Gorizia tu sei maledetta: l’Assessore censura due opere “poco patriottiche”, la mostra è cancellata

    Ora si capisce cosa intendesse il neo-assessore alla cultura di Gorizia Fabrizio Oreti quando, da poco insediatosi nel suo nuovo incarico, dichiarava che per fare l’assessore “non serve essere un critico d’arte, basta dare un giusto indirizzo politico”. A neanche due mesi da quella dichiarazione, ecco la rappresentazione perfetta del suo concetto di “giusto indirizzo politico”: una mostra cancellata (quella voluta dall’associazione Koinè, che si sarebbe dovuta intitolare “Limes”), perché comprendeva installazioni che, a suo giudizio, avrebbero “intaccato la sensibilità dei cittadini”. Il messaggio è chiaro: la politica (che in Italia è notoriamente maestra di etica), deve vigilare sulla “correttezza” politica dei messaggi che l’arte vorrebbe esprimere. Se non fosse tragicamente vero, ci sarebbe da pensare a uno scherzo di cattivo gusto.

    Laura Pinta Cazzaniga, Woman With Black Flag, 2017

    Laura Pinta Cazzaniga, Woman With Black Flag, 2017

    Motivo del contendere? Un’installazione, in particolare, che avrebbe dovuto far parte della mostra, costituita da un finto muro, che avrebbe dovuto essere collocato dapprima in via Rastello, e, in un secondo tempo, in via Garibaldi, dal titolo “Comunità recintate”. Il “finto muro” di via Rastello era un’opera di Laura Pinta Cazzaniga, artista che da tempo lavora, tra installazione e performance, su temi sensibili e controversi, quasi sempre con forti connotazioni politiche o sociali: una delle sue ultime “azioni” era stata, all’inizio del 2017, quella di fotografare, illegalmente e con una buona dose di rischio, una donna che sventolava una bandiera nera, emblema del movimento anarchico e allo stesso tempo simbolo della negazione di ogni forma di nazionalismo (ma che, per assonanza visiva, avrebbe anche potuto essere scambiato per un vessillo dell’Isis, anch’esso nero), di fronte al muro di Ceuta, l’enclave di nazionalità spagnola in territorio marocchino. E oggi, ecco che un altro muro ha creato un piccolo terremoto artistico-politico a Gorizia, città che in passato ha conosciuto ben altri muri (quello che per anni divise in due la città, separando Gorizia da Nova Gorica, dividendo il territorio italiano da quello jugoslavo).

    Ma in che cosa sarebbe consistito il “muro” della discordia di Laura Pinta Cazzaniga? Secondo il progetto, sarebbe stato nient’altro che un’installazione temporanea, che ricordava un vero muro di mattoni, e che avrebbe “chiuso” un pezzo di strada cittadina, a ricordare i muri reali e simbolici di oggi, che impediscono la libera circolazione delle persone in Europa e nel mondo. Tanto scandalo per una semplice installazione, dunque, per una – in fondo semplice e lapalissiana –, “imitazione” di un muro di mattoni? Già. Quel muro, secondo l’assessore, avrebbe infatti “offeso la sensibilità” dei goriziani, “considerato il delicato momento storico-sociale”. Forse, è vero, non bisogna essere dei critici d’arte per fare l’assessore, ma qualcuno avrebbe potuto per lo meno informare Oreti che l’installazione di Laura Pinta Cazzaniga aveva diversi precedenti, sia dal punto di vista formale che concettuale: il primo, il celebre “muro di rue Visconti”, opera realizzata – illegalmente, poiché il permesso era stato negato dalle autorità, quella volta per “motivi tecnici” – da Christo e Jeanne Claude nel lontano 1961, allorché l’artista decise di erigere, in perfetto stile situazionista, un muro di barili che divideva in due una via del centro di Parigi (ed è esilarante, degno della miglior commedia, il resoconto della trattativa di Jeanne-Claude con i poliziotti: “Il gendarme allibito osservò quell’agitazione frenetica e chiese: ‘che roba è?’. Lei sorrise e rispose con tono tranquillo: “è un’opera d’arte”. Lui ribattè: ‘non si può, è proibito, gli dica di smettere!’. Jeanne-Claude non fece una piega: ‘non posso interferire, non è ancora finito’. …Il gendarme tornò accompagnato dai suoi superiori, ma la situazione era ormai diventata ingestibile. Si era radunata una gran quantità di gente che pareva divertirsi un mondo, la stampa aveva trovato la notizia del giorno e una nuova barricata francese era diventata storia”).

    Christo davanti al "muro di barili" di Rue Visconti, 1962 Photo: Shunk-Kender © 1962 Christo

    Christo davanti al “muro di barili” di Rue Visconti, 1962
    Photo: Shunk-Kender
    © 1962 Christo

    Il secondo muro è invece quello eretto da Santiago Sierra nel 2003 alla Biennale di Venezia, di fronte al Padiglione Spagnolo, che copriva anche il nome della nazione: l’ingresso all’esposizione era consentito esclusivamente ai visitatori che fossero in grado di esibire un passaporto spagnolo, esplicito riferimento alle politiche di esclusione, oggi definitivamente avvallate in Europa e in tutto l’Occidente, di chiunque provenga da paesi poveri o “a rischio” (e ci sarebbe da chiedersi cosa avrebbe dovuto fare allora il governo spagnolo, secondo l’aberrante idea di ingerenza culturale propugnata e messa in atto oggi dall’Assessore goriziano, di fronte a un’opera del genere, che metteva in discussione i fondamenti della politica estera dell’intera Unione Europea in tema di accoglienza “controllata” e respingimento dei migranti).

    Oggi, dunque, in un momento storico in cui la politica dei “muri”, fisici o immateriali che siano, è tornata con prepotenza a far discutere il mondo intero – dal muro di Trump al confine con il Messico a quelli ungheresi, per continuare con la chiusura delle frontiere in tutt’Europa, fino alla costruzione di muri nelle città a “difesa” di zone privilegiate nei confronti di quelle popolate da immigrati –, l’arte, secondo le autorità goriziane, dovrebbe invece (chissà perché) tacerne.

    Il disegnatore satirico, socialista e antimilitarista, Giuseppe Scalarini

    Il disegnatore satirico, socialista e antimilitarista, Giuseppe Scalarini

    Ma non è finita. All’Assessore Oreti non piaceva infatti anche un’altra installazione della mostra: quella che avrebbe dovuto essere realizzata da Antonello Sala, prevista in piazza Vittoria, che si sarebbe dovuta intitolare “Banchetto” e che sarebbe stata costituita da un tavolo cui avrebbero fatto contorno otto sedie in ferro. “Il riferimento”, scriveva l’artista nel progetto, “è esplicito alle grandi potenze. Me le immagino intorno a un tavolo a definire strategie politiche, a decidere sulle sorti di intere nazioni, ad inventarsi nuove guerre con la scusa di un fantomatico equilibrio mondiale. Me le immagino mentre banchettano sulle macerie del mondo”. In risposta a un’installazione il cui unico torto, nella semplicità del suo messaggio, era semmai quello di peccare di retorica, rischiando di mancare di profondità e sfiorando forse la banalità (visivamente, il “banchetto” dei potenti poteva ricordare, nell’elementarità del suo messaggio, certe vignette di Scalarini, mitico illustratore del quotidiano socialista l’Avanti! d’inizio Novecento), ecco che arriva la geniale trovata dell’Assessore: “Chiediamo”, chiede Oreti all’associazione che organizza la mostra, “una dichiarazione e/o una variazione nel testo in cui si esplicita che nel tavolo degli 8 commensali non è inserita l’Italia”. A leggerla, viene da domandarsi se l’Assessore, come si dice, “c’è o ci fa”: va anche bene criticare gli altri paesi europei, sembra dire questo fine politico, purché a quel tavolo non sia rappresentata l’Italia. Anche questa, sembrerebbe una barzelletta, se non fosse tragicamente e comicamente vera: l’Assessore di Gorizia che pretende di vigilare sul “patriottismo” delle opere esposte nella sua città, neanche pensasse di trovarsi in una parodia moderna del libro Cuore. Ed ecco infine, a sostenere le tristi posizioni anacronistiche dell’Assessore, anche il Sindaco di Gorizia, che si getta a capofitto nella mischia, rincarando la dose contro l’installazione: “Otto superpotenze come commensali che, mentre mangiano, decidono le prossime guerre e i destini del mondo e banchettano sulle rovine del pianeta? Ma scherziamo? Sono morti centinaia di soldati italiani per garantire pace e democrazia e pretendo il massimo rispetto per la nostra patria e ciò che rappresenta” (e forse il Sindaco dimentica che, come giustamente ha fatto notare Franco Berardi ‘Bifo’, Gorizia è ricordata “soprattutto per via di un canto dei soldati costretti a combattere e morire nell’infame guerra nazionalista del 15-18”, quei “soldati, contadini e operai massacrati in nome di un idiota sentimento nazionalista” che cantavano: “O Gorizia tu sia maledetta/per ogni cuore che sente coscienza/dolorosa ci fu la partenza/e il ritorno per molti non fu”).

    Il "meme" del gruppo satirico triestino Vile&Vampi

    Il “meme” del gruppo satirico triestino Vile&Vampi

    Ma per Sindaco e Assessore, fermi a “sentimenti patriottici” da 15-18, i goriziani, come bambini troppo suggestionabili e incapaci di ragionare con la propria testa, non devono venire “urtati” dai contenuti anti-patriottici di certe installazioni: le opere, così come sono state descritte nel progetto, non possono essere esposte. Di fronte al tentativo di escludere le opere accusate di poco patriottismo dalla mostra, l’associazione Koiné decide così di cancellare l’intera esposizione, che avrebbe dovuto comprendere 35 installazioni dislocate per le strade di Gorizia e Nova Gorica, a partire dal prossimo 2 ottobre. “Crediamo che l’amministrazione si sia impropriamente assunta la responsabilità di negare alla cittadinanza che rappresenta una occasione di civile scambio culturale, sentendosi per altro in diritto di decidere cosa possa urtare la sensibilità dei cittadini, cosa alquanto ardita vista la sensibilità dimostrata dalla stessa”, scrivono  i responsabili dell’Associazione Koiné, annunciando la cancellazione della mostra. Quel che è certo, è che questa  vicenda mette  una pietra tombale non solo sulla mostra, ma in generale sul futuro delle iniziative culturali della città, come a sancire che, d’ora in poi, i contenuti di ogni manifestazione debbano essere preventivamente passati al vaglio di una pretesa “correttezza politica” (o peggio ancora “patriottica”) prima di essere approvati, esattamente come avviene nelle peggiori dittature.

    E i goriziani ora si dividono: tra chi denuncia la censura (mentre in rete fioccano gli sberleffi e le accuse contro la censura, come il “meme” del gruppo satirico triestino Vile&Vampi), e chi, come Antonio Devetag, già assessore alla Cultura dello stesso Comune, che parla di “installazioni molto ideologiche” e di “didattica engagè di gramsciana memoria con cui un manipolo di sedicenti intellettuali vuole inculcare al popolo bue di questa provincia di confine la Verità rivelata” (sic!). A sostenere la posizione di Sindaco e Assessore interviene persino Vittorio Sgarbi, il quale, benché in passato sia stato a sua volta vittima di censura (quando, da Assessore alla Cultura di Milano, la “sua” sindaca Moratti, da lui poi ironicamente ribattezzata Suor Letizia, spinta dall’ala più becera e retrogada della maggioranza, gli impedì di portare a termine una mostra dedicata all’arte e omosessualità), si scaglia ora contro la mostra goriziana, definendola “inesistente” e “velleitaria”, e plaudendo dunque alla sua cancellazione.

    Eppure, molte cose non tornano in questo pasticcio goriziano. Che l’Assessore abbia il diritto di scegliere, coi suoi collaboratori, le mostre da sostenere e quelle da non sostenere è un fatto politico legittimo. Ma che sfacciatamente rivendichi un presunto diritto a un indirizzamento “politico” dell’arte, entrando a gamba tesa nei contenuti artistici e culturali delle singole opere, pretendendo anche di cambiarli in base ai suoi desiderata, farebbe solamente ridere, se non manifestasse, purtroppo, tutta l’arroganza di una cultura reazionaria grondante autoritarismo, cattiva retorica e una gestione del potere arbitraria e poco avvezza al confronto e alla diversità di opinioni.

    Secondo quale logica, infatti, un’arte che tratta argomenti “sensibili” o che esprime un più che legittimo dissenso nei confronti delle politiche europee in termini di diritti umani, respingimenti, guerre e chiusura delle frontiere dovrebbe essere esclusa dalla vita culturale di una città? E secondo quale logica un Assessore alla Cultura dovrebbe stabilire in che modo l’arte si deve approcciare o non si deve approcciare ai temi politici e sociali? Che fosse o meno interessante la mostra dal punto di vista artistico o formale – cosa di cui è più che mai lecito discutere –, è un fatto, però, che la pretesa della politica di entrare nel merito dei contenuti trattati dagli artisti è insopportabile, e spia di una vocazione totalitaria dell’agire politico, che va rispedita al mittente con ogni mezzo.

    Alessandro Riva

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