

    E gli spazi che la accoglierebbero sarebbero quelli di…?

    Una piccola scatola, di due metri per due.

    E la curatela sarebbe affidata a…?

    A una ex-suora pentita.

    Quale musica andrebbe in loop durante la mostra?

    Henry Purcell – The Indian Queen – Trumpet tune & Chorus – We come to sing great Zempoalla’s story, e Nine Inch Nail, We’re In This Together, rigorosamente alternate – come quelle terapie a base di farmaci complementari, la cui efficacia dipende dagli assoluti contrasti dei princìpi.

    La tua più grande ossessione?
    Che il corpo sia materia, o il riflesso di un pensiero mai compiuto… La vita ha davvero bisogno della materia, della pelle, della carne?

    Il tuo senso più sviluppato?
    L’ottavo senso… Per uno psichiatra si chiama “follia”.

    Affida la tua idea di bellezza ad un’opera. Qualunque ne sia il supporto.
    Una cella fatta di sogni. Amo il rumore dei sogni…

    Per finire: il tema musicale, l’attore e il regista della tua vita portata in scena.
    La musica dei miei incubi, portata in scena da una moltitudine di persone in coro collettivo, diretta dal genio di un uomo comune.

    Mustafa Sabbagh | XI Comandamento: Non Dimenticare

    Dal 21 maggio Al 17 luglio 2016

    ZAC – Zisa Zona Arti Contemporanee

    Cantieri Culturali alla Zisa, via Paolo Gili, 4, Palermo

    Catalogo Danilo Montanari Editore (di cui 40 collector’s edition con opera inedita firmata)

    Inaugurazione sabato 21 maggio h. 18.30