Barricate d’arte. Da Milano un’idea irrompe nel dibattito sulla sicurezza

    Vere barriere anti-sfondamento. Anzi: “barricate”, nel senso più autentico del termine. Ma barricate d’arte: gioiose, colorate, pop, ma nello stesso tempo utili a far riflettere chiunque vi si imbatta sul fatto che viviamo in una situazione di emergenza permanente, e che ogni gesto, ogni passo che facciamo è condizionato da uno stato, se non sempre di “guerra”, certo di tensione e di “emergenza” continua, tra genocidi, terrorismo, migranti in fuga che muoiono nei mari, e pericoli di nuove guerre nucleari all’orizzonte. E che, dunque, anche i nostri comportamenti quotidiani e il nostro sguardo non possono essere in nessun caso “neutrali”, immuni da scelte e implicazioni politiche.

    L’autore di queste insolite “barricate” è un artista milanese, Paolo Ceribelli, mentre l’idea (supportata a livello critico da Vittorio Sgarbi) di usarle, ora, come barriera anti-sfondamento nelle città italiane è di una coppia di esperti e appassionati d’arte: Diego Bernardi, architetto di formazione, compagno di strada di artisti e instancabile ideatore di mostre e iniziative culturali, che da anni lavora nel campo della comunicazione, e Simone Sacchi, grande appassionato e conoscitore del contemporaneo (oltre che collezionista), che proprio ora sta aprendo una nuova galleria a Pavia, la Neon Gallery. È indubbiamente questa l’idea che, finalmente, potrebbe far cambiare direzione, e dare un senso, al dibattito sul rapporto tra convivenza civile e sicurezza, tra lavoro artistico sul territorio e urbanistica, tra vita quotidiana e fruizione dello spazio urbano da parte dei cittadini in tema di “emergenza terrorismo”.

    Sì, proprio così: stiamo infatti parlando delle famose – o famigerate – “barriere anti-carro” (o per meglio dire “anti-camion”), che tutte le amministrazioni europee stanno progressivamente collocando nei centri storici e nelle aree più affollate delle grandi città, per difendersi da eventuali attentati terroristici (è di ieri la notizia che il Comune di Firenze ha indetto un bando di idee per artisti e designer per la progettazione di barriere anti-sfondamento innovative). Per ora, le idee non sono state certo esplosive: si va dall’idea-base di far dipingere i classici (e tristissimi) new jersey agli artisti per renderli più piacevoli e “decorativi”, a quella di “mascherarli” sotto forma di panchine, di cestini per rifiuti, di elementi di arredo urbano. O addirittura di grosse piante, da distribuire in maniera massiccia nei punti strategici del centro storico.

    Ad aprire il dibattito, infatti, era stato proprio Stefano Boeri, ormai celebre in tutto il mondo per il suo “bosco verticale”, che poche settimane fa, ispirandosi alla lezione di Joseph Beuys (che nel 1982, a Kassel, vendette 7.000 pietre all’ingresso di Documenta per comprare altrettante querce da piantare in città), ha proposto di “contrapporre all’istinto di morte di queste belve umane la calma presenza delle piante”, distribuendo nei punti-chiave del centro cittadino una serie di alberi in vaso. Le piante, infatti, coi loro grossi vasi pieni di terra, avrebbero la funzione di barriere anti-sfondamento, pur con un diverso impatto estetico, ben più piacevole ed ecologico, rispetto ai famigerati new jersey. Un’idea che, pur rimanendo nel campo del normale “maquillage” urbano (una pianta in un vaso non porta infatti alcun vero beneficio a chi abita la città, né dal punto di vista ecologico né da quello dell’aumento reale dello spazio verde), avrebbe, se non altro, il pregio di non imbruttire le nostre città, ma di renderle esteticamente più piacevoli. Ma ora, ecco che si affaccia una nuova proposta, presentata a Milano al sindaco Sala e al governatore della Lombardia Roberto Maroni proprio pochi giorni fa.

    L’idea? Più che mai semplice: smetterla di fingere di abitare un paesaggio tranquillo e “pacificato” – fondamentalmente un segno di ipocrisia –, mettendo invece sotto gli occhi di tutti ciò che è uno degli aspetti più inquietanti della società contemporanea, ovvero la presenza di uno stato di guerra sotterranea ma permanente, che insanguina non solo le nostre città attraverso il terrorismo, ma interi stati: dalla Siria, ai molti paesi africani teatro di guerre sanguinose e senza fine, al Mar Mediterraneo, vero e proprio cimitero naturale, nel quale ogni mese continuano a morire uomini, donne, bambini in fuga dai loro paesi nella speranza di trovare in Europa un approdo più tranquillo dove potersi stabilire. Ecco allora che Diego Bernardi e Simone Sacchi hanno individuato nel lavoro di Paolo Ceribelli la soluzione ideale per un genere di barriere “alternative”, che coniugano l’estetica, seppure giocosa e vagamente pop, del cavallo di frisia, con la funzionalità pratica. L’idea, infatti, è semplice quanto rivoluzionaria: anziché nascondere la forma della “barriera”, fingendo che si tratti di “un’altra cosa” (una pianta, una fioriera, una panchina, un’opera di “decoro urbano”), provare invece a metterla in risalto, sottolineandone la funzione “difensiva”, seppure in chiave pop. Il tutto, attraverso un’azione artistica vera, autentica, e non mascherata da qualcosa d’altro.

    Il lavoro di Ceribelli, da questo punto di vista, è assolutamente perfetto. L’artista lavora infatti da tempo sull’estetica della guerra, riportando però il discorso in una chiave leggera e disincantata. Soldatini, carte geografiche, bandiere e simboli della cultura di massa sono stati spesso il suo materiale di lavoro; e, di recente, anche le “barricades”, già utilizzate in occasioni di mostre pubbliche a Como (per StreetScape) e a Parma (per il Festival della Creatività Contemporanea), con la loro estetica piacevole, ma con un sottofondo di inquietudine che non può non farci fermare a riflettere e a pensare. Se i new jersey, con la loro estetica brutale e cementizia, ottengono solo lo scopo di metterci addosso uno stato di angoscia permanente, le “barricades” di Paolo Ceribelli riescono invece a farci riflettere senza deprimerci, dandoci anzi lo stimolo per ripensare lo spazio urbano secondo una logica artistica e creativa. Per utilizzare le parole dello stesso artista, le Barricades “aiutano le persone che la attraversano a prendere una nuova consapevolezza dell’esistenza e della forma del luogo in cui viviamo”, diventando “un’opportunità per superare i limiti dell’esperienza quotidiana, offrendo uno spazio di riflessione e di un diverso punto di vista”. Esattamente ciò di cui tutti noi, nessuno escluso, oggi ha estremamente bisogno.

    A. R.