Sorrentino, Ultrapop e Ultrattereno: l’esistenza? È altrove

    Ho conosciuto Antonio Sorrentino verso la fine degli anni Novanta. Non erano ancora gli anni del new pop dilagante, della deriva fumettistica dell’arte internazionale, della riscoperta a man bassa e iperdiffusa della cultura bassa e popolare. O meglio, tutto questo cominciava già a manifestarsi, ma era ancora un po’ in embrione, era nell’aria come qualcosa che stava lentamente ma inesorabilmente arrivando, senza ancora essere diventato mainstream: nelle grandi fiere si vedevano ancora solo, o quasi solo, opere iperconcettuali, la tendenza dominante nell’arte era ancora quella del sussiego intellettuale e della noia spacciata per intelligenza, e, dall’altra parte della barricata, di una pittura un po’ accademica per principio, di una pittura “seria” che batteva i territori del nuovo realismo, degli epigoni transavanguardistici o tardoinformali, di un postmoderno un po’ di maniera. Erano ancora di là da venire le manie diffuse e dilaganti dei supereroi dipinti, dei manga divenuti esempio e modello formale, del kitsch, dell’horror e dello splatter come modelli estetici dominanti.

    TAKE CARE

    Antonio Sorrentino, Take Care

    In questo contesto ancora spurio, dove le cose stavano rapidamente cambiando ma in pochi erano disposti a riconoscerlo, un gruppo di quattro artisti, di cui tre provenienti dalla Sicilia e uno dalla Liguria, ma tutti stabilitisi da qualche anno a Milano, aveva già precorso tutto, già anticipato tendenze, modelli, riferimenti estetici, ripescando i fumettacci splatter e l’horror di serie B, immagini dei videogames e film di serie zeta, l’iconografia della fantascienza più estrema e quella del cinema d’avanguardia, tra immagini shock e figure di mostri, zombi, alieni, robot, dischi volanti, esseri mutanti e cartoni animati, pugili suonati, bruchi stellari e pupazzi di Mc Donalds che piovevano dal cielo, mescolando avanguardia e tradizione, adrenalina e divertimento, splatter e fantasy, fumetto e surrealismo, citazioni e invenzioni iperboliche, supeflat e pittura sporca, logica e furore. Quei quattro artisti avevano, in buona sostanza, fatti propri i temi e le sensibilità che di lì a qualche anno avrebbero invaso il mercato, le aste e i media artistici, e di cui altri avrebbero poi preso il grosso del merito e anche i proventi: tale è a volte la sorte che tocca agli anticipatori di mode e tendenze.

    ultrapopsorrentino3Il nome di quel gruppo era Ultrapop (“La gente guardava un po’ orripilata i nostri lavori pieni di mostri, di sangue e di budella arrotolate, poi veniva da noi e ci chiedeva: ma che razza di arte è questa? Noi rispondevamo: è arte ultrapopolare!”). E i nomi dei quattro artisti, Dario Arcidiacono, Sandra Virlinzi, Giordano Curreri e Antonio Sorrentino. In seguito, ognuno di loro avrebbe preso strade diverse: tutti, in un modo o nell’altro, continuando a fare arte, alla sua maniera, e sviluppando e articolando, ognuno a proprio modo e in maniera autonoma, il proprio stile peculiare. Antonio Sorrentino, però, quattro anni fa, nel 2012, se ne è andato, portato via da una malattia rara quanto fulminante. Di lui rimane il lascito di quella sua breve ma intensa incursione nel mondo dell’arte, quella di serie A: io stesso, con Maurizio Sciaccaluga, in quei primi anni Duemila ho seguito da vicino e aiutato lo sviluppo del gruppo Ultrapop (tra i pochi, pochissimi critici disposti all’epoca a farlo, assieme a pochi altri, come Ferruccio Giromini, critico non organico al mondo dell’arte, ma proveniente dal mondo del fumetto), con articoli su giornali all’epoca significativi e molto seguiti, come Arte Mondadori, e inviti a mostre importanti, rappresentative di una generazione e di un periodo, come Sui Generis al Pac di Milano, nel 2000 (in cui i quattro esposero degli indimenticati e folli juke box Ultrapop), o Totemica alla Casa del Mantegna, assieme ad artisti internazionali del calibro di Orlan, Ontani, Sandy Skoglund, Wim Delvoye.

    Oggi Sorrentino torna – per lo meno con le sue opere – con una breve ma altrettanto intensa incursione nel mondo dell’arte: con una mostra che è anche una sorta di messaggio proveniente, potremmo dire, “dall’aldilà”: ovvero pensata e progettata da lui stesso, prima di lasciarci, e incentrata proprio su temi profondi, essenziali: la vita, la morte, l’esistenza dopo la morte. Già il titolo è apparentemente irriverente e provocatorio, ma forse ben più serio e significativo di quel che appaia: “The best is yet to come”, ovvero “Il meglio deve ancora venire”: e come non vedervi un riferimento chiaro e preciso alla vita “dopo”, alla futilità e inutilità del nostro muoversi, agitarci e prenderci tanto sul serio in questa vita, pensato in uno di quei magici e rari momenti di preveggenza che si dica colgano le persone poco prima di lasciare questo mondo?

    I WILL SURVIVEIl modo in cui Sorrentino ha deciso di affrontare questi temi, però, è fedele alla poetica e al percorso dell’artista “Ultrapop”: che dire altrimenti della “Bära” e dell’ “Urnä”, entrambe targate Ikea, col loro bravo piedistallo e il regolamentare foglietto con le istruzioni per l’uso fai-da-te, a indicare, e irridere, la commercializzazione, spettacolarizzazione e riduzione a marketing di qualsiasi momento della nostra vita, compreso quello supremo? O di quadri misteriosi e un po’ esoterici, come l’inquietante Apocalypse Rendezvous, un incontro tra la vita e la morte in un misterioso e imprecisato altrove, o lo straordinario I Will Survive, nel quale una serie di donne tutte uguali escono da strani passaggi nascosti nel cavo degli alberi aggirandosi come sonnambule per una dantesca “selva oscura”, armate di bizzarri giubbotti di salvataggio dall’aspettosimil-organico (strani ultracopri che non si sa bene se le stiano salvando, o se invece non le stiano proprio uccidendo), o ancora I Will Survive Jetsemani, nel quale Cristo sembra portare il suo messaggio di salvezza agli uomini attraverso la forma del solito, e misterioso, giubbotto salvavita; e ancora i tanti, misteriosi collage realizzati su vecchie stampe ottocentesche, nei quali la presenza della morte, dell’infermità, della sofferenza e della malattia è martellante e ossessiva, ma tenuta sempre sul filo di lana del tragicomico, del grottesco, del surreale. E poi le inquietanti raffigurazioni della Corte dei Miracoli, dove oscene e strambe ombre malate attraversano questa nostra vita cavalcando destrieri e portando chi medicine, chi macchine da guerra, chi armi, chi scettri, chi pugnali, missili, simboli esoterici…

    Infine, il pezzo più inquietante, più profetico e fortemente simbolico: un grande THATS’ ALL FOLKS! realizzato in (vero o fittizio, ha poca importanza) pelo d’animale, come un drammatico trofeo trasportato da questa a un’altra esistenza: è tutto, ragazzi!, sembra dirci Sorrentino dall’aldilà – la vita, la sofferenza, l’amore, gli odi, le ambizioni, la carriera, i giochi “seri” e meno seri della nostra vita quotidiana: tutto quanto è spettacolo, gioco, apparenza – e alla fine tutto passa, tutto è vacuità, futilità, impermanenza, flebile gioco della vanità sociale e individuale. Come diceva Breton, genio e teorizzatore del Surrrealismo: vivere, cessare di vivere, sono soluzioni immaginarie: l’esistenza è altrove.

    Alessandro Riva

    Antonio Sorrentino | The Best is Yet to Come

    Galleria dell’Institut Français, Corso Magenta 63, Milano

    dal 15 al 21 maggio 2016

    inaugurazioni: domenica 15 maggio, h. 11.30 e martedì 17 maggio, h. 18.30