Bologna, il cubano López-Chávez coi suo veleni è l’unico guizzo nel mortorio di ArteFiera

    L’opera è tutt’altro che nuova (risale al 2015, quando venne presentata al Museo Nacional de Bellas Artes per la XII Biennale de L’Avana, e ha già fatto il giro del mondo tra mostre e fiere), ma è certamente una tra le più interessanti – se non la più interessante tout court –, benché meno appariscenti, di tutta l’edizione di ArteFiera 2018, fiera per il resto per nulla entusiasmante o innovativa, piena com’era di lavori stravisti, scontati, soporiferi e più che prevedibili, perfetto specchio di un paese in crisi economica, di identità e di idee, che coltiva la pia illusione di rifugiarsi nei “beni sicuri” (ovvero i quadri storicizzati o quelli che secondo il mercato “tirano sempre”), per cercare di risollevarsi da uno stato di narcolessia permanente che sembra non aver mai fine.

    Ma Los síntomas del engaño, I sintomi dell’inganno (questo il titolo dell’opera), velenosissima opera di taglio concettual-ironico del giovane artista cubano Luis Enrique López-Chávez, presentata nello stand della Galleria Continua, usciva davvero dal coro della fiacchezza e ripetitività generali. Di cosa si tratta? Di una serie di piccole confezioni, che contengono a loro volta dei barattolini attentamente sigillati, all’interno dei quali sono racchiusi, come si può leggere sulle etichette dei prodotti, nient’altro che “Poison”, “Veleni”, prodotti realmente da piante tossiche cubane. Destinati, udite udite, ad alcuni degli artisti contemporanei più attivi e più interessanti della scena mondiale. Come Gabriel Orozco, al quale il giovane artista cubano ha riservato un veleno chiamato Caesalpina pulcherrima (“confeccionado exlusivamente para Gabriel Orozco”, si legge sulla confezione: nel caso qualche altro sventurato avesse la malaugurata idea di bersene un goccio, poi non venisse a lamentarsi!), il quale veleno provoca, nell’ordine: “Diarrea, gastroenteritia severa, hemorragia pulmonar, convusiones, postración y muerte”!

    Mentre quello destinato a Vim Delvoye (La Comocladia Dentada) provoca invece “irritacion del tracto digestivo, diarrea sanguinolenta, convulciones, muerte”. E che dire invece della Momordica Charantia L., “confeccionada exlusivamente para Chantal Akerman”, i cui sintomi sono invece “Visíon borrosa, debilitad, hipotension arterial, convulciones y muerte”? O dell’Argemone Mexicana destinata a Luc Tuysmans (sintomi diversi, ma il finale è sempre lo stesso: “muerte”), della Urera Bacifera per Gerard Richter, e ancora della Allamanda Cathartica confezionata per Roman Signer, o della Hura Crepitans per Tsai Ming Liang, tutti preparati per provocare le peggiori sofferenze fisiche, seguite sempre e inevitabilmente da morte?

    Un sogno nero e maledetto, un malaugurio perfido e malato, ossessivamente studiato e preparato con spietata quanto sofisticata dedizione? Una carognata, un pensiero inconscio riportato a galla, un sentimento oscuro sbattuto in faccia al pubblico? O un’opera apotropaica, liberatoria, come quando ci si decide finalmente a rivelare allo psicanalista i sogni indicibili che riguardano il proprio padre o la propria madre? Forse, Los síntomas del engaño è tutto questo, e molto altro: un’opera perfida e coraggiosa, acuta e politicamente scorretta. Un’opera che affronta i temi del rispetto dei “padri” e della loro uccisione simbolica, dell’ipocrisia e del desiderio, della libertà e del superamento delle convenzioni. Che, in tempi di perbenismo, di omologazione diffusa, di linguaggio perennemente edulcorato per non offendere la sensibilità di qualsiasi gruppo etnico, sessuale o sociale, provoca una reazione di stupore, di sorpresa – non priva di un vago senso di inquietudine -, ma anche di divertimento e di liberazione.

    A.R.