Fabio Viale, o del perché un pomo a volte vale una Venere

    di Mariella Casile.

    D’estate quando le mostre sembrano smettere di piovere dal cielo, si può avere la possibilità di visitarle tutte più che per piacere che per dovere. La mostra Door Release di Fabio Viale ha aperto al Fortino di Forte dei Marmi, in una assolata giornata di giugno. Una mostra che a tratti mi è apparsa sinestetica, o interattiva, fate voi. Si stava tutti li a toccare quel marmo suadente che pareva d’esser stato scolpito dal tempo tanto bello da sembrare senza tempo. Una mostra che pone delle altre nuove questioni estetiche e mi riporta alla mente il tanto caro Arturo Martini, ed ecco perché un pomo in scultura non vale una Venere! Bisogna però scandagliare questo vecchio dubbio accademico che ci gabba tutti noi abituati ad un Winckelmann mai del tutto superato, oltrepassato. E ci fa guardare oggi sempre verso la ricerca del bello sublime. E dovremmo pensare ex novo con nuovi criteri e scardinarci la mente: perché un pomo in scultura non vale una Venere? Ecco, perché?

    Quello che mi piace di una mostra è l’idea della scoperta di qualcosa di nuovo, perché, diciamocelo, non sempre ciò che può essere vissuto con la storia dell’arte vale sempre una Venere, e questo lo comprendiamo sempre più avanti. Questo lo si impara col tempo, andando alle mostre, alle biennali e alle rassegne, iniziando a riconoscere la qualità dalla quantità e facendo una cernita di solo ciò a cui è stato aggiunto valore. Che sia valore storico, che sia valore estetico, che sia valore semplicemente poetico. E questo perché l’arte prima di tutto dovrebbe essere poesia, e gli artisti quindi dei poeti dell’immagine. Dell’immagine e della storia. Perché non c’è niente senza storia e senza pensiero. Il pensiero dell’artista s’intende, che riesce a dimostrarmi che qualcosa più di me la sa fare, tanto da indurmi a pensare, ad approfondire.

    Tutto questo l’ho imparato nel 2008 visitando la mostra di Stephen Polcari su Pollock et le Chamanisme. Una mostra colta, che non si smette mai di citare, tanto fu bella tutta nel suo insieme di storia e immagini, di contemporaneo e tradizioni. È da allora che ho maturato l’idea che l’arte sì, è vero che tentano di farla tutti, ma poi la riescono a fare davvero in pochi. Perché si sa, tentare è facile ma riuscirci difficilissimo. Avevo letto da qualche parte che la scultura fosse andata a fondo trascinata dall’Italia e l’Europa da questa malattia mortale, ma oggi in una società in cui il gusto estetico è cambiato si è moltiplicato e variegato come possiamo noi limitarci ad una banale sentenza di bello o brutto senza andare a fondo alle cose? Beh certo, si può anche dire che certe brutture sono talmente oggettive da non lasciare scampo ad equivoci. E l’occhio, si sa, è la sentinella del cervello che non rifugge a ciò che meno piace ai nostri occhi. E questo non è un parametro ma una constatazione che ho imparato da Arturo Martini il rivoluzionario della scultura, tutto calato nel suo dramma immaginario, o che forse così immaginario non era.

    Per tutte queste cose, per cui mi sono persa, la mostra di Fabio Viale a Forte dei Marmi l’ho trovata bellissima, per qualità e valore, per le storie che ha raccontato e la metamorfosi che ha attuato. Tutto il lavoro di Fabio Viale è ricerca continua di nuove forme del bello. Una metamorfosi plastica in cui il marmo si plasma ora a prendere le sembianze dei materiali più poveri come il polistirolo, la carta la gomma e talvolta il legno. Una metamorfosi necessaria per far trascendere la scultura, e questo ce lo dice lo stesso Fabio Viale, lo stesso che di primo acchito nella nostra mente celebriamo per aver tatuato il marmo tanto bene da sembrare un tutt’uno come fosse un antico intarsio.

    La mostra Door Release, curata da Enrico Mattei e prodotta dalla Galleria Poggiali, ci presenta un nuovo modo di guardare alla scultura, attraversando tutte le tappe estetiche dell’artista che ci accompagna in un viaggio estetico che racchiude in sé la storia dell’arte a memoria. Tra antichissimo e moderno, mi sono tornate in mente le prime Veneri greche, i primi intarsi di Tino di Camaino e il dramma struggente di Arturo Martini.

    Fabio Viale, Stargate

    Fabio Viale, Stargate

    Tutto questo in poche ma significative opere che ci mostrano tante dicotomie tutte vicine, tutte diverse. Una Venere tatuata ci fa balzare fuori dal canone classico, e questa classicità che si fonde con la tradizione dei tatuaggi russi diventa il nostro bello sublime. Questa idea di libertà che l’artista esercita nella propria rievocazione della figura, come avevo già scritto, ci proietta verso una nuova personale visione estetica, dell’artista, tanto per intenderci, in cui imita gli antichi diventando inimitabile. E questo l’avevo scritto prima di vedere la mostra tutta intera, che devo dire è un tripudio al gusto e alla qualità. Poche ma significative opere che raccontano un accadimento: la metamorfosi del marmo. Un marmo a cui pare di somigliare ai materiali più bradi come la gomma risultando di un’eleganza assoluta.

    Una mostra che somigliava più a un’esperienza sensoriale, dove dovevi per forza toccare per riconoscere il marmo tra bulloni incastrati come fossero lapislazzuli preziosi. Un contrasto prezioso che ci porta ad apprezzare contemporaneamente due busti di nuova formazione classica che si guardano da lontano senza sentire la necessità di toccarsi, mentre intravediamo una ruota, perfetto emblema del modernismo, che induce a pensare che forse a volte un pomo riesce anche a valere una Venere. E non me ne voglia Arturo Martini, che tanto si è dannato per questioni non risolte, e chissà di quale altor nuovo dramma si sarebbe fregiato a vederlo ridotto così il suo tanto amato Cimitero Monumentale di Milano, tra erbacce troppo incolte e cure mai accadute. Ma questa è un’altra storia che però mi è tornata in mente dopo aver visto Door Release e a modo mio avendoci anche preso parte. Vivendo in una parte privilegiata, in cui parlare con l’artista è stata una delle migliori di tutte.

    Fabio Viale non perde mai il filo conduttore, è padrone del suo linguaggio, della sua poetica e della sua frenesia estetica, che ci porta a considerarlo un rivoluzionario, in questo mondo di tentativi e meteore, che conosce la giusta dose tra classicità ed evoluzione, parlandoci di un nuovo modo di vedere il marmo. Non più una lingua morta ma qualcosa di vivo, e mi viene in mente l’opera Stargate (vistaperò in Galleria Poggiali a Pietrasanta, non alla mostra), in cui l’artista ci vuole dimostrare lo spazio ed in questo caso di un volume che faccia presenza, ci fa sapere l’artista, qualcosa che lo spettatore potesse attraversare. Un’installazione marmorea portatile, mi venne in mente di definirla così la prima volta che l’attraversai ed è proprio vero che si rimane sorpresi all’interno rendendosi conto di essere all’interno di un grande blocco di marmo tanto che se ne percepisce la massa pur essendo stato scavato dall’interno di venti tonnellate.

    La percezione di attraversare un nuovo tipo di spazio si percepisce anche nel percorso espositivo di Door Release, una mostra tutta intera che volteggia leggera come se il marmo potesse, leggero, vagare nell’aria. Tutta la mostra è un continuo soffermarsi a pensare, a capire e a toccare. Un modo sinestetico di guardare al marmo che non ci spaventa per la sua durezza ma si lascia attraversare, scrutare e osservare, ed è proprio vero: i tempi sono cambiati e oggi un pomo può valere anche tante Veneri. E questo l’ho imparato da Fabio Viale.

    Mariella Casile

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