Florencia Martinez, cuciture e stoffe per parlare di bisogno e di fame. Ma anche di dolcezza

    di Alessandra Redaelli.

    Florencia Martinez non ha mai fatto mistero del suo amore per i materiali, del suo bisogno di maneggiare l’arte e di farla propria attraverso un processo di lavorazione e trasformazione che è rivendicazione e possesso. Stoffa e colore che andavano crescendo in lavori germinanti, prolifici, gravidi di protuberanze, che sembravano possedere una propria forza pensante.

    Stoffa che si gonfiava in serpenti turgidi, raggomitolati su se stessi, arrotolati in un misterioso momento di cova, pronti a cambiare pelle per un’altra pelle ancora più colorata e fiammeggiante, selvaggi e tuttavia domati dalla forza del filo che ne bloccava i movimenti e ne faceva sagome biomorfe, vagamente familiari: volti, busti, corpi, scale innalzate verso una possibile via d’uscita. Oppure – anche – il salotto buono in una casa da incubo con il tavolino, la lampada e perfino la poltrona coperti di aculei. Soffici di stoffa, sì. Ma pur sempre aculei. Mentre quel filo, negli anni, si faceva via via più coriaceo, e i punti sempre più lunghi e nervosi, come se fossero stati inferti da una mano febbrile che aveva perso per sempre la ritualità addomesticata del ricamo e che si era inasprita in un colpire selvaggio, con quell’ago ricurvo, quasi un artiglio, che bucava e scorreva, bucava e scorreva senza pietà.

    Quando Alberto Burri bruciava la plastica e ne otteneva crateri di materia ferita, quando mostrava al mondo – scandalizzato – i sacchi suturati malamente, come malamente, frettolosamente, per mancanza di tempo e di mezzi, lui suturava le ferite sul campo di battaglia, compiva un’operazione non tanto dissimile da quella di Florencia Martinez: mostrava le brutture trasfigurandole in bellezza. Mostrava il dolore e il bisogno. La sofferenza e la necessità. Ritrovando nel tono caldo della juta luminosità che nulla avevano da invidiare all’oro con cui Simone Martini faceva risplendere di sacralità la sua Annunciazione. Di bisogno e di fame parla Florencia Martinez. Del bisogno e della fame di oggi. Delle ferite da suturare oggi, in questo mondo così perfetto da fare quasi paura, splendidamente completo e dove le piaghe e i bisogni non hanno più nulla di nobile, ma sono solo vergogne da nascondere. Non sono ammesse cicatrici, oggi. L’unico viso che si può esporre è impeccabile, soddisfatto e aggressivamente sorridente. Eppure, mai come oggi si muore di una fame che non è solo mancanza di cibo, ma è vuoto dentro il cuore.

    Una sola lettera per dare il nome a un progetto caldo di carne e di sangue. Una lettera muta che trova senso unicamente se appoggiata ad un’altra. Come noi, del resto, troviamo senso solo uscendo da noi stessi per qualcosa che vada oltre la nostra persona, che sia missione, creazione (o anche figlio da allattare, da accudire e poi da spedire nel mondo). H come honey: miele, dolcezza, amore, accoglienza, tenerezza, empatia, comprensione. Il bisogno primario. Possiamo accumulare ricchezze e successi, ma se non saziamo questo bisogno interiore saremo vuoti come un guscio che si romperà in mille pezzi al solo sfiorarlo. Ma honey è anche pazienza, fiducia, lentezza, un lavoro che cresce punto dopo punto come un albero dentro un giardino, che se continuiamo ad osservarlo apparirà sempre identico a se stesso, ma se smettiamo di guardarlo, l’indomani ci mostrerà nuove foglie, germogli, rami, corolle improvvisamente fiorite. Honey è l’abbraccio che regge e che sostiene. Home, poi. Home è il rifugio, la tana, il ventre, la coperta, lo spazio del vivere. Lo spazio dell’honey. E poi c’è hungry, la fame. Fame di abbracci, di casa, di cibo che nutra il corpo e l’anima. Una donna che offre il seno a suo figlio è honey, home e hungry. È la completezza delle tre h che dà senso all’esistere.

    Florencia Martinez, Home - Una caverna mi basta, 2017.

    Florencia Martinez, Home – Una caverna mi basta, 2017.

    Florencia Martinez, Home - Alveare 2, 2017.

    Florencia Martinez, Home – Alveare 2, 2017.

    In fondo, una delle figure emblematiche dell’iconografia sacra, quella della Maestà – dalla Madonna del Latte di Ambrogio Lorenzetti alla tenera Madonna della Seggiola di Raffaello – non è altro che immagine universale di bisogno, nutrimento e accoglienza; senza colore né religione. Eppure Florencia Martinez preferisce ispirarsi a un altro esempio chiave dell’iconografia sacra. Perché è di dolore che vuole parlare. La sua Pietà è quasi letterale nella ripresa della postura classica delle due figure, eppure è altro. Totalmente altro. Già nella scelta del modello c’è una presa di posizione molto precisa: Martinez infatti non guarda al Michelangelo della Pietà Vaticana, con il Cristo ben sostenuto dal braccio della Vergine ma con lei che, in qualche modo rassegnata, punta lo sguardo già oltre; sembra rifarsi piuttosto alla visione dolorosa della Pietà Donà dalle Rose di Giovanni Bellini, con il Cristo che scivola all’indietro tra le braccia della madre che fatica a sostenerlo, mentre lo sguardo di lei è disperazione e pianto. Il punto, però, è che qui, nel lavoro di Martinez, le due figure appaiono asessuate, intercambiabili, e dunque la loro lettura si affida alla scelta dei materiali. La stoffa bianca dell’abito da sposa, delicata, impreziosita da pizzi e inserti, dà forma alla figura morente, riversa, esausta; mentre chi la regge nell’ultimo abbraccio (nell’ultimo honey) è una presenza di feltro, grigia, ruvida, ma capace di uno sguardo di incredibile empatia e tenerezza. È un’immagina terribile e dolcissima, feroce come un grido e tuttavia delicata nella compiutezza (vera prova di bravura) del gesto e della posa.

    Florencia Martinez, Honey -  Angel's Shame 1, 2017 .

    Florencia Martinez, Honey – Angel’s Shame 1, 2017 .

    Florencia Martinez, Honey, La pietà, 2017.

    C’è un universo di bisogno, in questa composizione. Una fotografia spietata della realtà. Che ci racconta – forse – di un mondo patinato, esibizionista, frivolo, leggero, tragicamente bello ma che non si regge più. E forse di un mondo invisibile, povero, reietto, disperato, straziato, assillato dai bisogni elementari, asservito, sfinito e che tuttavia trova la forza di offrire ancora quell’abbraccio, quell’honey, quella home. Forse. Al di là delle interpretazioni possibili, del resto, il cortocircuito si scatena qui nella lettura stratificata di un soggetto che a prima vista ci appare familiare e che poi, di momento in momento, ci spiazza, ci intenerisce e ci spaventa, carezza e pugno nello stomaco in quell’affiancarsi scandaloso e inaccettabile di preziosità e di materia bruta, di diamanti e di carbone, di tenerezza e di morte. (…)

    Il colore si accende improvviso nei lavori in juta. È il colore latino che l’artista ha nell’anima e nel sangue: la sua Argentina. Blu profondo, turchese e poi un arancio così solare da abbagliare. Sono ricami dove honey, hungry e home si affidano a un leggero segno scarno, quasi un ideogramma, mentre il cielo – sopra – incombe rutilante e minaccioso in un trionfo di fili intricati che è quasi un omaggio a Van Gogh. Sono agglomerati di stoffa cucita a formare palline dure, piene come uova fecondate, come frutti maturi, attaccate una all’altra in grappoli turgidi e succosi come i semi del melograno e tra loro, in un angolo, timidamente defilata, una figura d’angelo vergognosa, umiliata da questa sua anacronistica purezza in un mondo acuminato e ruvido.

    Oppure sono piccole macchie di vita, pulsanti, concentriche, semi fertili, mandorle, corolle aperte e accoglienti, vita germinante e dentro, ancora, nuclei primordiali di vita, abbracci. E minuscole case delle quali si vorrebbe poter individuare la porta, aprirla e poi farsi piccoli, piccolissimi, per poterci entrare dentro a trovare un po’ di conforto. Un po’ di honey.

    Florencia Martinez | H. Honey Hungry Home
    24 novembre 2017 – 14 gennaio 201

    Milano, Gilda Contemporary Art

    via San Maurilio 14

    Info: tel. 339.4760708 | info@gilda.gallery