Maggiordomo per clochard. L’ultima provocazione degli Urban Solid nasconde un’idea: il diritto all’arte (e al lusso) per tutti

    Metti un pomeriggio d’inverno un paio di street artist, un maggiordomo, un marciapiede, una via affollata di gente e… un clochard. Nasce così l’ultima, vulcanica trovata del duo milanese Urban Solid, “Servizio in camera”, che nel bel mezzo del mese più freddo dell’anno, febbraio, hanno ideato una performance dedicata a chi la strada la vive non di passaggio e di corsa, ma 24 ore al giorno. Protagonista, Erwin, clochard di stanza a Milano, che vive per strada, al quale per un giorno i vulcanici street artist hanno procurato nientedimeno che… un maggiordomo.

    Già, un maggiordomo: chi lo dice che chi vive in strada non debba, almeno una volta, godere anche lui dei privilegi dell’essere servito e riverito? Ecco allora che la coppia di street artist meno convenzionale d’Italia ha procurato un vero e proprio maggiordomo, con tanto di livrea, camicia bianca, tovagliolo e vassoio d’ordinanza per la colazione, e l’ha messo a diposizione dell’involontario performer, il clochard Erwin, che sulle strade di Milano ci vive per davvero. “In una società dove tutto è standardizzato questa è sicuramente una strana coppia”, se la ridono i due street artist. E teorizzano: “Il maggiordomo e il clochard sono due ruoli agli antipodi che, se messi in relazione, fanno in modo che l’occhio del passante allenato alle solite scene urbane sia attratto da un’incongruenza nel paesaggio metropolitano che ben conosce”.

    Ecco allora i passanti che, di fronte alla strana scena di un clochard con tanto di maggiordomo, si fermerano incuriositi, faranno domande, si interrogheranno sul senso dell’operazione. “La cosa più curiosa”, dicono i due street artist, “è che se ci fosse il barbone da solo nessuno lo noterebbe, perché queste persone purtroppo sono diventate parte del paesaggio come gli stessi marciapiedi, ma è solo affiancandolo ad un maggiordomo in frac che il passante nota qualcosa che non va, perché viene spostata la relazione che c’è fra denaro e qualità della vita: il barbone è povero, si dicono i passanti: come può permettersi un maggiordomo?”.

    Bello Figo Gu

    Bello Figo Gu

    Vengono in mente gli slogan del Movimento del 1977, che rivendicava il “diritto al lusso” per tutti, e pretendeva di far entrare alla Prima della Scala disoccupati, studenti-lavoratori e operai anziché i protagonisti della grande borghesia milanese e i “soliti noti” delle cronache mondane. O, per restare a tempi più recenti, viene in mente anche il provocatorio, amato-odiato “trapper” Bello Figo Gu, che per migranti e rifugiati rivendica (provocatoriamente e in maniera paradossale, che solo i minus habens della destra più becera prendono sul serio) il “diritto” a non pagare l’affitto, al wi-fi, ai vestiti firmati, alle “belle fighe” (bianche, naturalmente), alle lasagne a colazione e alla pasta col tonno. Insomma, il diritto al lusso, così come la nostra società edonista, maschilista, iper-consumista, superficiale, spettacolare e individualista ha ormai abituato qualsiasi suo abitante fin da quando è bambino. E allora, secondo quale concetto non dovrebbero pretenderlo tutti, a cominciare da migranti, clandestini, rifugiati e clochard? Un salto concettuale, seppure tenuto sul filo del paradosso e della provocazione, rispetto alla “cultura dell’accoglienza”, alla “tolleranza” e al buonismo un po’ paternalista della cultura catto-comunista.

    Gli Urban Solid, dal canto loro, sono andati oltre: mettendo in scena una performance in cui il clochard, per una volta, diviene il più privilegiato dei cittadini. Solo provocazione? Mica tanto. In effetti, dopo aver rivendicato il diritto per tutti i cittadini di “godersi” le opere d’arte gratuitamente, sui muri della città, al di fuori della logica del collezionismo e del privilegio, ora vanno oltre: rivendicando, metaforicamente, anche il diritto al lusso di avere un maggiordomo personale. Un paradosso, certo, e un ossimoro concettuale, se riferito a chi non ha neppure un tetto sopra la testa, ma appunto per questo interessante, perché riapre la discussione oltre le asfittiche logiche del sistema dell’arte legate solo alla mercificazione dell’opera e al rapporto quadro-denaro, e alla politica terra-terra delle eterne discussioni sui privilegi della casta opposti ai bisogni elementari dei cittadini “comuni”. Per una volta, a godersi un “vero” privilegio è l’ultimo degli ultimi, il clochard, che non possiede nulla al di là della propria presenza sulla strada 24 ore su 24. Anche questa, in fondo, è street art.

    Alessandro Riva