Arnaldo Romani Brizzi, una vita dedicata all’arte. Con ironia, verve e molta cultura

    E’ morto a Roma Arnaldo Romani Brizzi. Critico, storico dell’arte e gallerista, Romani Brizzi ha animato la scena artistica romana per oltre vent’anni. Cresciuto culturalmente nella Roma delle seconde avanguardie, e poi, negli anni Ottanta, nell’ambito del Centro di Cultura degli Ausoni di Italo Mussa, Romani Brizzi fu soprattutto, e per tutti, il fondatore della storica galleria Il Polittico di via dei Banchi Vecchi – oltre che dell’attigua Casa Bam, raffinatissima casa-museo arredata con mobili, suppellettili e oggetti d’artista, che ospitò per anni critici, curatori e artisti da tutt’Europa.

    Ma Arnaldo fu anche tra i grandi sostenitori dei movimenti della Pittura Colta e dell’Anacronismo, invitando a esporre nella sua galleria e in importanti spazi pubblici, romani e non solo, gran parte degli artisti appartenenti a questi due movimenti, assieme ai loro epigoni e a molti esponenti della nuova figurazione italiana cresciuta tra anni Novanta e i primi Duemila. Al Polittico passarono anche esponenti importanti della pittura europea e americana, da Philip Pearlstein a Dino Valls a Jhon Kirby a Carlos Forns Bada. Ma Arnaldo non fu solo questo: fu anche un grande conoscitore della storia delle avanguardie italiane, di cui non rifiutava niente: la sua passione per la pittura non arrivava mai a sconfinare nella nostalgia rétro o nel culto del passatismo.

    Per Italian Factory Magazine, Arnaldo scrisse per diversi anni una rubrica, intitolata Amarcord, nella quale, attraverso la chiave dei propri ricordi personali, illustrava alcuni aneddoti ed episodi significativi della storia dell’arte italiana tra gli anni Sessanta e gli anni Ottanta. Per ricordarlo, ripubblichiamo qua sotto uno dei suoi articoli più significativi, in cui Arnaldo raccontava la sua visita, del tutto casuale, alla celebre mostra di Kounellis all’Attico di Fabio Sargentini nel 1968.

    Ciao Arnaldo, ci mancheranno sempre la tua intelligenza, la tua ironia, la tua sconfinata cultura, la tua verve e il tuo raffinato talento critico.

    A.R.

    di Arnaldo Romani Brizzi

     Mi ricordo uno strano giorno. L’anno era appena iniziato e a scuola ancora si viveva l’atmosfera di rivolta del mese di dicembre del 1968. Il liceo da me frequentato, il Terenzio Mamiani di Roma, era stato occupato dagli studenti. Io avevo partecipato, ma poi mio padre era venuto a prendermi: era spaventatissimo che potessi «mettermi nei guai». La cosa, naturalmente, mi aveva infastidito: mi aveva fatto fare, davanti ai miei compagni, la figura del ragazzino (quale in fondo ero, avendo solo quindici anni).

    Occupazione al liceo Mamiani, 1968.

    Occupazione al liceo Mamiani, 1968.

    Intorno al Mamiani si muovevano ragazzi attivisti del PCI: un giovane Massimo D’Alema, venuto appositamente da Pisa per non perdersi lo «storico» evento; un giovane, ma già in carne, Maurizio Ferrara; il bel giovanotto Duccio Trombadori (oggi uno dei miei amici più simpatici, che finge di non ricordare la sua presenza di allora all’evento) che si accompagnava nell’occasione con Antonella Amendola (figlia di Pietro e nipote di Giovanni), molto legata d’amicizia alla sua compagna di classe Barbara Tosi (scomparsa l’anno passato per un tragico incidente automobilistico, cara amica, ottima critica e storica dell’arte).

    Giuliano Ferrara a Valle Giulia, maggio 1968.

    Giuliano Ferrara a Valle Giulia, maggio 1968.

    Lo strano giorno era un sabato di gennaio 1969, il 14 per l’esattezza; in quel giorno, non so come, non so perché, avevo saltato la scuola. Ero passato per la Galleria Nazionale (una di quelle volte in cui vidi il gentile corteo di Palma Bucarelli, la bassottina e Augusta Monferini), con tutta probabilità per accarezzare il culetto della scultura di Auguste Rodin (L’età del bronzo, 1875-1876, di cui la Galleria ha il ventiduesimo esemplare) e per salutare la bellissima signora del dipinto di Vittorio Corcos (Sogni, del 1896) che a me ricordava tanto l’attrice Capucine. Rosanna Barbiellini Amidei, la mia insegnante di Storia dell’Arte, aveva lasciato il segno. Dopo la visita alla mostra di Giacomo Balla eravamo, con la classe, più volte tornati alla Galleria Nazionale – e ormai quell’indirizzo lo conoscevo, non l’avrei più dimenticato.

     Sempre quel sabato, dopo la veloce visita alla Galleria Nazionale, proseguii senza meta e a piedi: da Valle Giulia, passando per il Museo Nazionale Etrusco (per ammirare un’altra mia passione del tempo, il Sarcofago degli Sposi), recandomi davanti agli amati edifici di Giulio Gra, a piazzale delle Belle Arti, e anche dietro al Ministero della Marina; tagliando quindi per via Flaminia e dirigendomi verso piazza del Popolo.

    Non ricordo che giri in più feci: so che mi trovai a passare per una traversa di via Flaminia, una strada che, poi, seppi riconoscere come via Cesare Beccaria. C’era del trambusto, c’erano camion per trasporto di cavalli, c’erano cavalli che venivano fatti scendere dai camion e che venivano introdotti in un garage, o quello che mi sembrò essere tale. Come un vigile, un uomo di notevole bellezza dirigeva le azioni. Mi colpì tutto, tutto mi lasciò frastornato: i cavalli, il bell’uomo e, udite udite, un’insegna sopra l’ingresso di quel garage su cui era scritto a lettere stampatello L’Attico.

    Fabio-Sargentini "dirige il traffico" per far entrare all'Attico i cavalli di Kounellis.

    Fabio-Sargentini “dirige il traffico” per far entrare all’Attico i cavalli di Kounellis.

    Da quindicenne, facile al riso degli stolti quale ero, trattenni a stento una risatina: un garage scambiato per un attico? O contrabbandato come tale? La curiosità mi travolse e, senza troppe precauzioni, con l’ingenuità inevitabile, domandai al bell’uomo: «Ma è una stalla in pieno centro?». Quello mi guardò con aria di autentico disprezzo e, dopo un attimo di sonoro silenzio di stupefazione, mi rispose sgarbato: «No: è una mostra d’arte».

    Non pensai che mi stesse prendendo in giro, ma certo ci rimasi male, non realizzando appieno di cosa stesse parlando. Quello sgarbato, pur di bell’aspetto, era naturalmente il gallerista Fabio Sargentini, e la mostra era la celeberrima mostra dei dodici cavalli vivi, di Jannis Kounellis. Al mio sguardo esitante, però, Sargentini mi disse di tornare a vedere lo spazio con i cavalli all’inaugurazione – cosa che poi feci, incontrando lì la mia insegnante, che si mostrò molto lieta di vedermi partecipare a una simile occasione. Mi stupì anche e non poco l’aspetto dell’artista Kounellis: mi dissi che non aveva le physique du rôle, e che piuttosto sembrava un pescatore, con quei baffetti che si era già fatto crescere e che ha poi mantenuto sempre. Della mostra ricordo un andirivieni di persone che all’epoca non conoscevo e non potevo riconoscere, artisti molto attivi in quel periodo, come Schifano, l’inconfondibile Gino De Dominicis, l’allora bellissimo (anche si di truce aspetto) Eliseo Mattiacci. Rosanna Barbiellini Amidei parlava con molti, se non con tutti; alcuni me li presentava, dicendo: «Un mio allievo del liceo dove insegno», nessuno mi si filava, tutti presi da loro stessi come in passerella (sentii la Barbiellini Amidei che parlava di Pascali, scomparso pochi mesi prima). Un po’ si entrava, un po’ si usciva, forse per non innervosire troppo i cavalli, che si muovevano, sbuffavano (non ricordo che nitrissero) – di certo cacavano e io annotai sul mio diario: «Una puzza al limite del sostenibile», e in questa nota riconosco l’intransigenza del mio olfatto che non mi ha mai concesso avvicinamenti eccessivi. Un fotografo fotografava (era Claudio Abate, cui si devono tutte le documentazioni delle mostre e degli artisti di quel tempo); fotografava soprattutto e naturalmente Kounellis, colui che a me era parso un pescatore e che ora montava, o cercava di montare, un cavallo. Mi sembra di ricordare (ma non ci giurerei) che ci fosse anche Elisabetta Catalano con Fabio Mauri – ma forse la memoria si riferisce a qualche altra mostra successiva.

    Kounellis su uno dei suoi cavalli da Sargentini (Foto Claudio Abate).

    Kounellis su uno dei suoi cavalli da Sargentini (Foto Abate).

    L’impressione che ebbi, devo dire, è che i convenuti parlavano di tante cose, ma non commentavano troppo la mostra. E la sensazione successiva, che ho sempre conservato in me, è che un simile evento si è stratificato nella memoria di noi, che ancora ne parliamo, solo con il passar del tempo, per intervento del ricordo di un periodo in cui «provocare» era prima di tutto un’azione politica di cui l’arte si serviva. Certo, ci furono varie polemiche, e chiacchiere, e in ogni caso molto tam-tam, di voce in voce (ricordo sempre la Barbiellini Amidei, che poi, in classe, commentò la mostra e la raccontò ai miei compagni che non c’erano stati, chiedendo anche il mio parere – parere che, però, non avevo).

    Non va sottovalutato, infatti, lo scossone definitivo che una simile mostra, divenuta per me essenza della provocazione, diede alla mia ingenuità in materia d’arte. Già avevo avuto notizie strane dalla mostra di Elio Marchegiani alla Galleria L’Obelisco (di cui ho parlato nell’articolo precedente). Da quel momento in avanti ero svezzato: nulla più, decisi, mi avrebbe sorpreso, ma e se mai, stimolato. Molti altri incontri mi si preparavano: Roma era, in quegli anni, una fucina in attività vulcanica; e tutti gli artisti vi giungevano, tutti vi esponevano. Sempre in quella sede vidi mostre memorabili: ancora nel 1969 Mario Merz (un’automobile Renault, con cui era arrivato da Torino) ed Eliseo Mattiacci con il suo rullo compressore; e poi Gino De Dominicis, Sol Lewitt – ho ancora i brividi lungo la schiena al solo ricordo (ricordo e ricordi che, sia chiaro, sto vivificando grazie alla mia meticolosa mania di allora di tenere un diario dettagliato di tutto quello che combinavo nelle mie prime giornate da adulto). Per confortare una volta di più il destino che si chiama Clotilde, il mio primo articolo per una rivista d’arte fu dedicato a Kounellis, sulla rivista di Pescara Segno (diretta da Lucia Spadano e da suo marito Umberto Sala).

    Memè Perlini, "Locus Solus".

    Memè Perlini, “Locus Solus”.

    Poi Sargentini lasciò quel garage, nel 1976, per stabilirsi definitivamente nel bellissimo e circolare appartamento dai soffitti affrescati di via del Paradiso, dove è ancora attivo. Prima, però, lo allagò, trasformandolo in una sorta di lago pacifico. Se ben ricordo, inoltre, sempre in quel garage e successivamente, Memè Perlini e Antonello Aglioti rappresentarono alcuni spettacoli indimenticabili, come Locus Solus, da Raymond Roussel.

    Chissà oggi cosa c’è: domani passo a vedere.