Grand Art, nella Stanza del collezionista uno spunto critical-pop per riflettere sul ruolo del collezionista. E per prendersi gioco della seriosità delle fiere

    Questo giornale non si è mai occupato – deliberatamente – di quei contenitori irrilevanti e generalmente iper-conformisti che sono le fiere d’arte contemporanea. Mentre altri magazine d’arte sprecano fiumi del loro prezioso inchiostro digitale (spesso sperticandosi in ridicole lodi verso i loro “curatori” e organizzatori, non si sa mai che ne esca qualche scambio di favore, pubblicità o stand a basso prezzo nella medesima fiera che generosamente recensiscono) per raccontare le pseudo “novità” emerse da quei luoghi banali, trascurabili, spesso gestiti in maniera lobbistica e mafiosetta che sono appunto le fiere, Italian Factory Magazine ha sempre ritenuto, semplicemente, che un luogo dove banalmente si scambiano delle merci (quadri, sculture, fotografie, installazioni e altre bagatelle artigianali) per denaro, non sia francamente più rilevante, a livello culturale, dell’ultimo mercatino dell’usato cinese. Di conseguenza, perché curarsene? Meglio parlar d’altro: d’arte, magari, di cultura, e anche di politica.

    Proprio per questo, però, abbiamo ora pensato di partecipare attivamente all’ultima nata delle suddette fiere: Grand Art, fiera milanese nata per “omaggiare la tradizione pittorica italiana”, in opposizione alla tendenza conceptual-chic dominante. Ma lo ha fatto in maniera critica, ironica, pop: con attitudine scenografico-teatrale prima ancora che “curatoriale”.

    Allestendo dunque uno stand (intitolato ironicamente la “stanza del collezionista”) che riproducesse, simbolicamente, l’angolo di un qualsiasi salottino medioborghese – con tanto di carta da parati d’ordinanza, specchi, ninnoli, tappeti, angioletti in gesso, fotografie di antenati (rigorosamente chiuse in cornicetta d’argento), mobili antichi, divanetti di modernariato e quant’altro ciascuno ami custodire e mettere in bella mostra nel salottino di casa. E questo perché? Per provare a proporre una riflessione per l’appunto sul ruolo del collezionista (dunque anche dell’oggetto/feticcio d’arte) nel sistema dell’arte contemporanea. Cercando di riportare l’idea della fiera alla sua funzione originaria, ridando centralità ai desideri e agli scopi più autentici del “collezionista medio”, ovverosia quello di acquistare oggetti d’arte da vivere e da godere nella propria quotidianità, con piacere e godimento estetico, anziché come mezzo vuoi di speculazione critica o economica, vuoi di auto-affermazione pubblica o di ammortizzamento delle proprie frustrazioni sociali, vuoi di conformismo culturale o di assecondamento di quelle che ognuno considera le “tendenze dominanti” del sistema, nell’illusione di cercare di entrare a far parte dell’élite culturale “che conta”.

    Un invito, insomma, a togliere maschere e ipocrisie, ma anche un possibile spunto critico per una serie di riflessioni sulla stessa idea di fiera, sempre più altalenante tra il voler inseguire il gusto sofisticato dell’arte mainstream e il tenere banalmente i piedi sempre ben piantati nel mercato reale. Con “La stanza del collezionista” il nostro magazine ha dunque provato, come per gioco e non senza una buona dose di divertimento e di ironia, a ribaltare il concetto stesso di stand fieristico, portando l’ipotetica casa del collezionista direttamente al centro della fiera.

    Un gioco semiserio, e un invito a tutte le fiere del mondo a smetterla, alla fin fine, di tirarsela tanto: perché, in fondo, quelli esposti nelle suddette fiere, dopotutto, non sono che oggetti: d’arte, d’accordo, ma nient’altro che oggetti. Esposti, senza eccezioni, non per individuare tendenze, per inventare nuovi movimenti, per contribuire alla crescita dell’arte o della cultura attuali, ma solo e unicamente per far soldi.

    Belle o brutte che siano, sciatte o originali, originali o scopiazzate, le opere delle fiere vengono selezionate sempre solo e unicamente per il motivo più antico e banale del mondo: per fare soldi. Non che ci sia niente di male, sia chiaro, nel voler fare soldi: ma vi preghiamo, signori, di non venircela a raccontare a noi, millantando presunti ruoli culturali o di ricerca che in questi contenitori – le fiere – non ci sono, né potranno mai esserci. Le fiere sono e restano fiere, dunque contenitori commerciali, e nient’altro. Ben fatte, malfatte, banali o meno banali, mafiosette, pilotate o meno, piene di conflitti di interesse tra chi espone e chi decide chi debba esporre e chi debba, chissà perché, starsene invece a casa, sono, e resteranno, sempre e comunque, banalissimi contenitori commerciali. E null’altro. Allora, ecco il vero luogo dove le opere d’arte, tutte, esposte oggi nelle fiere, prima o poi finiranno: in un bel salottino borghese, tra cornicette d’argento, specchi, ninnoli, e tante, tante, tante altre “buone cose di pessimo gusto”. Con buona pace di “curators”, galleristi “di tendenza”, giornalisti compiacenti e altri gioiosi funamboli di quella cosa ridicola, iprocrita e bizzarra che si fa chiamare sistema dell’arte.

    A.R.

    GRANDART | MODERN & CONTEMPORARY FINE ART FAIR

    Milano, The Mall (piazza Lina Bo Bardi)

    10 – 12 novembre 2017

    dalle 11.00 alle 20.00

    Biglietti | Intero: € 10,00 | gratuito per bambini fino ai 10 anni

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