Confessioni di uno street artist a Stoccolma: che ci faccio qui? Quando anche la street art diventa superflua

    di Vlady Art.

    Quando la magnificenza di un luogo mette addirittura soggezione, dove la bellezza non è uno slogan politico ma un qualcosa di davvero concreto, tangibile, il posto per la street art diventa quasi marginale o persino inesistente. Lo spazio diviene come un silenzio o una sinfonia che non vorresti interrompere e la street art è costretta a mutare. È così qui a Stoccolma, sicuramente come in tutte quelle località dove non esiste vero degrado diffuso. Non è la prima volta che mi trovo in una terra che ispira parecchio ma che non istiga a fare, non almeno nelle più consuete forme dell’arte urbana. La capitale svedese, autodefinitasi un po’ altezzosamente “la capitale della Scandinavia”, ha effettivamente delle caratteristiche e dei numeri davvero sorprendenti, da poter imbarazzare i nostri amministratori.

    Vladyart

    Vladyart, intervento urbano su manifesti pubblicitari strappati

    Qui si vive su quattordici isole, sulla foce di un lago balneabile e pescoso e mai troppo lontani da un parco, che non è altro che uno scampolo di foresta, la stessa che ammanta i ¾ della nazione e che regala sempre la sensazione di essere in villeggiatura. La natura e lo svago sono alla portata di tutti, a prescindere dalla classe sociale. La città si affaccia anche sul mar Baltico, dove si apre uno sconfinato arcipelago di oltre 24,000 isole, in gran parte disabitate. Se non si ama stare tra il milione di abitanti che conta Stoccolma, questo è il posto ideale per perdersi.

    Uno scorcio di Södermalm

    Uno scorcio di Södermalm

    Gli scorci di città, che siano gli eleganti boulevard di Östermalm, gli antichi vicoli di Gamla Stan, oppure la “hipster paradise” Södermalm, sono sempre ricchi di pregio e cura. Le famose “città giardino”, troppo spesso rimaste sulle carte, qui hanno trovato casa e gli architetti, l’auspicato lavoro. Il graffitaro o l’artista furtivo di strada che sia, non è proprio messo nelle condizioni più legittime e spontanee per operare. La bellezza crea soggezione. Il polso si fa debole, la mente si rilassa. Si sorride. Si abbatte il livello di stress. Un po’ come può accadere, immagino, a Capri o Cortina D’Ampezzo. La città e il suo paesaggio è sublime; il più alto segno di rispetto è semplicemente scattare una foto e contemplare. In queste condizioni la street art è costretta a interrogarsi, a fondersi con l’ambiente e assumere connotati più effimeri. È una terra che sente poco la necessità di un lifting estetico e stenta tuttora a concedersi ai muralisti globetrotter. Göteborg ci sta provando, Borås organizza l’unico festival nazionale, Stoccolma si dimostra invece poco interessata. Addio murales grandi come palazzi. Ci sono parchi e architetture pregevoli ovunque, non occorre fantasticare. Non serve abbellire come si fa a Kiev, dove vengono investiti fior di quattrini per portare gioia e colore sui grigi palazzi.

    Tavole colorate per decorare le impalcature di un palazzo: decori non di street art “illecita”, ma del cantiere stesso

    Tavole colorate per decorare le impalcature di un palazzo a Stoccolma: decori non di street art illegale, ma del cantiere stesso

    La street art nasce dalla mancanza di opportunità, regole, dignità, verde, futuro, ossigeno e occasioni per emergere, per affrancarsi, nel mondo. È una reazione al degrado, non è la prima portatrice di degrado. Pianta che non cresce bene in assenza di territorio ostile. Mi spiego meglio, attraverso proprio l’esperienza di Stoccolma.

    Che senso potrebbe mai avere qui, operare da hacker urbano o da Robin Hood della legge, se nella legge qui confidano tutti? Se c’è equità e giustizia sociale, se finiti gli studi si lavora tutti, se non devi lottare per un posto auto? Che senso avrebbe montare amache, altalene, canestri, scacchiere, in una città che ne mette decine, se non centinaia, a disposizione nei parchi? Che senso dovrebbe avere auto-organizzarsi per reclamare ogni bene primario, se lo Stato ha già pensato a tutto, o se non lo ha ancora fatto, basta mandare una e-mail? Che senso potrebbe avere il guerrilla gardening, qui dove la foresta compenetra la città? Quali murales vi aspettereste qui, quelli contro l’inquinamento, contro l’immondizia, contro la polizia? Ma questi non sono problemi che mortificano i cittadini svedesi. E dove non esiste abbandono, dove non esiste una favela, dove non c’è una bottega sfitta, che razza di streetartista vi aspettate, quello che con il rullo vi disegna una rana o una balena, illegalmente, su un palazzo abitato, come si fa in Italia? No, qui la street art per come la conosciamo, non ha motivo di gridare aiuto a nessuno. Come poco o nessun motivo ha di servire qualcuno, di istruire qualcuno, di migliore la vista di qualcuno. C’è chi timidamente ci prova, ma in assenza di movente politico. L’attacchinaggio di locandine abusive è diffuso e tollerato solo con il nastro di carta adesiva; la colla non esiste quasi. L’antagonista artista con rullo e colla, non sfiderebbe nessuno, in particolare. Esistono poi numerose bacheche pubbliche, dove affiggere liberamente. E qui dove si decorano pittoricamente le stazioni della metro fin da tempi non sospetti, dove gli stessi cantieri si adoperano a creare composizioni gradevoli a coprire le loro impalcature… a che scopo l’artista urbano dovrebbe fare lo stesso? Quello che accade altrove è molto spesso una sfida che l’artista attivista ingaggia con le autorità, con il mondo dell’arte, con la società. A Stoccolma non noto nessuna lotta sui muri.

    Questo popolo nordico che ha fatto delle telecomunicazioni un lifestyle e un business, prima con la tecnologia dei GSM della Ericsson, poi inventando Skype e oggi con Spotify, non ha mai sentito il bisogno di confrontarsi di politica o di calcio… sulle pareti. Eppure, per la comunicazione, per l’interazione cerebrale con i cittadini, questo è l’ambiente adatto, perché la società dai 9 ai 90 anni è mediamente molto preparata e attenta, benestante, poliglotta e viaggiatrice. Una nuova conciliazione con le arti, un nuovo corso, lontano dalle tendenze dei ghetti e dalle mode di contagio. Così mi appare. Tetri sottopassi ridotti a orinatoi, sporchi piloni tappezzati di pubblicità, lunghi vialoni corredati di 6×3, opere incompiute colonizzate da cani randagi, fabbriche dismesse e case abbandonate patria di tossici e apolidi sono un ricordo lontano e la conseguenza di quest’assenza non può che non riflettersi nella street art, che almeno nella mia concezione della cose, risente fortemente dell’ambiente e delle condizioni socio-economiche di un luogo.

    Trovo parecchi gesti in giro, come di bambini o comunque di persone con un forte senso di poetica visiva e ambientale, segni che non possono che catturare la mia attenzione e regalarmi un momento di riflessione.

    Non attaccheresti mai un posto che apprezzi davvero e che ritieni sublime.