Franca Pisani al Macro. Tra inconscio, mito e memoria

    L’opera di Franca Pisani ha assunto ormai, da tempo, un respiro fortemente originale, in cui i diversi riferimenti culturali e i diversi piani linguistici si mescolano e si compenetrano a vicenda. Sperimentazioni linguistiche, suggestioni visive, memorie, tradizioni ancestrali, riti, simboli, miti, retaggi: tutto diventa forma e linguaggio, si mescola vorticosamente e incessantemente, si fa materia viva e fremente, che, sotto le mani dell’artista-demiurga, prende improvvisamente nuova vita, assume significati inediti, tenta strade mai battute prima, come il viaggiatore che, pur non conoscendo esattamente la strada che è portato a percorrere, sa che è la strada stessa, il viaggio, gli accidenti e gli accadimenti che ne contestualizzano il percorso a determinarne in modo naturale la rotta.

    Il lavoro di Franca Pisani ha origine nel clima di sperimentazioni linguistiche e concettuali degli anni Settanta. In quell’ambiente, in quel contesto specifico, nascono il suo lavoro e la sua ricerca sulla parola, sulla forma, sulla forza centripeta del linguaggio che si fa forma e concetto. “Nasco dalla poesia visiva”, ricorda l’artista in un’intervista, “che rappresentava l’azzeramento e un nuovo linguaggio minimalista. Poi ho scoperto la magia dell’invenzione non solo intellettuale ma dell’ispirazione, che per me in preda ai fumi concettuali è stata come una rinascita”.

    Era il 1976 quando Franca Pisani fondò “Album Operozio”, rivista volutamente e orgogliosamente sperimentale e d’avanguardia, aperta alle prove e ai giochi linguistici, visivi, intellettuali di artisti provenienti da tutto il mondo. Vi aderirono personalità che già allora avevano una forte caratura internazionale o che in seguito sarebbero divenuti famosi, che avrebbero fatto la storia della nuova avanguardia del secondo Novecento. Da Ben Vautrier a Giulio Paolini, passando per Rebecca Horn e per Maurizio Nannucci, “Album Operozio” segnò una stagione, fu una meteora e un passaggio di testimone da una generazione e un periodo che era insieme di grande apertura (la rivista faceva il giro d’Europa, e finì esposta anche al Beauborg) ma anche di grande e ossessiva esclusività – l’esclusività che nasceva e traeva linfa e vigore dalla supremazia del pensiero e della parola sulla sensibilità della materia, sulla malleabilità della forma e dei materiali.

    Ma già allora erano in nuce i nutrimenti, gli stimoli, che più avanti avrebbero costituito il fulcro del lavoro maturo di Franca Pisani. Era il 1977 quando l’artista annotava: “Ecco che l’attività più o meno riconducibile al concretarsi di un’esperienza come episodio o risultato di un atto, di un processo tecnico, pratico, spirituale è lo svolgimento dell’opera”. Dietro l’apparente cripticità del testo c’è una verità profonda quanto ineludibile: la consapevolezza che è nel processo stesso, nello svolgimento della ricerca che si nasconde il senso stesso del farsi dell’opera d’arte. E che questo avviene non solo, o non tanto, nell’atto del pensare l’opera, quanto in quello del farla, nel manipolarla, nel testarne fino in fondo le possibilità inespresse e non manifeste. “Manomettere e giocare, tintillare serrare quanto e come vuoi”, scriveva ancora l’artista in un poema visivo del 1974. È già qui, in questa volontà di passare da un’arte che si autodefiniva con orgoglio “di pensiero” a un’arte “di manipolazione” il passaggio attraverso cui si muove il lavoro di Franca Pisani nell’epoca d’oro delle nuove avanguardie.

    E in questo celebrare la materia da “manipolare” in quanto potenziale contenitore di tutte le forme del mondo, le forme che stanno all’origine della creazione e dei miti, slegati da riferimenti contingenti, storici e temporali, c’è la chiave per leggere il lavoro plastico di Franca Pisani. Come scriveva Maurizio Sciaccaluga, Franca Pisani infatti “interpreta e ricalca l’inevitabile destino della creazione scultorea, votata alla generazione di un golem nato dal fango e capace di mostrare al mondo l’ineluttabile verità della pura materialità”. Che poi, spesso, nel corso del tempo, le sculture della Pisani (come i suoi quadri) abbiano finito per prendere le sembianze di viandanti, nomadi, uomini (ma più spesso donne), ritratti nella loro forma primigenia, originale, archetipica e “scarnificata” (dunque mai didascalicamente descritti con il linguaggio della figurazione tradizionale), non è che una naturale conseguenza dell’origine profonda della sua ricerca, che è prima di tutto lavoro di scavo, di riappropriazione di sentimenti, di passioni, in breve di vita e di morte.

    È una sorta di vertigine, potremmo dire, quella che accompagna l’opera di Franca Pisani. È la vertigine di una ricerca che finisce per prescindere da qualsiasi categoria sociologica o storica, per farsi tramite di uno scavo più profondo, che ha le sue basi nel mito (e nei miti) e nel farsi della creazione prima dell’avvento della storia. C’è, a questo proposito, un episodio fortemente simbolico che caratterizza la storia di alcune delle più recenti sculture di Franca Pisani, con quella sorta di “foreste di pietra” con cui ha inaugurato la sua installazione nel Padiglione della Repubblica Araba Siriana alla Biennale di Venezia di quest’anno, e che continua con la mostra al Macro Codice Archeologico. Benché nate in maniera del tutto indipendente, secondo l’intuizione di una forma – quella del cilindro – che Franca Pisani ha voluto far diventare un tutt’uno con la natura inserendola in ideali forme di alberi (“ho voluto stringere un’alleanza tra l’uomo e la natura”, spiega), le forme a pergamena che le caratterizzano – con gli inserti segnici che significativamente rimandano all’alfabeto aramaico – hanno in realtà, al di là della volontà dell’artista, un collegamento diretto con la più antica tradizione di quelle terre: proprio in Siria, infatti, sarebbero stati trovate delle forme, del tutto simili, su cui gli antichi scriba e gli antichi poeti tracciavano i loro testi. Le sculture delle Pisani, accompagnate da segni che rimandano all’aramaico, in realtà si rifanno formalmente a vere opere di poesia e di preghiera che risalgono a migliaia d’anni fa. E di tutto questo, la stessa artista è venuta a conoscenza solo a posteriori, quasi la sua mano avesse agito, indipendentemente dalla sua volontà, riportando alla luce un rimosso di cui pochissimi erano a conoscenza. Intuizione? Memoria inconscia? Capacità di “interpretare” i segni rimossi del nostro passato da parte dell’artista? “L’arte”, ha detto Marcel Duchamp, “è l’unica risorsa per quelli che non lasciano l’ultima parola alla scienza”. Forse anche di questa frase, non a caso pronunciata dal padre dell’arte concettuale, Franca Pisani ha fatto, involontariamente, un mantra su cui ha basato tutto il suo lavoro.

    Alessandro Riva

    Franca Pisani | Codice archeologico. Il recupero della bellezza

    a cura di Duccio Trombadori

    MACRO Testaccio

    Padiglione 9B
    Piazza Orazio Giustiniani, 4, Roma

    fino al 26 novembre 2017

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