Se n’è andato Omar Ronda, artista, collezionista e instancabile agitatore culturale

    Se n’è andato questa mattina Omar Ronda, artista, agitatore culturale e artistico, collezionista di altissimo livello, con opere che partivano dalla Pop Americana in avanti, e, in un lontano passato, anche mercante e gallerista, mestiere grazie al quale era entrato in contatto con artisti, dealer e curatori di tutto il mondo. Era stato l’inventore, il cuore e la mente del progetto Cracking Art, dal quale nel 2008 si era poi distaccato, per incomprensioni e divergenze con gli altri membri del gruppo, lasciando che la sua creatura andasse avanti per la sua strada, senza di lui.

    È morto nella sua Biella, dove ha abitato sempre e dove aveva il centro della sua attività, con un museo (il Macist, Museo d’Arte Contemporanea Internazionale Senza Tendenze), una galleria d’arte, un’attività instancabile che aveva visto anche una forte presenza su temi sociali e umanitari: come l’impegno, che portava avanti da molti anni, con iniziative volte a portare fondi e risorse alla Fondazione Tempia, che da anni si occupa della lotta contro i tumori. E proprio contro il tumore che lo stava affliggendo ha combattuto la sua ultima battaglia, che alla fine lo ha visto sconfitto. Sconfitto, ma non domo: ancora negli ultimi mesi era un fiume in piena per fare progetti, inventare ancora nuove ipotesi e nuove iniziative per i suoi musei, nuovi modi per mantenere viva l’attenzione sull’arte italiana, sui progetti per la sua città, su temi sensibili e caldi come quello della ricerca scientifica e medica attraverso iniziative artistiche e culturali. Ma anche la battaglia contro il tumore l’ha combattuta, com’era sua abitudine, a testa alta e senza nascondersi, senza mai ritirarsi in se stesso, postando la notizia sui social network e parlandone apertamente: “Quando ho saputo della mia malattia, aveva detto a un giornalista, “ho deciso che non mi sarei nascosto, ma che, anzi, ci avrei messo la faccia: in fin dei conti avere un tumore non è una vergogna, e parlare con altri che magari vivono la mia stessa condizione può portare giovamento”. Così, aveva raccontato il suo calvario sui social. E i riscontri non si erano fatti attendere: in poco tempo il suo profilo Facebook era stata sommerso di messaggi.

    Oggi ci rimane, oltre al ricordo di quanti ne hanno conosciuto l’effervescenza e la vitalità, la sua opera artistica: un lavoro esuberante e a tratti folle, divertente, sopra le righe come è stato sempre lui stesso, ottenuto attraverso il “congelamento” di icone popolari (una tra tutte, Marilyn) in uno sfondo colorato, consapevolmente esagerate e kitsch. “Da sempre faccio un’arte spudoratamente kitsch senza temere il rischio di passare un po’ per matto e di essere guardato storto quando vado nei salotti buoni nell’arte”, aveva detto qualche anno fa in un’intervista rilasciata proprio a questo giornale. “Del resto mi conoscono tutti, ho fatto mostre con gallerie di grande livello, da Sperone in avanti, e non ho complessi di inferiorità verso quell’arte noiosetta con la puzza sotto il naso che spesso va per la maggiore qua in Italia”.

    Le sue opere, invece, sempre “glassate” sotto un fitto strato di resina (opere “frozen”, come le chiamava lui), sono irriverenti, folli, coloratissime, caratterizzate da un’esasperata artificialità esplosiva e provocatoria, ispirata all’idea di una natura ormai inevitabilmente artificiale: una “supernatura” con cui chiunque di noi deve necessariamente fare i conti, e che contamina ogni immagine e icona della società di oggi. A cominciare dall’icona pop per eccellenza, Marilyn, che Ronda riprodusse migliaia di volte: “Ho sempre avuto un grande amore per Marilyn, l’ho amata fin da bambino… in tutti questi anni, le avrò dedicato quasi settemila quadri”, amava dire.

    Sulla sua formazione precoce d’artista, benché il successo fosse arrivato relativamente tardi, dopo una carriera da mercante e da collezionista, ha invece ricordato come la sua vocazione sia nata proprio sfogliando dei vecchi quaderni di quando era bambino, che riempiva di strane facce, di espressioni bizzarre e giocose: “Devo ringraziare mia madre che ha conservato quei miei quaderni”, aveva raccontato. “Come fanno tutti i bambini, disegnavo, coloravo, plasmavo la terra o la sabbia, mi creavo dei giochi con gli elementi e gli oggetti che trovavo intorno a me. Ricordo, ad esempio, che raccoglievo i tappi di sughero, con i quali formavo dei pupazzetti, utilizzavo anche stuzzicadenti e fili di lana che diventavano capelli e barbe colorate. Ripensandoci ora potrei dire che inconsciamente avevo realizzato i miei primi omini patafisici (la corrente artistico-filosofica creata da Alfred Jarry, alla quale aderì anche Enrico Bay, ndr), ai quali facevo dei grandi occhi tondi con le puntine da disegno. I bambini hanno grande immaginazione, inventiva e creatività. Quando non sono viziati dall’overdose di giocattoli o televisione, sanno riciclare gli oggetti per trasformarli e rendere concrete le loro idee. Con semplicità, in forme rudimentali – s’intende –, ma così facendo, senza saperlo, nell’infanzia, ognuno di noi, almeno una volta, avrà messo in pratica la filosofia dell’Objet trouvé”.

    Di recente, in un’intervista a un giornale biellese, nonostante la malattia che lo stava divorando, si era definito “molto fortunato, perché ho avuto la possibilità di fare ciò che più mi piace: ho avuto successo, fortuna e sono grato di questo… Ho avuto una bella vita, vissuta consapevolmente controcorrente, senza sostegni o fondi pubblici perché un artista non ha bisogno di eccessi ma deve sapersi accontentare di ciò che possiede”. Un ottimismo, un’umanità e una forza d’animo che sono stati la sua vera, grande qualità umana e di artista, che ci lascia in eredità assieme alla sua opera.

    Alessandro Riva