Dopo la vittoria sulla Sony, parla Isgrò: “Ha vinto il diritto”. Un segnale forte per chi pretende di utilizzare (gratis e senza permesso) il lavoro degli artisti

    di Alessandro Riva

    Ormai è per tutti “il caso Isgrò”. Ma potrebbe essere anche ricordato, come per certe sentenze che passano alla storia, “Isgrò contro la Sony”, mettendo in luce ciò che in pochi hanno saputo vedere, in queste settimane un po’ confuse di propaganda contrapposta (con frotte di Soloni su internet a cercare il pelo nell’uovo, ad arzigogolare su chi avesse realizzato già prima di Isgrò una cancellatura, e in che modo, quando i confini della vicenda erano chiari, netti, inequivocabili: un caso lampante di “furto” visivo e intellettuale da parte di una major – una grande multinazionale della musica –, nei confronti di un artista che vive da sempre del suo lavoro e della sua creatività): ciò che in pochi hanno saputo vedere, dicevamo, è che è stata la lotta di un Davide contro Golia, un artista, seppure noto, stimato, apprezzato, contro un colosso della discografia. Una lotta apparentemente impari, che ha però visto vincere il “piccolo” Davide, lui, Emilio Isgrò, che ha difeso a spada tratta la proprietà intellettuale del suo lavoro, contro il Golia della grande distribuzione discografica. E ha vinto. Non una guerra tra artisti, un poeta contro un musicista, come alcuni volevano far finta di credere, ma di un artista solitario contro la prepotenza di una grande casa discografica, che per commercializzare un prodotto, su cui guadagnerà milioni di dollari, ha volgarmente plagiato il lavoro di un artista. E ne è uscita sconfitta.

    Roger Waters

    Roger Waters

    La cover dell'album di Roger Waters "Is this the Life We Really Want"

    La cover dell’album di Roger Waters “Is this the Life We Really Want”

    I fatti, signori della corte. I fatti. È il 16 giugno scorso quando una “bomba” esplode nelle redazioni culturali dei giornali. “Stop alla vendita del cd di Roger Waters: ‘Ha plagiato le opere di Isgrò’”, titolano i quotidiani. È la prima tappa di una vicenda che era iniziata non più di quindici giorni prima, quando in Italia era uscito l’ultimo album di Roger Waters, grande musicista, co-fondatore dei Pink Floyd, che non si faceva sentire dalla bellezza di 25 anni. Il disco si intitola “Is This The Life You Really Want?” (È questa la vita che vogliamo davvero?), e i commenti dei critici musicali sono stati subito entusiasti: “Quel soffio di utopia nel nuovo album di Roger Waters”, titola La Stampa. “Non tutti coloro che nascono incendiari finiscono pompieri”, scrive Marcella Venegoni sul quotidiano torinese. “La vigorosa tempra di Roger Waters si riafferma e si riaccende nell’album Is This The Life You Really Want? Un album felicemente drammatico ed epico… un soffio di utopia”.

    Una piccola crepa, uscita già il 31 maggio, accenna però a quella che si rivelerà in seguito una valanga, un drammatico errore di valutazione da parte della casa discografica: è il critico musicale Claudio Todesco, dalle pagine della rivista on line rockol.it, a riportare un commento non solo sulla qualità musicale dell’album, ma anche sulla sua forma estetica: “Is this the life we really want?” è un concept tenuto assieme da alcuni temi ricorrenti”, scrive Todesco. “È un disco in cui i banchieri ingrassano, gli speculatori spianano le case, i militari schiacciano bottoni che annientano vite innocenti dall’altra parte del mondo e noialtri assistiamo in silenzio a tutto questo scempio. In un mondo che somiglia sempre di più a un enigma indecifrabile, in cui è sempre più difficile distinguere “buoni” e “cattivi” e i problemi esigono soluzioni complesse, Roger Waters scrive un disco in cui tutto è chiaro – da una parte ci sono i carnefici, dall’altra le vittime – e lo racchiude in una copertina che cita le opere di Emilio Isgrò, la cancellatura non come censura, ma come atto creativo che rivela significati altrimenti nascosti” (il corsivo è nostro). La frase è non solo pertinente, ma, come vedremo, rivela di conoscere, della ricerca del maestro siciliano, poetica, motivazioni e senso (la cancellatura come atto creativo è esattamente il refrain che ripete spesso Isgrò).

    Un "Libro cancellato" di Isgrò

    Un “Libro cancellato” di Isgrò

    La frase, va detto, sarà citata persino nella sentenza, e apre la prima domanda, il primo dubbio (per chi allora voleva leggerlo) sullo strapotere dei grandi gruppi economico-mediatici odierni nei confronti degli artisti. Può, è lecito chiedersi oggi, a posteriori, una multinazionale “citare” il lavoro di un artista per vendere il proprio prodotto, in maniera così lampante che persino un giornale non specializzato d’arte contemporanea se ne accorge a prima vista, senza peritarsi di avvisare, consultare, pagare l’artista che improvvidamente “cita”?

    La prima risposta arriva a stretto giro di posta, o meglio di esposto. È lo stesso Emilio Isgrò che, incredulo di quello che considera un chiaro caso di plagio del proprio lavoro, si rivolge agli avvocati Salvatore Trifirò e Francesco Autelitano, che presentano un ricorso in Tribunale per sospendere le vendite dell’album dell’ex Pink Floyd. E, il 16 giugno, ecco appunto il primo pronunciamento dei giudici. Stop alle vendite e alla commercializzazione del disco. Ma la Sony fa ricorso a sua volta e ottiene una prima, parziale vittoria: il disco può tornare in vendita, in attesa di un pronunciamento definitivo. È Sgarbi a difendere le ragioni della casa discografica con un’approfondita memoria. Secondo Sgarbi, infatti, Isgrò “ha intercettato un’atmosfera e sviluppato una tecnica espressiva creatasi, in un clima di avanguardia, quasi un secolo fa, e l’ha diffusa, intensificandola ossessivamente. Ma la sua ossessione non può imporsi come interdizione per gli altri a risalire allo stesso gesto o archetipo (acclaratamente non suo)”. “Isgrò”, dirà poi il critico in un’intervista, correggendo un po’ la linea, “ha inventato una tecnica e di questo gli va dato atto. Ma non può pretendere che qualsiasi cancellatura sia di sua proprietà. È come”, dice con uno dei suoi tipici paradossi, “se la Juventus o una zebra facesse causa a Waters perché ha usato il bianco e il nero in copertina”.

    Man Ray, Foto Charles Fraser

    Man Ray, Foto Charles Fraser

    Perizie e controperizie. Se la Sony si avvale di Sgarbi, Isgrò si affida invece a due storici dell’arte di indubbio spessore: Arturo Schwarz, grande esperto del dadaismo, amico di artisti come Marcel Duchamp e di Man Ray (la cosa rivestirà una certa importanza nell’affaire, e vedremo presto il perché), e Bruno Corà, storico dell’arte di lungo corso.

    il "Poema Ottico" di Man Ray del 1924In ballo, va detto, non ci sono bruscolini. La Sony ha fatto un passo falso, che potrebbe costarle molto. Se fosse costretta a ritirare nuovamente l’album, rifare copertina e packaging, ridistribuire tutto, avrebbe una perdita secca. Notevole. Di quanto? Difficile fare i conti in tasca alla major, ma non si tratta certo di uno scherzo da poche migliaia di euro. E poi, c’è una questione di immagine. Per la Sony, ma a questo punto anche per Isgrò. Così, i due contendenti si preparano alla guerra. Ed ecco che entrano in ballo i social. È in quei giorni che cominciano a circolare i primi post. Spesso, stranamente, velenosi: ma non contro la Sony, come avviene spesso in casi del genere, con le bacheche di Facebook che si riempiono di “indignados” pronti a berciare contro lo strapotere delle multinazionali nei confronti di un artista depredato del diritto intellettuale sul suo lavoro (e questo, va detto, sarebbe stato un caso esemplare su cui esercitarsi, mentre per casi ben meno lampanti si leggono filippiche che vanno avanti per giorni). No: molti post sono, strano ma vero, contro Isgrò. La sua “colpa”? Non avere inventato un bel niente. Perché la cancellatura – come dice Sgarbi: ma in realtà è la tesi della casa discografica – non può essere protetta da copyright.

    E poi, c’è un precedente… ed ecco che spunta Man Ray. I fatti: Man Ray pubblica un giocoso “poema ottico” – composto di trattini di diversa lunghezza, che imitano l’effetto dell’alfabeto morse – sul periodico Picabia 391 nel 1924. Caso isolato (in seguito non tornerà più su questa tecnica), il Poème Optique di Man Ray è in realtà simile solo a una visione molto superficiale a quelle che diverranno le celebri cancellature di Isgrò. Non è, infatti, la cancellatura di un testo sottostante (non c’è traccia di testo che emerga in alcun modo da quei trattini neri da alfabeto morse), ma un gioco a rimpiattino con la visione del fruitore, che vorrebbe dare l’idea, come lo stesso Man Ray spiegherà personalmente ad Arturo Schwarz, di una poesia vista da “un lettore miope”. Un gioco ottico, dunque. Non una cancellatura. Questione di lana caprina? No: e vedremo in seguito il perché. Il diritto d’autore, infatti, nel caso dell’arte visiva, non si basa sull“impressione” di una vaga somiglianza, e men che meno su un concetto, ma su precisi requisiti formali.

    Il “Cristo Cancellatore” di Isgrò

    Ad ogni modo, ecco il passaggio della “dichiarazione” rilasciata da Schwarz in merito alla questione: “È un segno di incompetenza, se non di vera e propria falsificazione”, scrive Schwarz, “scambiare per un testo cancellato il poema-partitura – composto di trattini più o meno lunghi, secondo l’alfabeto morse di moda negli anni Venti – pubblicato da Man Ray nel 1924 sul periodico Picabia 391. E tuttavia non si tratta assolutamente di cancellature, ma appunto di tratti e linee più o meno lunghi, che dovevano dare l’immagine (come disse al sottoscritto lo stesso Man Ray) di “come una poesia apparirebbe a un lettore miope”. “Cosicché”, conclude Schwarz, “rovesciando la prospettiva, si può arrivare di fatto a un paradosso di gusto pirandelliano, tutt’altro che insolito nella storia dell’arte e della cultura: che non è il vivo e vivente Isgrò a trarre vantaggio dal lavoro del defunto Man Ray, ma esattamente il contrario, in quanto qualcuno può essere indotto a vedere la Cancellatura persino in Man Ray solo dopo (e non prima) che Isgrò l’ha inventata come strumento fondamentale e fondante del suo operare artistico”.

    Al di là dell’ironia, il discorso di Schwarz è chiaro e netto: i due lavori sono formalmente, oltre che concettualmente, diversi; oltre al fatto che il primo è una “divagazione” di un artista che ha sempre lavorato con tutt’altri temi e linguaggi, e il secondo la ricerca di una vita. Anche Bruno Corà, dal canto suo, si scaglia, nella sua perizia, contro “il banale argomento tante volte agitato secondo cui si potrebbe attribuire a taluno la primogenitura di un segno o di un modo formale o di una tecnica perché apparentemente ‘somigliante’ a un altro…”. “Secondo un tale criterio”, scrive Corà, “non sarebbe Christo l’autore delle opere a base di package fin dal 1963, ma addirittura lo stesso Man Ray che nel 1920 ha realizzato un’opera dal titolo L’enigma di Isidore Ducasse mediante una fotografia in bianco e nero di un involucro costituito da una coperta stretta da una corda; egualmente non sarebbe Enrico Castellani a essere l’autore delle Superfici introflesse ed estroflesse sin dal 1959, bensì Alberto Burri che ha realizzato alcuni Gobbi qualche anno prima (1950); e non sarebbe ancora Alexander Calder sin dal 1931 l’autore riconosciuto dei mobiles eseguiti per tutta la vita, bensì Bruno Munari che ne ha eseguito uno nella medesima data…”.

    Il concetto, insomma, è, anche al di là della disputa giudiziaria, il medesimo che avevamo già espresso noi, nel precedente articolo dedicato al “caso Isgrò”: ammesso (e non concesso) che tecnicamente non sia stato Isgrò a “inventare” la tecnica delle cancellature, che era già stata sperimentata sporadicamente in passato, è stato però indubbiamente proprio lui, e non altri, a trasformarla in cifra stilistica riconoscibile e continuativa, dandole spessore formale e concettuale; e qui ci sarebbe davvero da chiedersi quale contorto meccanismo collettivo porti oggi molti commentatori, sui social, a schierarsi contro Isgrò, “reo” di aver voluto difendere il proprio lavoro di una vita contro una grossa casa discografica, che con tutta evidenza si stava impadronendo maldestramente del frutto del suo lavoro, anziché vedervi una giusta rivendicazione d’orgoglio artistico e creativo (e ci piacerebbe vederli, tanti artisti-commentatori di oggi, se la stessa cosa capitasse con un loro pur sconosciutissimo lavoro, tutti a gridare allo scandalo e a invocare: “Avvocato!, Avvocato!”).

    vittorio Sgarbi ritratto da Helmut Newton

    vittorio Sgarbi ritratto da Helmut Newton

    Le due tesi, dunque, quelle della casa discografica e quella dell’artista, si sfidano sulla primogenitura della cancellatura, e sulla cancellatura come pratica “comune”, che “chiunque potrebbe farsi da sé” (esistendo, dicono in molti, anche la pratica popolare e diffusa del caviardage, che le assomiglia: dunque come si pretenderebbe di difendere il copyright di una pratica diffusa?).

    Ma Sgarbi, nella sua perizia, si spinge ancora più in là: “Qualora Isgrò ritenga di essere (e non è) il progenitore di una tecnica così originale e pervasiva, il fatto che qualcuno la utilizzi dovrebbe essere un riconoscimento, non un’imitazione. Irrilevante e non concorrente sul piano economico, muovendosi in ambiti completamente diversi. Si tratta infatti di generi commerciali affatto estranei, un quadro e un disco, senza interferenza alcuna e senza equivoci o pregiudizio alcuno per il primo di cui non si discute primaria originalità e autenticità. (…) A tutto voler concedere, il progetto grafico dell’album di Waters, rispetto alle opere di Isgrò, appare un omaggio al principio, non un plagio”. Tanto che il disco di Waters, a parare di Sgarbi, altro non sarebbe che “l’effetto-onda di una buona idea”. Discorso (ci scuserà Sgarbi) francamente assai pericoloso, se avesse dovuto passare ed essere accolto dal Tribunale: da quel momento, infatti, qualunque casa, discografica o pubblicitaria o di moda che sia, avrebbe potuto “impadronirsi” dello stile o dell’idea di un artista, con la scusa dell’ “omaggio”, e utilizzarlo a proprio uso e consumo, come un “effetto-onda”. E con buona pace di chi su quell’idea, su quella forma espressiva ha lavorato magari per decenni.

    La pubblicità del cd di Waters davanti alla Libreria Feltrinelli a Roma

    La pubblicità del cd di Waters davanti alla Libreria Feltrinelli a Roma

    Ma le cose non stanno così. Eccoci infatti all’epilogo del caso. Il 25 luglio scorso, il giudice Silvia Giani della sezione specializzata del Tribunale di Milano conferma la decisione iniziale: stop alla commercializzazione, alla diffusione e alla distribuzione dell’album. Il motivo? La copertina dell’album effettivamente viola il diritto d’autore, essendo un chiaro plagio dello stile di Emilio Isgrò. È difatti proprio lo stile – “la forma espressiva”, per la precisione – a essere tutelata, e non, come frotte di commentatori improvvisatisi esperti in diritto d’autore hanno commentato per giorni e giorni su internet, l’idea della cancellazione in sé (che quanto a quella, come dice Sgarbi, “chiunque se la può fare da sé”).

    “Non è”, infatti, sottolinea il giudice nelle motivazioni dell’ordinanza, “l’idea della cancellatura ad essere oggetto di monopolio e di protezione, ma la forma espressiva rappresentata dall’autore Emilio Isgrò attraverso le sue opere artistiche. Partendo da tale pacifica premessa, cioè che la protezione cade esclusivamente sulla forma rappresentata, è solo a questa che deve farsi riferimento, non al contenuto o all’idea, per stabilire se la tutela autorale vada riconosciuta” (la Sony aveva, infatti, sottolineato come la copertina del disco di Waters avesse “un contenuto concettuale completamente diverso dall’opera di Isgrò”, in quanto “si ispira ai documenti censurati dal governo statunitense”, dunque voleva parlare “della censura che spesso il potere arrogante impone” agli artisti). “Con questo”, precisa il giudice, “s’intende dire che non assumono rilievo le interessanti e, peraltro, controverse discussioni sui significati e sui messaggi comunicati dagli artisti nelle loro opera, giacché la protezione va verificata e accordata in concreto sulla base delle sole forme rappresentate e non degli ipotetici contenuti, dei significati volta a volta soggettivamente attribuiti e delle sottostanti idee”.

    A chi piaccia entrare maggiormente nella disquisizione giuridica, il passaggio del giudice chiarisce infatti che è diverso “l’ambito di tutela del brevetto per invenzione, da un lato, e del diritto d’autore per opera dell’ingegno, dall’altro, riguardando, nel primo caso, le idee e i contenuti, e, nel secondo, la rappresentazione o espressione delle idee, cioè le forme rappresentate”. Per chi ancora non avesse capito: Isgrò non pretendeva e non pretende, evidentemente, di tutelare l’idea della cancellatura in sé, bensì che non venga scopiazzata in modo palese la sua opera, come effettivamente è accaduto in questo caso, non solo con le stesse linee nere da cui spuntano le parole “salvate” dalla cancellazione, ma con tanto di caratteri tipografici formalmente identici (tanto che chiunque, persino un giornale non specializzato, ha ricondotto immediatamente la copertina dell’album alla sua opera, e non certo a Man Ray, formalmente differente). È per questo che, scrive sempre il giudice nella sua ordinanza, “occorre passare alla verifica in concreto, attraverso valutazione comparativa, delle opere del ricorrente rispetto al materiale che ricopre o accompagna il supporto fonografico (cd e disco in vinile), e particolarmente l’involucro, la copertina e il libretto dell’opera musicale di Roger Waters. Tale materiale”, scrive il giudice, “riproduce, come emerge ictu oculi dal raffronto, le forme espressive dell’opera Cancellature 1964 di Isgrò: linee nere, tracciate in modo irregolare, che lasciano trasparire alcuni segni grafici sottostanti e mettono in evidenza le residue parole risparmiate dalle cancellature”, di modo che “il raffronto dell’opera di Isgrò con il detto materiale raffigurato (…) palesa che la riproduzione ha ripreso la forma espressiva personale dell’artista Isgrò”. “Di qui”, conclude l’ordinanza, “l’illiceità della riproduzione dell’opera di Isgrò senza il consenso dell’autore”.

    Emilio Isgrònel suo studio

    Emilio Isgrònel suo studio

    “Giustizia è stata fatta”, commenta Isgrò al nostro giornale, che sottolinea la sua grande “soddisfazione” per il provvedimento, “perché afferma il principio valido per tutti gli artisti che le loro opere vanno tutelate. E che in ogni caso non se ne può fare un uso qualunque senza il loro consenso. Se poi, per di più, se ne fa un uso commerciale, l’artista non può essere tenuto all’oscuro di tutto. Il principio”, aggiunge, “era un diritto d’autore violato. E quel diritto ora è stato ristabilito. Ed è giusto, perché la legge è fatta per difendere i princìpi, e non certamente questo o quell’interesse particolare”(e a questo proposito aggiunge, in risposta preventiva di chi vi volesse vedervi una speculazione economica da parte sua, che “qualunque somma il Tribunale dovesse destinare per il torto subito, ho già deciso di destinarla a borse di studio per giovani artisti e giovani musicisti particolarmente inclini alla sperimentazione del linguaggi, con le modalità che verranno stabilite da un apposito comitato”). Si tratta insomma, ribadisce l’artista, “di un elementare principio di civiltà giuridica”. E anche, a nostro parere, di una dichiarazione d’orgoglio da parte dell’arte e degli artisti per la propria ricerca, per l’originalità e unicità della propria forma espressiva, dunque, in sostanza, verso la propria stessa esistenza d’artisti.

    Anche riguardo all’altro aspetto della questione, se cioè Isgrò avesse veramente “inventato” la tecnica della cancellatura, nonostante il “precedente “ del Poema Ottico di Man Ray (aspetto di cui in rete si è discusso molto, e che ha infiammato gli animi dei tanti commentatori, che superficialmente si sono scagliati in massa contro Isgrò perché, essendoci un precedente di cancellatura, costui “non avrebbe inventato proprio niente”: così i commenti più pacati…), il giudizio del Tribunale è stato quanto mai chiaro e definitivo: “Quanto all’unica opera anteriore di Man Ray del 1924 (…), quand’anche fosse stata fonte d’ispirazione per il ricorrente [Isgrò, ndr], non priverebbe di carattere creativo l’opera di Isgrò, per l’impronta personale e il carattere individuale della rappresentazione e per il suo valore artistico: elementi tutti che risultano, come detto, dall’ampio e consolidato riconoscimento formatosi nel volgere dei decenni negli ambienti culturali e tra i maggiori critici dell’arte”, dal momento che “questo giudice non può che prendere atto del giudizio formatosi nel contesto degli esperti del settore nell’arco di un non breve lasso temporale”. Ma, anche a voler fare una disanima formale delle due opere, continua il giudice, si nota come questa “mostri evidenti differenze rispetto all’opera” di Isgrò, poiché il primo “ha rappresentato segmenti neri, dal tratto regolare, che variano solo per lunghezza, non lasciando trasparire alcun segno sotto le linee nere, separate tra loro”, e dunque “la forma rappresentativa è costituita solo da tratti neri su foglio bianco”. Mentre nelle opere di Isgrò “le linee nere sono continue e sono connotate, nella loro forma espressiva, da irregolarità, lasciano trasparire alcuni segni grafici letterali – componenti delle parole cancellate – e lasciano in evidenza altre parole collocate tra le suddette linee nere, che acquisiscono, grazie a queste ultime e alle cancellature delle parole sottostanti, forza espressiva”.

    Le chiacchiere, come si dice in gergo, stanno a zero: non è il problema, insomma, se qualcuno abbia o meno (Man Ray, ma non solo) “cancellato” qualcosa, o comunque coperto una pagina di segni neri, prima di Isgrò; si tratta di capire invece se la copertina del disco di Waters è “formalmente” copiata da Isgrò, oppure no. E, a questo proposito, è indubbio (chiunque non accecato da chissà che furore lo riconoscerebbe) che quella copertina assomigliava come una goccia d’acqua ai lavori di Isgrò (e molto meno, invece, proprio dal punto di vista formale, al Poème Optique di Man Ray). È questione, dunque – come ha detto Isgrò – di “civiltà giuridica”. È il diritto dell’artista a veder riconosciuto il proprio lavoro, formale oltre che concettuale, a veder tutelato, anche a suon di cause, se necessario, il proprio linguaggio specifico, quello su cui ha speso una vita di ricerca, di idee, di ragionamenti, di sperimentazioni, anche di lotte (poiché l’affermazione di un linguaggio e di un’espressione formale è spesso fatta di lotte, di litigi, di incomprensioni, di mancati riconoscimenti, a volte anche di sbeffeggiamenti e di ridicolizzazioni), affinché non possa venire preso, così, un po’ a casaccio, da una qualsiasi azienda (che si tratti di una casa discografica, di un’agenzia di pubblicità o di una casa di moda), forse perché l’idea commercialmente funziona, o forse perché a un art director in crisi d’idee un giorno è venuta l’idea balzana che non ci fosse niente di male a “ispirarsi” a cose già viste e già strapubblicate e riconosciute, e scopiazzato alla meno peggio per pubblicizzare un proprio prodotto.

    Perché l’espressione formale di un artista è il frutto della sua storia. E ci sarebbe davvero da chiedersi, a questo riguardo, quanti, tra le decine e decine di commentatori distratti e superficiali – categorie, entrambe, di cui la rete, come la vita reale, abbonda, anzi tracima –, conoscano davvero il lavoro, la ricerca, le motivazioni dell’artista Isgrò, e non l’abbiano invece “scoperto” solo ieri, dopo la decisione del Tribunale. Come se non ci fossero cinquant’anni di lavoro alle spalle, di sperimentazione linguistica, di ragionamenti sul senso del fare arte e sul suo rapporto con la parola scritta. Per i pasdaràn del commento da bar su tutto e su tutti (di cui Facebook è l’esempio massimo e supremo), invece, è solo una questione di “chi ha veramente inventato cosa”, se cioè prima di lui altri, artisti o scrittori che fossero, avessero o meno cancellato una volta nella loro vita una pagina scritta, e dunque se lui, Isgrò, avesse o meno, in fondo, il diritto di arrogarsi, oggi, il copyright della “cancellatura”. Ma la questione, e la posta in gioco (non solo per Isgrò, ma per altri artisti, domani), come abbiamo detto, era ben altra.

    Ma, tornando a noi, allora: chi diavolo è Emilio Isgrò, questo Davide che si è battuto contro il Golia della grande distribuzione discografica per difendere il suo lavoro, e ha vinto? E come gli è venuta in testa questa benedetta idea di far cancellature per tutta la vita? Lo sapete già? Beh, crediate o no di sapere già tutto, noi proviamo a raccontarvelo.

    Figlio di media borghesia siciliana (la madre casalinga, padre ebanista e musicista appassionato e dilettante: come “titolare di un’orchestrina da ballo, si esibiva nei locali alla moda della costiera siciliana”, ricorderà l’artista), Emilio Isgrò cresce con la passione della parola scritta, della poesia e della letteratura. E questo è, va detto, un dato importante, imprescindibile per l’intero suo percorso futuro d’artista. A suggellare la sua vocazione, ricordi d’infanzia, suggestioni, letture, e una sua precocissima dichiarazione identitaria, con un amichetto, a soli 8 anni: “Io ero dietro un cancello e lui mi chiese: ‘E tu, cosa fai?’. E io: ‘Il poeta’”, ricorda l’artista nel suo bellissimo Autocurriculum.

    Isgro giornalista nella redazione del settimanale "Oggi" nel 1969

    Isgro giornalista nella redazione del settimanale “Oggi” nel 1969

    E difatti, fino all’età di 27 anni, i ricordi e le frequentazioni di Isgrò si svolgono tutti, o quasi, all’insegna della parola scritta. Giornalista al “Gazzettino” a Venezia, amico e assiduo frequentatore di poeti e scrittori, il suo mondo si muove tra articoli e interviste a letterati e poeti (come quando, nei primi anni Sessanta, ricorda l’artista, “l’Università di Padova conferisce a Pound la laurea honoris causa e il giornale mi incarica di salire nella stessa auto del poeta per strappargli qualche dichiarazione durante il viaggio. Come al solito, il vecchio Ezra risponde con i suoi silenzi terribili, interminabili, non si sa se dettati da pudore o da altro. Finché, esasperato dalla mia petulanza, pronuncia una battuta epocale: “Io ho sbagliato tutto”. Quanto basta per confezionare l’intervista”).

    Ci sono tutti, in quegli anni, nei ricordi di Isgrò: Vittorini e la moglie Ginette “che offrivano mitici pranzi domenicali nella loro casa di Viale Gorizia a ridosso dei Navigli”, Eugenio Montale “ghiottissimo del pescestocco alla messinese”, che con Isgrò poi si raffreddò, perché non capì mai la sua successiva pratica delle cancellature, forse vivendola come un tradimento della parola scritta; Vittorio Sereni e Pier Paolo Pasolini, Luciano Anceschi che gli pubblicò alcune poesie sul Verri, poi Ottiero Ottieri, Aldo Palazzeschi, Giovanni Comisso, Andrea Zanzotto, di cui diverrà grande amico. E poi alcuni dei più giovani, da Umberto Eco a Nanni Balestrini (“asciutto, biondo e di gentile aspetto, certo ancora distante da quell’impegno un po’ militare che lo vedrà tra i protagonisti dell’avanguardia”). Ma, come avveniva in quegli anni, in cui i mondi culturali non erano così rigidamente separati come purtroppo sono oggi, ci sono anche molti artisti che bazzicano gli stessi suoi ambienti: Emilio Vedova, Virgilio Guidi, Dadamaino, Nanda Vigo, Paolo Scheggi, Piero Manzoni, Lucio Fontana (“elegantissimo in un vestito di lame”), Enrico Baj e il giovane Arnaldo Pomodoro (“magro come un chiodo, con la fronte già alta, stempiata”). Solo per citarne alcuni.

    Le prime cancellature sono del 1964. “L’idea delle cancellature”, dirà, “mi era venuta nel 1962, quando, facendo l’editing di un tormentato elzeviro di Giovanni Comisso, mi accorsi che tutte le correzioni apportate al testo da me o dallo stesso autore (in genere errori di battitura del segretario e contorsioni sintattiche tipicamente comissiane) avevano creato un mare di cancellature il cui peso era più forte delle parole. Da lì il lampo, l’idea. Ma io non sono un tipo che parte in quarta, e così attesi altri due anni prima di muovermi ufficialmente per la grande avventura cancellatoria”. Difatti, la prima cancellatura è datata 1964. “Da quel momento ho intrapreso un’operazione radicale, destinata a sconvolgere le regole del sistema, tanto che coniai slogan estremisti, come ‘La parola è morta’, che fecero molto scalpore”, racconterà ancora l’artista in un’intervista rilasciata ad Alberto Fiz, che riportiamo qui per intero, e pubblicata nel volume Come difendersi dall’arte e dalla pioggia (Maretti Editore, 2013). “Era evidentemente un’esagerazione, ma descriveva bene il mio stato d’animo e il desiderio di reagire al pieno di parole che aveva fatto la cultura occidentale. Nel campo dell’arte, poi, il corrispondente delle parola era l’immagine di consumo, che con la Pop Art aveva preso il sopravvento, diventando troppo ingombrante”.

    Da poeta “serio”, seppure in stretto contatto con gli ambienti e i protagonisti della neo-avanguardia, Isgrò comincia così a virare verso quella che oggi chiamiamo col pomposo nome di “arte contemporanea”. Non più scrivendo, ma cancellando, e scegliendo, all’interno del testo da cancellare, le parole che vuole salvare. “Un gesto”, dirà ancora, “radicale”, “assoluto”, ma che presuppone soprattutto un’azione di scelta, di selezione: un’azione di ecologia della parola e della forma, a partire dalla negazione, per volgersi in costruzione: sintattica, semantica, formale. Azione anti-consumistica, verrebbe dunque da dire, e fortemente selettiva. “La cancellatura”, dice Isgrò, “è il mattone che serve alla costruzione, o, meglio ancora, lo zero in matematica, chiamato a formare tutti i numeri e tutti i valori. Non è un gesto come gli altri, ma è la messa in discussione del proprio gesto in base a un’operazione dove l’artista stesso cancella il proprio io ipertrofico”. Sta di fatto che non da tutti, quell’operazione viene compresa. Soprattutto nell’ambito letterario. “Montale e i vecchi amici letterati mi tolgono il saluto”, annoterà in seguito l’artista.

    Nasce in questi anni, contestualmente alle cancellature, la grande avventura della poesia visiva, di cui Isgrò sarà uno dei protagonisti e tra i più accesi sostenitori, ma da cui presto si allontanerà, per dedicarsi in pieno all’opera di cancellazione universale: passano sotto i suoi segni neri la Divina Commedia e l’Enciclopedia Treccani (e rischierà di finirvi anche il Poema a fumetti di Buzzati, che lo scrittore regalò all’artista con la dedica “A Emilio Isgrò affinché mi cancelli”: ma lui si guarderà bene dal farlo). Ma è di quegli anni anche la presa di posizione dell’artista per una poesia come “arte generale del segno”, che lo distacca già dai suoi compagni di avventura della poesia visiva e della neoavanguardia, per cominciare un percorso tutto suo, autonomo e irriducibile a qualsivoglia accomunamento, a qualsiasi intruppamento in gruppi o sodalizi. “La cancellatura”, dirà, “è un percorso individuale e per certi versi solitario”.

    Quel che è certo, è che quello di Isgrò è un gesto che ad ogni nuovo libro cancellato, ad ogni nuova mostra o avventura si rimette fortemente in discussione. Quello del cancellare non è infatti mai un gesto dogmatico o nichilista, non è puro formalismo né tendenza al nulla, allo zero assoluto della pagina nera, del cancellare con un segno tutto ciò che c’è su una pagina: è piuttosto scelta, insieme concettuale e formale, di ciò che va tenuto e di ciò che va cancellato. È selezione, ricerca, gioco visivo e semantico insieme, parola che si fa immagine negando se stessa. La cancellatura, “capace di affermare il testo là dove lo nega”, diventa così il suo campo di esercitazione infinita, costante. Sono dei primi anni Settanta le molte sperimentazioni, anche linguistiche. Tra queste, il progetto, nel 1969, di un film (mai portato a termine) realizzato con una nuova cinepresa: la prima “macchina cancellatrice” della storia del cinema. “Sarebbe stata”, ricorderà l’artista, “una pellicola tutta nera inframmezzata da pochi fotogrammi”. Ma non se ne farà niente, anche a seguito del clima di terrore e di tensione seguito alla strage di Piazza Fontana, l’alba del periodo più tragico della storia italiana del secondo Novecento.

    ideologia della sopravvivenza, 1965.

    ideologia della sopravvivenza, 1965.

    E poi, ancora: spettacoli-non-spettacoli, come lo Spettacolo su una lavagna alla Galleria Flori di Firenze (“di spettacolare, per la verità, non c’era niente, poiché l’azione consisteva semplicemente in una mano, la mia, che con un gessetto bianco tracciava parole comunissime sulla superficie nera. Solo che io, stanco della straripante spettacolarità hollywoodiana, attribuivo a quel teatro minimo, fatto unicamente di segni candidi, evanescenti, la forza e il fragore di una tempesta tropicale”); libri-non-libri (come L’avventurosa vita di Emilio Isgrò nelle testimonianze di uomini di Stato, scrittori, artisti, parlamentari, attori, parenti, familiari, amici, anonimi cittadini, presentato a Milano nel ’72, e che Maria Bellonci, patròn del Premio Strega, scambierà per un romanzo tradizionale candidandolo ufficialmente al Premio: “quando si accorse dell’equivoco invitò l’editore a ritirare l’opera. Alla fine il libro avrà sette voti, tra cui quello di Inge Feltrinelli, che mi consegnò personalmente la scheda”). E poi, ancora: spettacoli teatrali, romanzi, una “processione in versi” intitolata San Rocco legge la lista dei miracoli e degli orrori, e soprattutto ancora cancellature, cancellature, cancellature: della Costituzione (“temevo, accingendomi a farlo, che l’opera venisse scambiata per una sterile provocazione”), dei Promessi Sposi, dell’Enciclopedia Britannica, persino del debito pubblico (“In un primo tempo avevo pensato alla cancellazione del Capitale di Marx, ma mi pareva piuttosto banale. Così come non mi convinceva l’idea di cancellare uno di quei classici del neoliberismo che hanno portato il mondo al disastro. Finché, non sapendo più cosa rispondere, me l’ero cavata con una battuta: ‘Ma sì, cancellerò il debito pubblico!’. Era solo una battuta, ma a quella ho dovuto impiccarmi”).

    Isgrò T-shirt

    Isgrò T-shirt sociale per l’Amazzonia

    Fatto sta che l’avventura di Isgrò, pur polifonica, varia, effervescente, gioiosa, mai scontata, si svolgerà quasi tutta all’insegna di quel verbo, di quel concetto, di quell’azione: cancellare. Per lui, artista, poeta, uomo di cultura, cancellare è sempre stato un segno artistico, grafico, estetico, formale, intellettuale, ma anche etico: “Non c’è dubbio che sia, in primo luogo, il segno di un artista, e come tale va riconosciuto”, dice oggi. “La componente estetica è parte integrante della mia azione e non potrebbe essere altrimenti. Ma c’è qualcosa di più: la cancellatura assume una componente etica a difesa dell’arte. Negli anni Sessanta le teorie, spesso, prendevano il sopravvento sulla creazione artistica, un po’ come oggi, solo che allora c’erano delle idee reali di cambiamento che attualmente si stenta a vedere. Ebbene, io cancellavo le teorie a favore dell’opera e della sua forza estetico-creativa”. E speriamo che continui a farlo a lungo.

    Alessandro Riva

    (sabato 29 luglio inaugura ad Arezzo, presso la chiesa della Madonna del Duomo Vecchio, la mostra personale Emilio Isgrò, a cura di Fabio Migliorati. L’esposizione, corredata dal catalogo in uscita per Maretti Editore, sarà visibile al pubblico dal 30 luglio al 29 settembre 2017).