Saccardi, magliette “meme” per fottere hipster, fighetti e moralisti

    L’ultima maglietta, prima che il loro profilo Facebook venisse oscurato per 24 ore, era inequivocabile. C’era scritta una sola parola: “STUPRAMI”. Nei giorni “caldi” dell’allarme-stupri in tutta Italia (una delle tante “emergenze” fittizie create da una stampa paranoica, isterizzante, forcaiola o garantista a giorni alterni, a seconda di come tira il vento e di come maggiormente garba al proprio pubblico di riferimento), una maglietta così era decisamente… provocatoria. E, di conseguenza, era anche il “perfetto” invito a nozze per l’idiota di turno, quello a cui, sui social network, piace sempre far la morale agli altri e “punire” chi osa oltrepassarne i confini. E infatti, anche questa volta, l’idiota di turno ha “segnalato” la maglietta alla suprema Autorità di Facebook (ormai l’unica forma di autorità riconosciuta a livello mondiale, che “punisce” del tutto arbitrariamente gli utenti con chiusura di profili, reprimende e censure, senza possibilità di appello né di difesa), la quale autorità ha prontamente provveduto a “punire” il gruppo con la chiusura temporanea del profilo.

    Di chi stiamo parlando? Beh, che domande: dell’unico gruppo artistico in Italia che può avere il coraggio (e la fantasia, un po’ malata a volte, per la verità) per ideare una maglietta così “ignobile”, disturbante e politicamente scorretta come quella di “Stuprami”, che osa “giocare” su un tema sensibile come quello della violenza sessuale, in tempi di montanti isterismi sociali. O come tante altre, infarcite di luoghi tanto comuni da finire per essere lapalissiani: “Palermo = mafia”, “Italiano a Berlino = cameriere”. O: “La street art fa schifo”. Palermitani doc, polemisti doc, artisti “brutalisti” nel senso più stretto del termine, con vocazione nazional-popolare e l’aria degli eterni attaccabrighe, abituati a pisciare fuori dal vaso di qualunque correttezza, artistica, culturale o politica che sia, e nonostante questo portati in palmo di mano da quegli stessi critici e curatori che loro passano il tempo a smerdare e a beffeggiare – insomma, avete capito, non potevano che essere loro, Marco Barone e Vincenzo Profeta, i due bad boys del Laboratorio Saccardi.

    La nuova “idea” dei Saccardi è, dunque, semplicissima: creare magliette con nient’altro che una scritta al centro. L’idea, in fondo, è così semplice da apparire geniale: le magliette con le scritte sono infatti la perfetta riproposizione, nella vita “reale”, di quel che sono i “meme” (o le semplici “frasette”) nella vita virtuale di Facebook. Sapete quelle scrittine a cui ci hanno abituato, e in cui ognuno, sul proprio profilo, dice in poche parole ciò che pensa su una determinata situazione, fatto di cronaca o notizia di attualità? Ecco, esattamente quello. Solo che, invece di postarlo sulla propria bacheca, i Saccardi hanno inventato il “meme”, o la frase, da portarsi appresso, scritta (rigorosamente a mano) su una maglietta. Quasi un tentativo di portare nella vita reale il comportamento compulsivo, imbarazzante e demenziale di cui Facebook ci ha da tempo reso campioni: quel misto di aggressività, petulanza, supponenza, eccentricità, arroganza, lagnosità, spacconeria e rissosità, ma senza i rischi per la propria incolumità nei quali si potrebbe incorrere realmente per la strada, che, ci piaccia o no, rappresenta il comportamento “medio” su Facebook.

    E non a caso Facebook, anche nel caso delle magliette, ha un suo ben preciso ruolo: quello di fare da piazza virtuale e da “cassa di risonanza” al fenomeno, contribuendo a renderle, come si dice ora, “virali”. Non a caso, ogni maglietta ha il suo bravo commento postato su Facebook a completarne il significato, con la ridda di commenti postati sotto da parte dei vari utenti e “amici” a fare da cornice.

    Insomma, un’idea semplice semplice, al limite del banale, ma decisamente provocatoria e destinata a creare, come spesso avviene con le iniziative dei Saccardi, consensi o malumori, a seconda del “tema” della maglietta e di chi ne viene a conoscenza.

    La prima, postata il 24 agosto di quest’anno, diceva: “Meno Liberty e più sticchio!”. Commento: “Costa solo 30 euro la maglietta di Manifesta Biennial Palermo by Laboratorio Saccardi”, omaggio sarcastico del gruppo al clima di eccitazione che si respira a Palermo in vista della prossima edizione di Manifesta in città (poco prima, gli stessi Saccardi avevano postato una frase che diceva: “Più figa e meno arte”: dal che si evince come le due cose, i “meme” e le magliette, siano strettamente intrecciati). Poche ore, ed ecco la seconda maglietta: “ARTISTA FALLITO”. Il commento postato dai Saccardi sulla loro pagina Facebook era: “Solo 30 euri se sei fallito ed artista te la regaliamo” (non risulta che alcun artista si sia presentato a reclamarla gratis, difficile ammettere il proprio fallimento, specie in un mondo dell’arte in cui la sfiga è equamente distribuita tra tutti, giovani e anziani, arrampicatori e solipsisti).

    Da quel momento, ogni giorno ecco una, due o più magliette, con relativi commenti degli utenti. A volerne analizzare i contenuti, si può dire che molte magliette sono legate alle discussioni interne al mondo dell’arte, e quasi altrettante trattano invece di argomenti “generalisti”, dai costumi sociali, alla quotidianità alla politica. Tra le prime, ecco “Meno mostre più followers”, “Non ho mai curato una mostra” (cui fanno seguito “Non ho mai scritto un libro” e “Non ho mai dipinto un quadro”). E ancora: “Non mi pagano però mi danno visibilità”, “Professore = fallito”, “Serigrafia = fighetto”. Poi la geniale e semplicissima “Maglia da Vernissage”, un’altra, piuttosto tranchant, che sfancula Salvador Dalí (“Dalí era un coglione”), mentre un’altra ancora se la prende con Pasolini, icona sacra e “intoccabile” di tutti gli intellettuali impegnati d’oggi (gli stessi che, se fosse vivo, come ha scritto una volta Alberto Arbasino, lo spedirebbero in galera per pedofilia senza batter ciglio): “Pasolini = hipster” (e va detto che, per i Saccardi, “hipster” è forse l’insulto peggiore, dopo “intellettuale” e “impegnato”).

    Un’altra maglietta se la prende invece con il minimalismo, molto amato dal mondo dell’arte che conta (“Ne avete fatto una minchia di questo minimalismo”, recita il testo della maglietta), mentre altre, veri e propri cavalli di battaglia dei Saccardi, affrontano in maniera provocatoria il tema del sociale, scagliandosi contro gli artisti che hanno un côté (per dirla in gergo: se la tirano) da “artisti impegnati”, da sempre bersaglio privilegiato del gruppo palermitano, assieme agli hipster: “Me ne fotto del sociale”, e “Se non fai accoglienza non sei artista” (commento, piuttosto acido e sarcastico: “Si sa che noi artisti pensiamo tutto il giorno agli immigrati, è il nostro temino preferito”). Molte altre, però, spaziano ovunque, in tutti i territori possibili, dal quotidiano al surreale: ecco allora “Sushi venerdì amiche”, “Postverità”, quella, geniale, con scritto “Fantasia alle casalinghe”, e poi ancora: “I neri fanno più figli di te”, “- scuola + smartphone”, e ancora “Semicolto”, “Ignorante”, “Terza media”, “Sarcasmo”, “Sputa in alto e rimani là”, e, vecchio gioco di parole da scuola media, il demenzial-triviale: “+ melo – + vengo – x non venir + – non melo – + o x lo – melo – di –”. Infine, quella che forse racchiude tutta la loro filosofia: “W la figa e il Kaly Yuga” (commento: “solo per estimatori pagani e dei sumeri come noi”).

    Insomma, un fenomeno “virale”, compulsivo, sconcertante, disturbante, a volte al limite del surreale o del demenziale, che potenzialmente potrebbe andare avanti all’infinito. Per capire com’è nato e come si svilupperà ancora, abbiamo intervistato gli inventori e padri dell’idea, i due del Laboratorio Saccardi.

    Alessandro Riva

    “Oggi siamo diventati tutti tuttologi. E noi non risparmiamo nessuno. Ma non chiamatela arte, semmai è critica sociale”

    Saccardi, dite la verità: vi siete venduti anche voi al Dio Marketing…

    Chi non lo è? Fanno più schifo i radical chic e i fighetti che sono la rovina dell’Europa, e fanno gli alternativi e poi leccano i culetti dei potenti ugualmente, abbiamo sempre detto che Gesù Cristo doveva buttarsi fuori da solo dal tempio, era lui il primo mercante.

    Avete fatto le magliette. Cosa volete fare ora, gli stilisti?

    Sì, avevamo una sorta di contrattino con una casa di produzione di magliette, ma ce ne siamo liberati, e adesso siamo liberi e belli, credo che finiremo per dipingere vestiti firmati, una nostra amica li compra apposta per farceli macchiare e li vuole vendere su internet.

    Vabbè, cerchiamo di essere seri: da dove nasce questa storia delle magliette targate Saccardi?

    Da sempre, per noi è un mezzo di espressione come un altro, è una roba degli anni Ottanta, ma poi i fighetti, che sono la rovina del mondo, hanno cominciato a serigrafarle pensando di essere a New York, non sapendo che molti artisti le facevano a mano o a pennello, tutte impiastricciate. Una volta ne scrisse una Kurt Cobain che divenne famosissima, che diceva: “Dio è gay.”

    Hanno un nome queste magliette, nel loro insieme?

    No, sono una cosa spontaneista, come quella roba di quel coglione di Pollock.

    Come la definireste – un’operazione concettuale, pubblicitaria, artistica, intellettuale, di marketing…?

    È critica sociale o satira sociale diciamo, arte no, perché non siamo cosi paraculi da dire che è arte e specularci intellettualmente, altra gente invece ci farebbe tre Biennali, ma noi siamo artisti veri.

    Le frasi sulle magliette ricordano i “meme” che si tramandano con velocità grazie al loro impatto. È così?

    Beh, sì, sono slogan o semplici parole che la gente usa tutti i giorni, o che magari pensa e non dice, è un gioco, ci mettiamo trenta secondi a farle, non si tratta di marketing perché alcune sono volgari e violente, ma sono catartiche: i nostri dèi pagani vogliono così, sono parole magiche, in attesa del ragnarǫk

     

    Sono sempre fatte a mano?

    Sì, a pennello, nero su bianco come i contratti, la serigrafia è roba da bottegai o da associazione benefica paracula, o al massimo da recupero vintage per fighetti, la vera maglietta è fatta a pennello.

    Sono sempre uguali, con la scritta nera su fondo bianco, o a volte hanno anche immagini?

    No, le immagini non ci interessano, i nostri quadri vogliamo che girino poco sul web, se non per promozione, l’arte su internet ne esce sempre depotenziata, figuramoci su maglia.

    Nelle scritte ve la prendete anche col minimalismo, ma le vostre magliette in fondo sono molto minimali…

    Un minimalista non farebbe mai una scritta “figa” sgocciolante, sono una parodia di quel linguaggio che ormai è tremendamente borghese, se mi fai usare questo termine.

    Chi è il vostro “cliente” ideale?

    Gente che ci segue da anni o ragazze, le donne sono sorprendentemente reattive.

    Ne avete già vendute? E quante?

    Sì, qualcuna, ma è roba partita da poco, e poi fare tutto artigianalmente non è facile.

    All’inizio sembrava che sareste rimasti sui temi dell’arte, ma in realtà spaziate un po’ in tutti i territori. Siete diventati anche voi dei “tuttologi”, come la maggior parte dei commentatori di Facebook?

    Un ragazzino a Palermo davanti alla Madonna "anima mundi" dei Saccardi. Indossa una maglietta fatta a mano con la scritta "What? What? Why?": ancora una maglietta targata Saccardi?

    Un ragazzino a Palermo davanti all’opera “Anima Mundi” dei Saccardi, una madonna realizzata in fusione di centesimi di euro, indossa una misteriosa maglietta fatta a mano con la scritta “Who? What? Why?”. Che i Saccardi abbiano copiato da lui, o si tratta di una maglietta ante-litteram sempre targata Saccardi?

    Le nostre magliette fanno il verso al mezzo, oggi “tuttologi” lo sono tutti gli italiani, anzi tutto il mondo direi, ma Facebook è ormai il bar degli italiani, ed al bar si discute lo stesso, di Facebook però. Criticare Facebook è come sparare sulla croce rossa, ed è un vezzo intellettualoide, cominciò quel venduto di Umberto Eco, e poi è inutile, siamo contro chi fa la morale ai postatori compulsivi e poi si approfitta del mezzo, semplicemente è meglio che se ne esca, basta togliersi insomma, nessuno ti obbliga ad averlo.

    A proposito, non ho capito, cosa vuol dire “Sushi venerdì amiche”?

    È enigmatica, è vero, volevamo fare una roba tipo rebus, abbiamo notato che spesso molte ragazze fighette attempatucce il venerdì mangiano ‘sto cazzo di sushi con le amiche, una roba fosforescente che a Palermo è letteralmente fosforo, appunto, quindi veleno, a Milano credo sia passato di moda, visto che ormai i manager sono dei santi laici col saio, e fanno tutti i salutisti, roba che, per carità, condividiamo totalmente.

    A volte sembra che il vostro unico intento sia fare incazzare qualcuno. Ci siete riusciti?

    Sì, qualcuno ci ha scritto incazzato, ma poi si sdrammatizza ed amici come prima, la cosa più bella di Facebook è che puoi insultarli tutti, è fantastico, sono bestiame per noi.

    Nell’idiozia generalizzata di Facebook, dove tutti sparano minchiate a caso credendosi dei commentatori intelligenti e controcorrente, non rischiate di perdervi anche voi i tra i tanti megalomani, provocatori, sparaballe etc., di cui Fb trabocca?

    Ma noi siamo megalomani provocatori e sparaballe, è bellissimo esserlo, con ‘sto moralismo stiamo esagerando, in fondo è una piazza, in piazza non puoi fare la morale a tutti, per strada a Palermo se fai la morale rischi che ti mandano all’ospedale, si fotta Facebook, perché porsi il problema, così sì che diventa un problema, un’ossessione vera, ai megalomani e ai troll basta non farci caso se non si vuole avere a che fare con loro.

    Fate le magliette anche su commissione, come un tempo si facevano i ritratti?

    Sì, anche se per noi è un giochino da cinque minuti, niente di serio.

    E se io volessi una maglietta colorata e non in b/n per esempio?

    Si fa, ma paghi il doppio.

    E se volessi una maglietta con su scritto “I Saccardi mi hanno rotto il cazzo”, me la fareste?

    Ovvio, subito, per noi è pubblicità: quando parlano male di noi godiamo il doppio.