Proclamata l’indipendenza di una nuova Repubblica. Di Catalogna? Macchè: di Cardeña

    Un proclama pubblico, politico, rivoluzionario: con tanto di maschere, bizzarri scettri floreali e abiti folcloristico-tribali, per annunciare (“a cinquant’anni e un giorno dall’assassinio di Che Guevara in Bolivia, nostro fratello di sangue e nostro compagno d’avventure”), l’indipendenza e l’autonomia della loro “Repubblica”. Di chi parliamo, degli indipendentisti della Catalogna? No, della crew dell’artista (catalano di nascita, nato a Balaguer, poco lontano da Barcellona: sarà un caso o una deliberata provocazione?), Felipe Cardeña.

    La sua Crew, in Italia, è formata da ragazzi giovanissimi (“il più vecchio dei quali non ha ancora compiuto vent’anni”, come hanno orgogliosamente proclamato l’altra sera a Milano, al Mondadori Megastore in Piazza Duomo, all’interno del progetto “StArt” curato da Angelo Crespi con la collaborazione di Christian Gangitano), affiancati da alcuni compagni di strada un po’ più vecchi di loro, come il “comandante Seikh”, attivista politico democratico gambese, che per 5 minuti buoni ha tenuto la platea recitando a braccio un discorso “sull’arte, sul potere e sulla forza dell’immaginazione in Africa e in Europa”. Peccato che il discorso fosse declamato interamente in wolof, il dialetto gambese. Senza sottotitoli.

    La singolare performance, dal simbolico titolo “Gioia e Rivoluzione” (palese citazione di una celebre canzone degli Area, storico gruppo sperimentale, dalle forti connotazioni politiche, degli anni Settanta) è stata il punto culminante di un percorso che ha visto la crew di Felipe Cardeña partecipare a numerosi progetti artistici, soprattutto in tema di arte pubblica: negli anni scorsi, i ragazzi hanno partecipato, tra l’altro, a progetti istituzionali come Energy Box a Milano e StreetScape a Como, o alla Biennale di Venezia con la costruzione di una coloratissima e bizzarra “tenda nomade” dal sapore vagamente hippy, oltre che a molti progetti autogestiti, come l’attacchinaggio di manifesti con l’effige di Super San Gennaro nel centro storico di Napoli o l’intervento sui muri esterni dell’ex Opg Occupato “Jè so’ ppazzo”, sempre nel capoluogo partenopeo. Ma solo questa volta, i giovanissimi membri della crew hanno voluto venire allo scoperto pubblicamente (seppure mascherati e poco o per nulla riconoscibili), annunciando la loro indipendenza e la loro distanza dal sistema, con un proclama fortemente politico e dai toni molto aspri, declamato da un loro portavoce, incappucciato come il subcomandante Marcos e ricoperto di stoffe variopinte, per lo più di origine africana e asiatica.

    Felipe Cardena, Gioia e Rivoluzione, 2017, collage su tela, cm 100x100

    Felipe Cardena, Gioia e Rivoluzione, 2017, collage su tela, cm 100×100

    Una performance provocatoria e a tratti molto aspra, ma che evidentemente, a saperla leggere, aveva anche toni fortemente parodistici, ironici, autocritici e vagamente surreali: il richiamo al mito dell’indipendenza, in tempi di rinascenti nazionalismi e spinte separatiste, il mito della “rivoluzione permanente” in un mondo globalizzato abituato a fagocitare, spettacolarizzare e di fatto neutralizzare, facendo propria, qualsiasi forma di opposizione al potere, lo stesso folklorismo spettacolar-rivoluzionario, evidente nella scelta degli abiti, dei cappelli, delle collane e degli scettri fantascientifico-tribali, oltre che nel linguaggio forzatamente politico e nell’utilizzo del cappuccio (tornato ad essere, dopo l’utilizzo dello stesso da parte dei black bloc o dei combattenti dell’Isis, un nuovo spauracchio globale) – tutto questo rendeva la performance ben più complessa, piena di rimandi incrociati, di sottosignificati, di suggestioni ironiche, gioiose e parodistiche, di quel che a prima vista avrebbe potuto apparire. Il testo declamato a gran voce da quello che pareva il leader del gruppo, subito dopo il lungo discorso in dialetto wolof del “comandante Seikh”, però, non lasciava spazio a dubbi o a interpretazioni: durissimo, tranchant, è stato un vero e proprio atto d’accusa al sistema dell’arte internazionale e ai suoi tristi attori.

    “Il sistema dell’arte è morto”, ha esordito infatti il portavoce della crew di fronte a una platea incuriosita e vagamente stupefatta, “sepolto sotto cento e passa anni di opere inutili e formalmente sciatte, da idee malsane e stomachevoli, da pippe mentali spacciate per brillanti intuizioni artistiche. È una carogna in putrefazione, un golem abbruttito dalla sua stessa reiterata stupidità, uno zombie che, come in un filmaccio per bambini deficienti, porta a spasso la sua carcassa, infettando chi si trova per caso a incrociare la sua strada. Credendo, o fingendo di credere, di essere ancora vivo”, continuava il proclama, “esso continua imperterrito i suoi vecchi e stanchi riti, spacciando spumante a buon mercato nelle inaugurazioni, promuovendo decerebrati alla guida di giornali e di poli museali, prendendo ordini da ometti senza uno straccio di idea per rimpinzare i conti in banca di quattro furbastri diventati per grazia ricevuta i padroni del vapore. Ma il sistema è morto. E quando lo scoprirà, sarà troppo tardi per tornare indietro, troppo tardi per tentare una respirazione bocca a bocca, troppo tardi per salvare dal disastro i pochi gaglioffi ignoranti che credevano di potersi arricchire impunemente a spese dei creduloni che hanno comprato le quattro cianfrusaglie che i camerieri di turno, improvvisatisi curators, hanno malauguratamente consigliato loro di comprare. Il sistema è morto”, era l’assai drastica conclusione, “e non c’è riforma o riformicchia che tenga: l’unica è abbatterlo con un colpo alla nuca, o tirarsene fuori, e lasciare che s’impicchi con le proprie mani. Noi, che del sistema ce ne freghiamo, abbiamo la forza, l’ardire e la giovinezza per starne allegramente alla larga”.

    E, per non saper né leggere né scrivere, non veniva risparmiato neppure il temporaneo padrone di casa, la Mondadori, che ospitava la mostra dell’artista: “Qua, alla Mondadori”, ha denunciato il ragazzo incappucciato alla presenza di un leggermente imbarazzato Mario Resca, Membro del Cda di Mondadori nonché Presidente di Mondadori Retail, “un luogo che porta le stimmate della più grande concentrazione del potere editoriale che si sia mai data in Italia – una quota che sfiora scandalosamente il 40 % della produzione libraria nazionale –, intendiamo iniziare la nostra lotta per gettare un guanto di sfida al potere. Come Davide contro Golia, noi sappiamo già che vinceremo, perché siamo gioiosi, strafottenti e indifferenti alle lusinghe del potere”.

    Infine, ecco la “dichiarazione di indipendenza”: “Noi oggi, che come i futuristi della prima ora non abbiamo padri né nonni cui portare rispetto, noi, il più vecchio dei quali non ha ancora compiuto vent’anni, noi dichiariamo solennemente qua, che la vecchia era è morta, perché il turno dell’immaginazione è finalmente arrivato”, ha concluso il portavoce della crew, dichiarando la propria adesione “all’unica Repubblica in cui ci riconosciamo – la Repubblica anarchica e sovratemporale dell’immaginazione, della psichedelia e del desiderio”. “Oggi abbiamo preso casa qua, nel colorato e folle paese di Cardeña”, è la conclusione, “perché solo qua ci è stata data l’opportunità di sentirci liberi, anarchici, felici. E qua, oggi, nel cuore del potere della borghesia, vogliamo dichiarare la nostra autonomia e il nostro diritto all’autodeterminazione”. È così che i dieci incappucciati e infiorati hanno proclamato la nascita di un nuovo stato, la Repubblica “anarchica, artistica e transtemporale” del Paese di Cardeña, annunciandone l’indipendenza dal sistema dell’arte italiano e internazionale. Aggiungendo, però, coerentemente con la loro vocazione anarchica, e a scanso di equivoci: “nel momento stesso in cui la istituiamo la distruggiamo, perché crediamo che il solo potere legittimo sia quello dell’immaginazione”.

    E fu così che il 10 ottobre 2017, una nuova Repubblica vedeva la luce, e una nuova Repubblica moriva per autodistruzione nel momento stesso in cui veniva proclamata. Parafrasando il detto, anche noi potremmo oggi dire: la Repubblica morta, lunga vita alla Repubblica (di Cardeña)…

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