Performance “curativa” di Nicola Mette in Sardegna. Che guarda a Beuys e alla sua “difesa della Natura”

    Si intitola proprio così, “A mio babbo: voglio crescere a modo mio come la mia natura vuole”, con un titolo lungo e appassionato degno di un film della Wertmüller, l’ultima performance di Nicola Mette, performer sardo che da tempo si batte, attraverso azioni estemporanee, l’uso del corpo e del travestimento, per il riconoscimento dei diritti e contro ogni forma di discriminazione, soprattutto in campo di differenza di genere.

    E questa, la performance che ha compiuto a Sindia, nell’entroterra nuorese, è stata una rivendicazione dei libertà per un figlio, ma anche un invito all’amore: amore delle famiglie, dei genitori verso i figli, per l’accettazione delle differenze, anche sessuali, dei figli da parte dei genitori. Luogo: l’orto della casa paterna. Nicola si è sprofondato in una buca alta quanto lui, lasciando fuori solo la testa, e ha aspettato, mentre il padre, con un innaffiatoio in mano, lo innaffiava come si innaffiano le piante. Un bagno purificatore? Piuttosto, in invito alla cura: cura delle persone, dei figli, dei rapporti d’affetto e d’amore. Come si dà acqua alle piante, sembra voler dire Mette, così bisogna dare acqua, amore, protezione, sicurezza ai figli.

    “Ho voluto parlare delle famiglie che ancora non accettano i loro figli”, dice l’artista, “che non accettano la loro sessualità, ma anche delle coppie divorziate che ancor non ascoltano i loro figli o non li seguono nella crescita”. La performance è nata per ricordare la madre, Giovanna Piu, scomparsa un anno fa di un male incurabile. Un vuoto che ha lasciato “un’assenza incolmabile”, dice ancora l’artista, ma che a maggior ragione deve invitare a riflettere sui rapporto tra chi è rimasto: in questo caso, il padre e il figlio. Una performance semplice, senza fronzoli, a modo suo dura e molto diretta, che si riallaccia a certe azioni di Beuys e alla sua “difesa della natura”, come esercizio di riappropriazione del proprio lato umano, e del mettere, anche attraverso la riscoperta della natura, dell’attività nei campi, della difesa della natura e del suo habitat, l’uomo “al centro”.

    “Ancora per un certo periodo di tempo ci rimane la possibilità di venire liberamente ad una decisione, la decisione di prendere un corso che sia diverso da quello che abbiamo percorso nel passato. Possiamo ancora decidere di allineare la nostra intelligenza a quella della natura”, scriveva Beuys. E, in un altro passo: “Al principio di un’opera inizierei dai sentimenti”: perché, diceva l’artista tedesco, “ho capito che ruolo hanno gli artisti nell’indicare i traumi del tempo e iniziare un processo di guarigione”.

    Da questo punto di vista, l’azione-performance di Nicola Mette sembra aver fatto sua la lezione del Grande Sciamano: anziché indicare, come in altre sue azioni avveniva in maniera forse un po’ troppo spettacolare e didascalica, i “mali” degli altri o della società, in questo caso l’artista (e l’uomo) è partito da se stesso, per un processo di “guarigione” pubblica, dalla propria sofferenza e dall’assenza della Madre, per portare una testimonianza d’amore e di “cura” al mondo.

    A.R.

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