Lombardi, la scena primaria e l’autocoscienza della pittura

    “La Galleria Michelacci (Ex Chiesina dell’ospedale) a Meldola, mio paese natale, è stato forse il primo luogo in cui ho incontrato la pittura. Avevo circa sette anni ed ebbi una lunga degenza in quello che era allora l’unico ospedale di Meldola, e di cui la Chiesina faceva parte. Dagli squallidi stanzoni, in cui erano allineati, come in stampe d’altri tempi, i degenti, senza distinzione né di gravità della malattia, né di età, si accedeva, attraverso una porticina, ad una balaustra da cui i malati potevano assistere alle funzioni sacre. Io, invece, andavo da solo, quando non c’era nessuno e rimanevo incantato per ore a guardare il bell’affresco di scuola del Palmezzano. In questo luogo ho allestito tante mostre, mie e di amici, ma questa, per me, ha un sapore del tutto particolare: è come un cerchio che si chiude”.

    Così racconta Enrico Lombardi la genesi di una mostra particolare, quella che ha allestito appunto in un luogo che ha qualcosa di sacro, non solo, o non tanto, per il suo carattere originariamente “sacro” nel senso letterale del termine, ma anche in quanto il luogo dove all’artista si è rivelata per la prima volta la sacralità della pittura attraverso gli affreschi di scuola melozziana, o di scuola del Palmezzano. “Ero ricoverato da settimane e non sapevo quando sarei potuto uscire”, ricorda Lombardi. “A sette anni è come se ti venisse rubata la vita tutta intera. Poi scoprii la porticina che portava alla balaustra della Chiesetta e cominciai i miei pellegrinaggi iniziatici, non sapendo, certo, che questi avrebbero segnato il mio destino. Entravo nel fresco umido ed echeggiante, nel silenzio cavo delle volte e il mio sguardo era interamente rapito e colmato da quella pittura. Ed è rimasto così per sempre, sino ad ora. Guardare un affresco del due o trecento, sino all’inizio del quattrocento, mi colma lo sguardo sino ad una magica saturazione priva di eccedenze. Per me la pittura è tutta lì. E, ad essa, questa mia mostra è amorevolmente dedicata. Forse i miei occhi di bambino, sbarrati per la prima volta sulla magia della pittura, si sovrappongono a quelli del pittore adulto che riallestisce la scena del suo immaginario”.

    La mostra che ha riacceso i ricordi del bambino che guardava gli affreschi del Trecento nella chiesa del vecchio Ospedale di Meldola è The Kingdom, essa stessa una sorta di opera-mondo ricca di rimandi incrociati – a cominciare dal titolo, che rimanda alla miniserie “magica” e apertamente soprannaturale di Lars von Trier, alla forma a polittico, che rivela il suo debito con la pittura tre e quattrocentesca, fino ai molteplici rimandi interni alla stessa vicenda pittorica dell’artista, nel suo ripetersi sempre uguale a se stessa, giacché, come scrive Federico Leoni, “le nuove tele ripetono allo spasimo una scena già dipinta, una collina già tagliata nell’identica prospettiva, uno specchio d’acqua già orchestrato anni prima alla stessa maniera” (con l’unica differenza dell’utilizzo del fiondo oro, a citazione e memoria della lezione della pittura trecentesca), in una forma di “disciplina quasi ascetica”, come in una prassi di “autocoscienza della pittura”, che consiste nella “volontà di produrre un’opera che sia assolutamente opera, un’opera che sia compiutamente ciò che avrebbe dovuto essere, e d’ora in poi, nello sguardo dell’archivista di se stesso, nello sguardo di questo futuro anteriore che è sempre già un passato, sarà stata”. Poiché “l’evento o l’operazione divenuta impossibile non può che risolversi nell’indefinito sdoppiarsi di quello stesso evento nelle figure speculari e in ultima analisi coincidenti dell’archivio di sé e dell’archivista di sé”.

    Questo “archivio di sé”, delle proprie matrici, delle proprie memorie e dei propri archetipi pittorici prende ora la forma, per Enrico Lombardi, di una mostra-omaggio al luogo della sua infanzia che è insieme un’operazione compiuta, dal taglio quasi concettuale, vorremmo dire (se il termine non fosse troppo abusato), di ricostruzione del proprio percorso pittorico profondo: non nella forma di un’antologica, ma di autoriflessione del senso stesso del dipingere, per l’artista, a partire dalla ricostruzione non a freddo, ma dall’interno dello stesso processo pittorico, della memoria ancestrale del proprio sguardo sulla pittura e sulla creazione dell’opera, a cominciare dalla forma stessa della mostra, concepita e costruita “a polittico”: “È la prima volta”, scrive l’artista, “che allestisco una mostra in forma di Polittico, anche se questa idea mi ossessiona da sempre. Questo per rendere omaggio alla pittura che, in assoluto, amo di più: quella sacra del due-trecento italiano, nella quale il polittico era la forma per eccellenza. Ho immaginato questa mostra come una sinfonia in cui le opere, quasi componendo una sola opera tutte insieme, emanano una musica sottile e corale”.

    Ed è, attraverso la forma a polittico e la scelta simbolica del luogo – luogo della memoria, dell’infanzia e della coscienza della scoperta stessa della pittura come forma di riconoscimento del mondo – che l’artista ricostruisce il proprio “regno”, il regno della pittura pura, della riflessione sul gesto pittorico che è anche riflessione sul senso stesso del proprio essere al mondo. Fondamentale, in questo senso, la scelta del luogo, e i rimandi che quel luogo hanno a livello biografico e simbolico, quasi l’artista avesse voluto ricostruire e rivisitare la “scena primaria”, fondante, del proprio scoprirsi artista. “Questa mostra forse è nata 50 anni fa”, scrive infatti Lombardi. “Forse è cresciuta in me senza che me ne accorgessi. Forse è una grande concrezione archeologica della mia vita. Forse potevo farla così solo oggi. Forse, in essa, passato, presente e futuro della mia anima si sono perfettamente fusi. Per questa ragione ho parlato della sensazione di un cerchio che si chiude”: perché “una mostra è un organismo complesso, con radici aggrappate a suoli profondi e spesso dimenticati; perché sembra cresciuta ora, ma la sua musica suona dentro di me da ere remote; perché non deve mostrare la sua fatica, ma solo il suo eterno presente: e, come l’angelo di Benjamin, deve procedere verso il futuro con lo sguardo girato dietro. Perché chi non ha passato non può avere né un presente, né tantomeno un futuro”.

    Alessandro Riva

    Enrico Lombardi| The Kingdom

    Galleria Luigi Michelacci, Ex Chiesina dell’ìOspedale, Meldola (Forlì)

    via Cavour n.60/M
    30 aprile – 5 giugno 2016