Sgarbi, una vita “oltre il limite”. Narrata dagli artisti. Grazie alla cura (e all’amore) di Sabrina

    “Ho conosciuto Vittorio a Roma, nel 1997”, scrive Sabrina Colle. “Era già famoso; ci tenne a mostrarmi subito il suo meraviglioso appartamento in via dell’Anima. Non potrò mai dimenticare l’imbarazzo e la timidezza delle prime volte. Mi sentivo così piccola e a disagio, in quella casa lussuosa e barocca, tra le mura foderate di damasco rosso, ricca di tendaggi preziosi, arazzi sublimi e quadri impressionanti. Vittorio mi raccontava che Allegrini, allievo di Pietro di Cortona, aveva dipinto sul soffitto la storia d’amore tra Didone e Enea. E mi indicava, poi, il momento in cui la regina di Cartagine si toglieva la vita perché abbandonata dall’eroe. Mi mostrava i quadri di Pietro Liberi, che dominavano le pareti del salone principale e raffiguravano Ester e Assuero. In particolare, quello in cui Ester sveniva perché Assuero l’aveva chiesta in moglie. E ancora il dipinto di Paride che donava a Venere il pomo della bellezza, di Karl Loth. Percorrevo, curiosa, tutti i saloni e ogni volta mi immedesimavo in una delle eroine protagoniste dei quadri che popolavano quella dimora. Ero stata subito coinvolta da Vittorio con il cuore e il cervello. Il faut du temps pour être jeune, diceva Picasso: ancora oggi guardandolo, dopo tutti questi anni, riesco a percepire sempre la stessa energia vitale”.

    Cristina Ghergo, Sabrina Colle e Vittorio Sgarbi, 2001.

    Cristina Ghergo, Sabrina Colle e Vittorio Sgarbi, 2001.

    La copertina de L'Espresso del 1993 con Sgarbi nudo

    La copertina de L’Espresso del 1993 con Sgarbi nudo

    Per chi non l’avesse capito, Vittorio è Vittorio Sgarbi, di cui poco si può dire non solo perché già tutti lo conoscono, ognuno per un suo ricordo personale, per un aneddoto, per una volta che l’ha incontrato ed è stato trascinato dalla sua instancabile energia a vedere qualche quadro o qualche chiesa o qualche mostra o qualche affresco (anche minore e semisconosciuto persino agli altri studiosi, ma di cui lui sa tutto e ricorda tutto e fa collegamenti e trova riferimenti, attribuzioni e storia), o anche solo per l’opinione che se n’è fatto vedendolo in tivù, o a un intervento o a una lezione in qualche luogo anche sperdutissimo ma sempre pieno all’inverosimile di gente che accorre per sentir parlare l’unico critico e storico dell’arte che sappia davvero parlare d’arte a tutti, senza mai stancarsi, senza mai far calare l’attenzione, senza far montare la noia agli ascoltatori né provare, lui, supponenza verso chi conosce poco o non conosce affatto di ciò di cui lui sta parlando, nonostante la fama di “cattivo” e irascibile che lo accompagna; non solo, dunque, perché tutti lo conoscono e hanno già un’idea preformata e preconfezionata su di lui, ma anche perché di lui s’è già scritto tutto e il contrario di tutto, si è raccontato e analizzato e scandagliato vita, vicende private e pubbliche, amicizie, inimicizie, avventure amorose, politiche, aneddoti, curiosità, litigi memorabili, frasi idiomatiche, idee improvvise e improbabili ma che comunque lui persegue e porta fino in fondo con la caparbietà di chi non accetta limiti di sorta alla sua volontà e alla sua inesauribile voglia di sondare tutte le possibilità che offre la vita e anche ciò che agli altri apparirebbe del tutto impossibile a priori, dunque che quasi tutti gli altri non proverebbero neppure a rendere concrete, ma che lui tenta comunque di realizzare, spesso riuscendoci, poiché “Nihil difficile volenti”.

    Helmut Newton

    Helmut Newton

    Non è un caso, allora, che la mostra che proprio Sabrina Colle, sua fidanzata storica, donna (è la pura verità, e non piaggeria, poiché di piaggeria non ha bisogno e non abbiamo bisogno noi di farla) davvero fantastica, intelligente, colta, sensibile ed equilibrata come poche altre, attrice di teatro di grande talento ma priva dell’egocentrismo un po’ egoista e spesso superficiale che porta attori e attrici a tentare tutte le strade pur di essere sempre sulla scena e dunque sulla cresta dell’onda, gli ha dedicato a Castellabate, promossa dalla Fondazione Pio Alferano: non è un caso, dicevo, che la mostra si intitoli (bella intuizione di Sabrina e di Santino Carta, Presidente della Fondazione) “Oltre il limite”.

    Giancarlo Vitali

    Giancarlo Vitali

    Qual è, infatti, la caratteristica principale di Vittorio, se non quella di andare, sempre e comunque, non tanto e non solo controcorrente, contro i perbenismi e i conformismi di destra e di sinistra, ma sopra e oltre il limite e i limiti dettati dal pensiero dominante, in arte come nella politica o nella morale corrente, dalle banalità e dalle miserie del politicamente corretto che si annida ovunque (dal linguaggio corrente fino all’indignazione pelosa dei moralizzatori di professione), dalla melassa conformista e perbenista che è il vero cancro, la vera dittatura tutt’altro che morbida del contemporaneo, come lo è stata, del resto, in altri tempi seppure con altri linguaggi ed altri mezzi – simile in questo, Sgarbi, forse solo a D’Annunzio, suo omologo in altri tempi e con altri stili, ma simile nel suo essere sopra e spesso contro la mischia dei panciafichisti, come si diceva allora per definire i conformisti dell’epoca, ma spesso anche interpretando anche la sensibilità vera dell’Italia più autentica, nel suo essere insieme avanguardia e popolo, contro le regole e contro gli snobismi di chi crede invece di interpretare “il popolo” seguendone gli istinti più gretti e più volgari, e in fondo in fondo disprezzandolo; amando invece,  Sgarbi oggi e D’Annunzio allora, l’educazione vera e autentica delle masse, dal basso, in maniera profonda e non di facciata, e di conseguenza amando anche alla bisogna i comizi, i discorsi pubblici, le adunate, i bagni di folla, la massa di gente che allora amava ascoltare e lasciarsi trasportare dall’intelligenza e dalla verve del pensiero divergente del Vate, capace di sfidare governi e Re senza mai timore per se stesso, ma anzi mettendosi in gioco e rischiando la vita ma anche sfidando la riprovazione, l’odio, il disprezzo e anche il ridicolo, e oggi in qualche modo capace in maniera analoga anche lui, Sgarbi, di sfidare conformismo, odio, disprezzo, rancore e spesso anche il ridicolo, poiché anche il suo senso del ridicolo, come quello dell’intelligenza, dell’estetica e dell’etica, è “oltre il limite”.

    Natalia Tsarkova e Alexander “Sasha” Sergeeff

    Natalia Tsarkova e Alexander “Sasha” Sergeeff

    “Oltre il limite” è dunque, prima e più che una mostra, che riunisce artisti che lui ha amato e sostenuto, o che l’hanno ritratto, omaggiato, divertito, emozionato, anche una dichiarazione d’amore: di Sabrina, e con lei, in qualche modo, anche degli artisti che, non sempre ricambiando ciò che lui nel tempo ha dato loro (gli artisti sono per definizione e quasi sempre irriconoscenti, ingrati, voltagabbana, egocentrici, intrattabili, ingestibili), gli hanno però reso in opera ciò che forse quasi tutti in un modo o nell’altro gli dovevano.

    Ecco allora che qualcuno l’ha ritratto imbronciato, altri pensoso, altri ironico, altri giovane e speranzoso, altri in eterno movimento o con mille mani che si muovono, altri ancora (Bergomi) come il Cristo battezzato da Giovanni Battista, e uno (Dante Carpigiani), persino a cavallo come un condottiero d’altri tempi.

    Alcuni hanno rappresentato la sua metafora-invettiva prediletta (capra!) – addirittura inserendo la testa di capra su un corpo sgarbiano (Fatima Messana) –, mentre altri hanno invece ritratto i componenti la sua famiglia (la madre, la mitica Rina, un vulcano di donna, da poco scomparsa, il padre Giuseppe, scopertosi scrittore, di grande talento, in tarda età, la sorella Elisabetta, editrice coraggiosa e ottima regista sperimentale).

    Alcuni hanno invece ritratto proprio lei, Sabrina, “presenza forte e discreta”, come la descrive lo stesso Vittorio, “mai doma, sempre orgoglio. Anche nella mitezza e nella distante rassegnazione che ha letto nei suoi occhi Aurelio Bulzatti, ritraendola”. Helmut Newton, gigante della fotografia non solo di moda, l’ha immortalato invece, quando Sgarbi era ancora un giovane e irruente critico in grande ascesa grazie alla tv, a Montecarlo nel 1990 (c’ero anch’io, all’epoca, allora giovane giornalista “felice e sconosciuto” del primo Vanity Fair italiano: e lì, sul set di Newton, lo conobbi appunto, e ne divenni amico).

    Nell’insieme – ritratti un po’ oleografici o retorici compresi, assieme ad altri bizzarri, insoliti, ironici, simbolici –, la mostra è un grande omaggio a un grande critico e storico dell’arte che è andato spesso sopra le righe, ha superato quasi sempre i limiti, e soprattutto che non si è lasciato e non si lascia mai domare (ne sa qualcosa Letizia Moratti, da lui in seguito ribattezzata “Suor Letizia”, che credendo di domarlo e di addomesticarlo lo aveva nominato Assessore alla Cultura a Milano durante la sua amministrazione, per ritrovarselo poi, a sorpresa, a sostenere i graffitisti del Leoncavallo o mostre pubbliche di street artist come Street Art Sweet Art al Pac, o di apertura a tutte le forme di sessualità “non convenzionale” come Vade Retro, Arte e Omosessualità, da lei e dai suoi gretti compagni di giunta e di merenda poi indegnamente e stupidamente censurata).

    Luciano Ventrone

    Luciano Ventrone

    Indomito e indomabile, dunque, proprio perché l’andare “oltre il limite” è in fondo la sua cifra stilistica e il suo modus operandi: quello di un critico e di uno studioso che non vuole e non può lasciarsi abbattere o fermare. Né dall’età né dalle vicende alterne della vita, della carriera, o della politica, sempre stravolgendo le regole anche contro ogni forma di apparente buon senso: valga per tutte la “sua” Biennale, quella del 2011, vituperata, disprezzata, molto incompresa, ma altrettanto molto ricordata, al contrario di altre: e certamente folle, incontenibile, sfrenata, dilagante, sterminata; che, nell’apparente sconsideratezza del voler tutto contenere, tutto documentare, e a tutto dar voce, recava in sé un germe, un’idea, fondamentalmente più rivoluzionaria di qualsiasi altro tentativo precedente: quello di rompere lo schema di tutte le Biennali del mondo, costruite quasi sempre col righello e con la matitina rossa e blu, e soprattutto, nell’apparenza di una libertà che non hanno quasi mai, col Manuale Cencelli del potere e del denaro – dove a comparire e ad essere invitati sono infatti (lo sanno tutti) gli artisti a seconda del potere che hanno alle spalle, del denaro che movimentano, dei collezionisti che ne comprano le opere, o delle gallerie d’appartenenza che li sorreggono, e non a seconda di alcuna “qualità”, forma o senso intrinseco al lavoro; Biennale folle e follemente utopistica, dunque, perché “oltre il limite”, aspirando soprattutto a spezzare i dicktat di un sistema asftitticamente chiuso in se stesso e intrinsecamente autorefenziale e mafioso (da cui il provocatorio titolo, L’arte non è Cosa Nostra). Che ce l’abbia o meno fatta, ha poca importanza. Anche in quel caso, come in altri, Sgarbi ha lasciato il segno, nel bene e nel male. Come al solito. E oltre il limite.

    Alessandro Riva

    Oltre il limite | a cura di Sabrina Colle

    dal 23 Luglio 2016 all’8 settembre 2016

    Castello dell’Abate, Castellabate, Salerno

    Promossa dalla Fondazione Pio Alferano e Virginia Ippolito

    Tel +39 0974-960853

    http://www.fondazionepioalferano.it

    Salva

    Salva

    Salva

    Salva

    Salva

    Salva

    Salva

    Salva

    Salva

    Salva

    Salva

    Salva

    Salva

    Salva

    Salva

    Salva

    Salva

    Salva

    Salva

    Salva

    Salva

    Salva

    Salva

    Salva

    Salva

    Salva

    Salva

    Salva

    Salva

    Salva

    Salva

    Salva

    Salva

    Salva

    Salva

    Salva

    Salva

    Salva

    Salva

    Salva

    Salva

    Salva