Stefanoni, addio al “minimalista” della pittura

    Si è spento a Lecco, sua città natale, Tino Stefanoni. Aveva 80 anni. Il suo lavoro è stato ed è straordinariamente riconoscibile, a tratti ripetitivo al limite della serialità: un paesaggio dal segno forte e definito, un’atmosfera raggelata e cristallina, pochi e ben calibrati elementi a comporre il quadro. C’è una frase che riassume, meglio di qualsiasi analisi critica, il significato del suo lavoro. “Meno elementi introduco nel quadro”, scriveva infatti l’artista alcuni anni fa, “maggior intensità posso raggiungere”.

    In effetti, Tino Stefanoni potrebbe essere definito un minimalista della pittura, o un artista concettuale prestato all’atto del dipingere. Le opere che ci lascia in eredità sono, a tutt’oggi, esempi di un lavoro sulla stilizzazione dell’immagine e sull’idea che vi si nasconde dietro che è durato tutta una vita: un lavoro lungo, coerente, certosino e meticoloso fino all’ossessione, che ha proceduto per progressive limature e scarnificazioni della figura, in una tensione verso il simbolico che ha avuto pochi concorrenti nella pittura contemporanea. “Io sono, fondamentalmente, un pittore concettuale”, dichiarava l’artista molti anni fa, “malgrado utilizzi un tipo di procedimento estremamente classico: partendo da un’imprimitura nera, procedo per successive velature di colore. Come i pittori antichi. Ma nella pittura non cerco l’atmosfera, o la verosimiglianza. Così come, quando faccio un paesaggio, non vado a cercare gli odori del prato, o le sfumature dell’erba. Cerco, piuttosto, di dare l’idea del paesaggio”.

    “Solo un poeta autentico riesce a raggiungere – con un tratto minimalista e una tavolozza altrettanto essenziale – un’intensità visiva così liricamente pregnante”, scrisse, a proposito della sua pittura, uno dei grandi storici dell’arte del nostro tempo, il critico Arturo Schwarz, in occasione di una sua mostra del 2013. “Ho incontrato Tino più di 40 anni fa, e queste due qualità prevalgono tutt’ora nel suo lavoro. Egli ha fatto suo il consiglio che Majakowskij dava, ai giovani poeti: si rammenti sempre che il regime di economia in arte è la norma principale e perenne di ogni produzione di valori estetici”.

    Tino Stefanoni, Riflessi blu, 1966

    Tino Stefanoni, Riflessi blu, 1966

    Tino Sefanoni, Le borse di gomma 48B, 1968-1973, tecnica mista su tela cm 150x200.Tino Stefanoni ha iniziato veramente a dipingere nel 1964. “Prima, ho fatto più che altro esercitazioni accademiche”, raccontava. “Guardavo al Novecento italiano, a Carrà, a Rosai”. I primi quadri, già fortemente indirizzati a una ricerca sulle strutture primarie del mondo visibile, erano, come li ebbe a descrivere lui stesso, “frammenti di memoria dipinti su piccoli bottoni in rilievo riflettenti come bolle di sapone”. I quadri si chiamavano, appunto, Riflessi, ed erano una via di mezzo tra un’ipotetica proiezione ortogonale di un paesaggio-tipo e la descrizione, fortemente poetica, di un ricordo legato a un particolare luogo, composto semplicemente da una casa, da una luna, da una nuvola nel cielo.

    E in questo miscuglio di gelido tecnicismo e di poesia – una poesia che nasce appunto dalla precisione del dettaglio, dalla descrizione analitica delle cose più comuni – c’era già tutto lo Stefanoni degli ultimi anni, quello che diceva, con apparente innocenza, che per il suo lavoro ha sempre “guardato più ai libretti di istruzioni che ai cataloghi d’arte”. E, nello stesso tempo, anche quello che nella semplicità di un paesaggio tipicamente mediterraneo, descritto con pochi colori fortemente contrastati, riusciva a darci tutta la poesia e il mistero del paesaggio in cui, bene o male, noi tutti continuiamo a vivere, nonostante le accelerazioni tecnologiche e i rapidi e sconvolgenti cambiamenti ambientali che hanno caratterizzato gli ultimi due secoli. Quel “tipo specifico di poesia” di cui parlò una volta anche Goffredo Fofi recensendo una sua mostra, che è poi “la poesia dei concetti, la poesia del richiamo al valore ultimo e primo, a un’idea di perfezione possibile e conquistabile, e che, in qualche momento, ci è stata vicina. Nel piccolo delle cose, era la chiave, era il segreto del mondo”.

    Quel “segreto del mondo” Stefanoni lo è andato cercando da anni. Da quando, alla fine degli anni Sessanta, dai piccoli paesaggi-riflessi passò a costruire piatte sagome di oggetti quotidiani, come una camicia, una boule dell’acqua calda, un imbuto: oggetti-simbolo, o, come li descriveva lui stesso, “placche segnaletiche per la ricerca delle cose”, elementi di “una sorta di abbecedario ottico” che stava progressivamente costruendo. “Non ho mai cercato di rappresentare gli oggetti”, ha detto una volta l’artista, “ma di presentare gli stereotipi dell’oggetto, dotati di tutte le caratteristiche generali e quindi con una loro diversa perentorietà che definirei comunicazionale: propria, insomma, dei segnali (che tra l’altro ho realizzato negli stessi anni)”.

    Tino Stefanoni, Segnale 25, 1970

    Tino Stefanoni, Segnale 25, 1970

    È in questo periodo, infatti, tra il 1967 e il 1970, che Stefanoni crea anche una serie di segnali stradali elementari, oltre ad alcuni “multipli sotto-vuoto” dei suoi quadri che vende, a 10 mila lire, alla Biennale di Venezia. Dopo quelli, fu la volta dei 215 dipinti eseguiti con la lente d’ingrandimento, tutti dello stesso formato (cm 30×40), come tante pagine di un diario, “un lavoro al limite della maniacalità, lunghissimo e anche noioso a realizzarsi”; una sorta di diario poetico, o di romanzo, come lo chiamava l’artista, fatto solo di immagini di oggetti descritti minuziosamente, con un lavoro di chiaroscuro degno di un artista bizantino: valige, borse, un tavolo, una lavagna, una sedia, una pentola… “alla fine non ne potevo più e cominciai a pensare, invece che alla descrizione analitica, all’idea dell’oggetto”.

    Da lì – attraverso un ciclo che Stefanoni definì il suo “unico periodo pittorico”, dove faceva apparire, con effetti di grande suggestione, i soliti oggetti-simbolo in grigio su un fondo grigio, come strani fantasmi del quotidiano – il passo verso i paesaggi che hanno contraddistinto la sua pittura negli ultimi decenni è stato quanto mai breve. Case, chiese, cascine, covoni, balze di castelli medievali: “gli elementi del paesaggio variano continuamente”, amava dire l’artista. “Non si tratta mai, o quasi mai, di elementi realistici, tratti da un particolare scorcio che ho visto. Sono, piuttosto, l’idealizzazione del paesaggio che conosciamo, quello mediterraneo, che si ritrova anche nei quadri dei pittori rinascimentali e prerinascimentali”.

    Tino Stefanoni, Senza titolo, 2012, acrilico su tela, cm 32x46Non a caso, una quindicina d’anni fa, Stefanoni eseguì un ciclo di lavori, intitolato Cleptomania, in cui rubava, letteralmente, pezzi di paesaggio dallo sfondo di quadri di pittori del Quattrocento. “Tutto era nato”, raccontò l’artista in quell’occasione, “guardando l’Annunciazione del Beato Angelico. In alto, c’è una fila di alberelli che parevano in tutto e per tutti tratti da un mio quadro. Così mi sono messo a ricercare pezzi di paesaggio analoghi nei quadri di altri pittori antichi, come Simone Martini o Maso di Banco”.

    Strana sorte, quella di Stefanoni: pittore fondamentalmente concettuale, minimalista fino alla più estrema e rigorosa stilizzazione, è stato amato però anche dai collezionisti più tradizionali, dai letterati, e dai critici amanti della pittura ‘pura’. Per anni, per decenni le sue opere, come scrisse una volta Tommaso Trini, hanno infatti contribuito “a materializzare un pensiero nei nidi rapaci della visione”. E, scomparso l’artista, continueranno comunque a farlo con la grazia, il silenzio glaciale e la lucida solidità con cui l’artista le ha consegnate alla storia.

    Alessandro Riva