Nuovo corso a Milano sull’arte di strada: artista condannato a sei mesi, senza attenuanti. E per lui si profila il carcere

    Sarebbe, di fatto, il primo caso in Italia. E un precedente pericoloso, che alzerebbe in maniera preoccupante il livello dello scontro tra istituzioni e writers (o street artists che dir si voglia), riducendo tutta l’arte di strada, considerata tra i fenomeni più rilevanti degli ultimi decenni non solo dal punto di vista sociale e generazionale, ma anche dal punto di vista strettamente artistico, a una banale diatriba tra “legalità” e “illegalità”, tra “decoro urbano” e “imbrattamento”, e, alla fin fine, tra espressioni artistiche considerate “legali” e altre considerate invece non più solamente ”illegali”, ma ora nientepopodimeno che “criminali”.

    Criminali? Già, proprio così: perché il caso, recentissimo, del writer milanese (rimasto anonimo per rispetto della privacy) condannato dal Tribunale di Milano a sei mesi e 20 giorni di reclusione, da scontare necessariamente in carcere, è davvero un fatto nuovo, e davvero inquietante, nella storia della cosiddetta “lotta all’imbrattamento” da parte del Comune di Milano, oltre che di polizia e magistratura lombarde, divenute negli ultimi anni paladine della lotta ai graffiti illegali, a suon di multe, sequestri, imputazioni esorbitanti e fuori dalla realtà, come l’assurda contestazione (già utilizzata in più di un procedimento) di “associazione a delinquere” per i writers sorpresi a dipingere in gruppo, come del resto avviene storicamente per tutte le crew di artisti di strada. I fatti, in breve: un artista di strada di 29 anni, processato per essere stato riconosciuto colpevole di aver dipinto (secondo il gergo poliziesco, di avere “imbrattato”), nell’autunno del 2012, vetrine di negozi e muri in zona Ticinese, ora è stato condannato in via definitiva dalla Terza sezione penale della corte d’Appello di Milano a sei mesi e 20 giorni di reclusione, mentre altri quattro processi pendenti per fatti analoghi attendono anch’essi di diventare definitivi, col rischio che alla prima pena se ne aggiungano in futuro altre, arrivando così a un “monte pena” complessivo decisamente alto, degno di reati ben più gravi, come lo spaccio o lo stupro.

    Ma, ad aggiungere olio sul fuoco di una sentenza discutibile, c’è un piccolo particolare: l’impossibilità, a norma di legge, di applicare le normali circostanze attenuanti, come la sospensione condizionale della pena o i lavori socialmente utili, in quanto il giovane artista (che attualmente vive in Cina, dove lavora come grafico) non avrebbe adempiuto a un preventivo risarcimento dei danni. Dunque, se il giovane dovesse tornare in Italia, l’epilogo della vicenda sarebbe uno solo: la carcerazione. Chi fa un graffito su un muro, dunque, d’ora in poi finirà dritto in galera, esattamente come avviene a chi ruba, rapina, stupra o ammazza? A quanto pare, è proprio così: chi “imbratta”, ovvero tutti coloro che ancora oggi fanno opere di street art illegale, non sarà più punibile solo con una multa né con lavori socialmente utili, ma dovrà finire proprio in galera.

    In un paese dove le carceri sono già sovraffollate oltre ogni limite sopportabile, con condizioni di molti istituti di detenzione indegne di un paese civile, e dove la “soluzione carceraria” è applicata con allarmante frequenza per ogni tipo di reato, dal piccolo spaccio alla detenzione di poche quantità di droga, a dispetto di campagne giornalistiche allarmistiche e sensazionalistiche, che lamentano una presunta e tutt’altro che dimostrata “non certezza della pena”, ora anche per il cosiddetto “imbrattamento”, che spesso altro non è che che espressione artistica spontanea e libera, si cominciano a far fioccare anni di carcere. Da scontare proprio in galera, senza “se” e senza “ma”.

    Insomma, la nuova politica anti-graffiti, di cui il Comune di Milano, con Procura, magistratura e polizia locale, sembrano i paladini e i capofila, sembrerebbe questa: pugno di ferro poliziesco e giudiziario, con una “squadretta” interforze specializzata in graffiti, che agisce a suon di perquisizioni, sequestro di materiale informatico, contestazione di tutti i casi di “imbrattamento” rintracciabili nel computer, e infine una “soluzione giudiziaria” che prevede, come unica o quasi unica soluzione, la carcerazione. Una deriva che definire inquietante è francamente riduttivo.

    Proprio mentre il fenomeno della street art, passato da movimento underground a fenomeno maistream – pensiamo al proliferare di festival di street art ormai dilaganti ovunque in Italia, nonché alle discrete quotazioni in asta raggiunte da molti artisti provenienti dall’universo del writing e soprattutto della street art –, si istituzionalizza e si propaga ovunque come elemento di facile, e spesso banale, “riqualificazione urbana” a basso costo per le casse pubbliche e con un forte impatto estetico sulla cittadinanza; o, addirittura, come mezzo di celebrazione di eroi civili di varia estrazione e identità (da magistrati antimafia come Falcone e Borsellino a politici come Mandela, per arrivare alla celebrazione di calciatori, scrittori, architetti, cantanti e via dicendo, come una sorta di “famedio diffuso” sul tessuto urbano, venendo di fatto ad assolvere la funzione, ormai andata perduta, dei tipici monumenti civili di stampo ottocentesco, riportata oggi, con minor spesa e più facile fruizione popolare, sui muri cittadini); ebbene, mentre dunque il fenomeno dell’arte di strada assume un aspetto sempre più “istituzionale” e a-conflittuale, il livello della repressione del cosiddetto “graffitismo illegale”, gestito come mera emergenza giudiziaria e poliziesca, viene di fatto e sempre di più trattato alla stregua di reato “grave”, da combattere a suon di anni di galera, poiché considerato da magistratura e polizia ad alta pericolosità sociale.

    Con molti paradossi: non ultima, una norma, contenuta nel decreto sulle depenalizzazioni del gennaio 2016, che ha fatto una distinzione piuttosto capziosa tra chi danneggia i muri a picconate e chi li imbratta con la bomboletta. Secondo quel testo di legge, infatti, chi opera un danneggiamento merita solo una multa, mentre chi usa spray e vernice merita il carcere (da uno a sei mesi): paradossalmente, infatti, il reato di danneggiamento previsto dall’articolo 635 del codice penale è stato depenalizzato, mentre quello di imbrattamento è rimasto nell’elenco dei reati più gravi.

    Ma non è il solo esempio eclatante di cortocircuito politico tra una ridicola e presunta “emergenza imbrattamento” (che in ogni caso non si ferma e non arretra di una virgola, a dispetto della politica iper-repressiva in atto) punita col pugno di ferro, e il costante lassismo giudiziario e politico di fronte ai diffusissimi casi di abusi edilizi, di sprechi e di speculazioni diffuse: il caso, anch’esso recentissimo, di Roma, di un villino costruito negli anni Trenta in un quartiere storico come il “quartiere Coppedè”, buttato giù a colpi di ruspa per far posto a un nuovo edificio, guarda caso progettato dal Presidente dell’Ordine degli architetti di Roma, con Sovrintendenza, Procura e Ministero che si passano la palla del lassismo e del non-intervento di fronte alle numerose segnalazioni provenienti dalla società civile e dalle associazioni ambientaliste affinché ne sia scongiurata la demolizione, col risultato che i lavori di abbattimento non si fermano e il villino viene abbattuto comunque, a dispetto delle regole e delle norme che vorrebbero veder vincolati gli edifici di pregio e di interesse storico, la dice lunga su come magistratura e politica usino due pesi e due misure di fronte allo scempio del territorio urbano, a seconda se chi “deturpa” è un qualsiasi ragazzo armato di bomboletta che traccia poche “tag” su un muro, o viceversa potentissime e ricchissime lobby urbanistiche che ben conoscono norme e codici per riuscire comunque a realizzare ciò che vogliono, anche a discapito dell’estetica e della storia cittadina.

    E gli artisti di strada? A Milano, la città che per prima ha “istituzionalizzato” la street art con la storica mostra del Pac “Street Art Sweet Art”, il movimento, se mai si può ancora definire tale, se proprio non tace, ancora non ha trovato risposte univoche, forti e coerenti. Mesi fa un gruppo di artisti e di attivisti, dopo l’occupazione simbolica del Pac con la sigla #Occupypac, aveva dato vita al collettivo Wiola, piattaforma aperta di discussione, lavoro e intervento di strada proprio sui temi delle risposte alla repressione, criminalizzazione e mancata agibilità ai movimenti di strada. Ora, per loro si tratterà di diventare grandi: proporre politiche costruttive e attive di arte partecipata e non necessariamente autorizzata, di arte e coesione sociale, di uscita dalla criminalizzazione cui le politiche repressive di Comune, Prefettura e magistratura tendono a ghettizzarla. La sfida è aperta. Vedremo se ne uscirà qualcosa di buono.

    A.R.