Nuovo autogol per la Gnam di Roma. Che finisce in tivù con un “beauty contest” trash. Ideato da Paco Cao

    Non bastava il (discutibilissimo) riordinamento della Galleria d’arte Moderna di Roma, con un minestrone di opere che si intrecciano al di fuori di qualsiasi criterio storico e di ogni rigore cronologico (così come avviene in tutti i musei del mondo), in un papocchio generale e solo apparentemente “democratico” in cui tutto si mescola con tutto, senza altro senso se non quello di “creare delle affinità elettive”, come ha spiegato in occasione dell’apertura la direttrice Cristina Collu, tra opere distantissime tra loro e senza alcun reale legame storico o scientifico che le leghi. Già il titolo della rassegna, che sostituisce il concetto stesso di allestimento museale statico con quello di un’azione dimanica e sempre diversificata delle opere della collezione, è tratto dall’Amleto (Time Out of Joint), e rivendica questa concezione del tempo “liberato” dalla dittatura della cronologia.

    Peccato che, come hanno fatto notare in molti (a cominciare da alcuni dei componenti il Comitato scientifico del museo, come Fabio Benzi), le opere siano mescolate vorticosamente tra loro senza alcun supporto didattico o informativo per i visitatori che le contestualizzi, con una concezione e un allestimento “più simili a una Biennale che non a un museo”, con un “effetto scenografico” che non ha nulla di scientifico, con un’operazione di decontestualizzazione che non crea altro che spaesamento e confusione in un visitatore che voglia fruire il museo per la funzione alla quale sarebbe votato, cioè permettere a chi lo visita di capire, studiare, confrontare, vedere, imparare dalla storia dell’arte italiana e internazionale: quello per cui, che piaccia o no alla retorica dei moderni fautori del “rinnovamento”, moltissimi studenti, artisti, cittadini “normalmente curiosi” o vogliosi di imparare, per fortuna credono ancora che serva (per cazzeggiare, divagare e buttarla in vacca ci sono già le Biennali e le mille mostre pretenziose e inutili che pullulano in ogni parte del mondo).

    Non bastava questo, dicevamo, per rendere l’idea di un inizio di direzione quantomeno discutibile per uno dei più importanti musei italiani: ora si è arrivati al grottesco di presentare le opere della collezione in televisione, in uno dei programmi più trash della tivù, Tu sì que vales, diretto da alcuni tra i maggiori “luminari” dell’intrattenimento basico (per usare un eufemismo) della tv commerciale come Gerry Scotti, Mara Venier, Teo Mammuccari e Maria de Filippi. L’occasione, il “Beauty Contest” inventato dall’artista spagnolo, ma residente a New York, Paco Cao, con la collaborazione e la complicità della direttrice Collu, che mette a confronto una settantina di opere della collezione della Galleria Nazionale, in quella che vorrebbe essere una tristissima parodia di “concorso di bellezza” tra opere d’arte (tra i nomi, Van Gogh, Modigliani, De Chirico e altri), aperto al pubblico attraverso internet.

    Cristiana Collu e Paco Cao in tv

    E il senso di questa “opera d’arte” (perché, ci fa sapere la Collu, il contest in realtà non è un contest, ma un’opera d’arte, “di cui tutti noi adesso entriamo a far parte”), quale sarebbe? Secondo la Collu, “mettere in comunicazione due istituzioni (sic) come la televisione e il museo”, in un’ansia di “democratizzazione” (il termine è usato dall’artista, e ripreso da Gerry Scotti) dell’arte e del museo. Il paradosso è che non è la televisione (che, con buona pace della direttrice, non è un’istituzione, ma un media) ad “adeguarsi” al linguaggio, ai metodi e alla storia del museo, ma piuttosto il museo ad adeguarsi al livello di un programma che non ha nulla di culturalmente interessante, di innovativo o di stimolante, senza peraltro contribuire a migliorarne di un millimetro la qualità o l’interesse. Insomma, una resa generale alla logica dell’abbassamento culturale ipertrash.

    “Come organizzare un concorso di bellezza senza far diventare i candidati oggetti erotici a disposizione del mercato?”, si chiede, in un crescendo di elucubrazioni che sfociano nel pecoreccio, l’artista in televisione. “La mia soluzione? Scegliere dei quadri. Con loro, la frequentazione carnale è impossibile, a meno che tu non sia un multimilionario perverso e allora potresti avere una frequentazione carnale con un Modigliani, ma solo dopo averlo comprato e pagato milioni di euro” (va detto che, se voleva far ridere, non c’è riuscito). E continua poi, non si sa più se volendo (anche in questo caso senza riuscirci) fare la parodia del politicamente corretto o essendo lui stesso parte di un processo di totale rincretinimento “democratico”: “I candidati di questo concorso sono stati selezionati senza discriminazione di sesso, religione, età, razza, ideologia, provenienza o estrazione sociale. Questo concorso è il primo e unico vero concorso di bellezza democratico e realizzato in un museo. È”, conclude in un’apoteosi di cretinismo trash, “un’opera d’arte politica”.

    Paco Cao

    Paco Cao

    Non è in discussione, in questo caso, il diritto dell’artista di fare, a propria discrezione, il proprio gioco di saltimbanco, di provocatore e di mescolatore di ruoli e di ambiti: Paco Cao del resto non è nuovo a performance del genere. Avevamo già visto, in passato, il Gabinetto psico-linguistico-retro-futurista al Mart di Rovereto (sempre complice la Collu), con tanto di “Cockteleria Psicologica”, “Sessioni di futurologia” a base di lettura dei tarocchi, e altre amenità del genere. “Voglio abbracciare senza complessi cultura alta e bassa, museografia tradizionale e mondo dell’intrattenimento”, scriveva come proprio “manifesto programmatico” l’artista a latere del Gabinetto psico-linguistico. Il suo gioco lo fa, e sarà il sistema dell’arte a giudicare se un domani tutto questo avrà senso o sarà stata solo, per dirla con Fantozzi, “una cagata pazzesca”. Il problema è la responsabilità e la capacità di un direttore di museo, che, gli piaccia o no, non ha le stesse funzioni né la stessa libertà di un qualsiasi curatore di mostre e mostrine del contemporaneo, manifestazioni-scandalo e altre sciocchezzuole del genere. Fare il direttore di uno dei più importanti musei italiani è (dovrebbe essere) una cosa un po’ diversa.

    Ora, è pur vero e anche comprensibile che anche i direttori di museo non sanno probabilmente più che pesci prendere in una società sempre più ignorante, distratta, volgarizzata e poco attenta alla storia dell’arte e alla cultura. Che si vogliano almeno in parte adeguare al desiderio di spettacolarizzazione di una civiltà che di questo vive e si nutre quotidianamente, anche. Ma buttarla in vacca in questo modo, in un’ansia di fittizia “democratizzazione” dell’arte che non ha più nulla di sensato e nemmeno di originale, che banalizza ogni percorso storico in nome di un avvicinamento a persone che altrimenti, si pensa, non saprebbero come approcciarsi a una storia vissuta come troppo “lontana” dal nostro quotidiano, non è solo un cedimento alla banalizzazione e alla volgarità dominanti, ma una colpevole complicità con la peggiore delle ideologie del contemporaneo: quella che porta già oggi le scuole a basarsi non sulle elaborazioni o sulle discussioni ma sui “quiz”, proprio come nei programmi di Gerry Scotti; che semplifica sempre di più le letture e gli studi, che riduce le ore e gli anni di formazione culturale, che crea lauree sempre più brevi e licei sempre più facili per “democratizzare” la scuola e avvicinarsi alle esigenze di studenti (e relative famiglie) sempre più pigre, arroganti e svogliate. Che, in una manciata d’anni, ci porterà a essere una società sempre più ignorante, sempre più arresa ad abbassare di anno in anno ogni livello di discussione intellettuale, a impoverire il linguaggio, a “democratizzare” ogni aspetto della cultura per poter piacere a tutti; in parole povere, sempre più “democraticamente” collusa con la sciagurata idiozia dominante del contemporaneo.

    Daverio

    Daverio

    Se questa è la deriva, allora, ben vengano la Collu, Paco Cao e il loro banalissimo “Beauty Contest” in cui il pubblico deve votare (sai che gesto rivoluzionario!), l’opera più bella del museo. Però, per favore, tutti quanti: smettetela almeno di tirarvela e di giocare agli intellettuali, smettetela di costruire i vostri circolini faziosi e le vostre liste mafiosette di artisti che possono esporre nei musei e quelli che invece, chissà perché, devono starne fuori, smettetela di fare le classifiche delle gallerie chic e di quelle “commerciali”, di dare la patente dei buoni e dei cattivi nelle riviste d’arte, di gestire le fiere come fossero i vostri salotti dove entrano solo gli amici e gli amici degli amici. Smettetela di far finta di avere etica, professionalità e competenza, e soprattutto di attaccare e di disprezzare chi, come Sgarbi o Daverio, ben prima di voi, l’arte in tivù in un modo o nell’altro l’ha portata per davvero, senza tante manfrine, senza far finta di fare “un’opera d’arte” e senza abbassare il livello dell’arte al livello della tivù, ma adeguando invece, quando era possibile, il linguaggio della tivù all’arte.

    Alessandro Riva