Wiola, spunta un quadrato di vernice su Palazzo Marino e sul Pac. Per riaprire il dibattito sull’arte pubblica

    Wiola torna a colpire. Il collettivo di attivisti che, dopo l’esperienza di “Occupy Pac” dell’anno passato (durante il quale un nutrito gruppo di artisti aveva simbolicamente e pacificamente occupato il Padiglione d’arte contemporanea di Milano per riportare a galla contraddizioni, ipocrisie e furbizie delle istituzioni sul tema dell’arte pubblica, della repressione al graffitismo illegale e dell’agibilità di spazi pubblici), oggi è tornato a far sentire la sua voce. Con una provocazione che, poco ma sicuro, non passerà inosservata.

    Di cosa si tratta? Di un raid notturno, durante il quale una mano anonima, il cui gesto è stato poi rivendicato dal collettivo Wiola attraverso la sua pagina Facebook, ha realizzato una “prova colore” (nello specifico, un piccolo quadrato viola) sulle facciate di Palazzo Marino e del Pac. Realizzata – è bene ribadirlo – con una vernice all’acqua, dunque facilmente cancellabile: tanto per sottolineare che, evidentemente, l’obiettivo non era certo quello di creare un vulnus a palazzi storici milanesi, ma semplicemente rivendicare visibilità agli artisti, riaprire spazi di dibattito sul tema della gestione dell’arte pubblica da parte delle istituzioni, sempre in bilico tra piccole furbizie propagandistiche (come la concessione dei “100 muri liberi”, operazione di facciata in cui l’amministrazione ha “liberalizzato” muri su cui non aveva di fatto nessun controllo, essendo per lo più già pieni di graffiti e di disegni) e campagne di repressione retoriche, spropositate, costosissime, e a conti fatti del tutto inutili.

    Prova ne è che, nonostante uno spiegamento di forze inedito da parte delle istituzioni (con la creazione di un’apposita task force dedicata al tema del graffitismo illegale, una Procura orientata a trattare gli artisti di strada alla stregua di pericolosi criminali, con tanto di applicazione del reato di associazione a delinquere, e una giunta che da una parte celebra gli artisti nelle mostre pubbliche e li chiama a decorare i muri quando ha bisogno di “sdoganarsi” tra i più giovani, e dall’altra si costituisce parte civile nei processi contro i medesimi artisti con cui ha collaborato), i muri di Milano sono più pieni di scritte, tag e disegni di quanto non lo siano mai stati in passato.

    Ma, come in tutte le campagne inutilmente repressive, il costo da pagare è alto: non solo, dal punto di vista economico, per l’Amministrazione (dunque per tutti i cittadini), oltre che per procura e polizia, costrette a “indagare”, con tanto di incroci di dati telematici e comparazioni stilistiche, su writers e street artists con modalità che ricordano le indagini sul narcotraffico o sulle cellule jahadiste; ma anche per tutti quegli artisti sui quali il bastone della repressione si è accanito con insolita rapidità e la solerzia: uno, come già riportato su queste pagine, rischia ora materialmente il carcere, altri hanno procedimenti pendenti che potrebbero rovinarli economicamente. Perché? Per aver dipinto su muri, per lo più periferici, quasi sempre grigi, brutti, tristi, malandati, e averli riempiti di colori.

    Così, mentre il centro città è ormai sempre più privatizzato e “gentrificato” ad uso e consumo di chi ha i soldi per goderselo, mentre l’estetica cittadina è lasciata nelle mani di chi paga (siano stilisti o grandi marche di telefonia), mentre la cultura, cronicamente priva di sostegno economico da parte delle amministrazioni, è sempre più in mano a poche aziende private che portano mostre “chiavi in mano” agli amministratori, e i musei d’arte contemporanea vengono gestiti in maniera, a dir poco, opaca, elitarista e burocratica, senza alcuna connessione con le realtà artistiche di base della città – mentre tutto questo è ormai purtroppo diventato “normalità”, gli artisti, da sempre lasciati fuori dai giochi di decisione, discussione, crescita e potere, cercano ora di riprendersi, se non ancora gli spazi, almeno il diritto di parlare, di discutere, di aver voce in capitolo sulle questioni riguardanti la vita culturale e artistica del proprio territorio.

    Ecco allora la spinta da cui nasce la nuova attività di Wiola, espressione di un collettivo di artisti e attivisti milanesi che ha individuato nella figura sfuggente e volutamente ambigua di una bambina, o teenager, milanese (quando compare, il suo volto è sempre nascosto da una parrucca, naturalmente viola, e una mascherina anch’essa viola), per raccontare e portare a galla le istanze, le domande, la voglia di partecipazione e di ripresa di controllo della vita culturale e artistica cittadina da parte di molti artisti, giovani e meno giovani, che vivono con fastidio la deriva repressiva, ipocrita e retorica della giunta e delle istituzioni culturali milanesi.

    “Siccome non riuscivo a dormire”, racconta Wiola nel video di rivendicazione del gesto dimostrativo su Palazzo Marino e sul Pac, “stanotte sono uscita dalla finestra di nascosto e ho fatto un giro per la città. Ho visto i manifesti elettorali appesi, con tante facce e tante frasi. Molte non le ho capite, mentre altre mi hanno fratto paura”. Ma Wiola invece, alla logica della paura, della criminalizzazione e dell’imbarbarimento culturale non ci vuole proprio stare: “Io”, dice la ragazzina nel video, “mi immagino una città in cui la violenza non esista e dove sia la cultura a unire tutti. Immagino un mondo senza divisioni, dove le persone possano stare insieme senza paura, immagino una città dove il Comune è di tutti, dove i musei diventano luoghi di incontro e di crescita, e sono gestiti da artisti e cittadini: luoghi dove si può disegnare insieme il nostro futuro”.

    Per questo, racconta ancora la voce fuori campo di Wiola nel video, “prima di tornare a casa ho provato a vedere come starebbero il comune e il Pac se fossero colorati, invece che grigi”. Ecco, allora, la sua “prova colore”: un semplice quadratino viola, realizzato con vernice ad acqua, che ricorda al Sindaco che dovrebbero essere i cittadini e gli artisti, e non i burocrati, a decidere la politica culturale dei musei e delle istituzioni pubbliche. Comune e Pac “sporcati” di viola assumono così un significato simbolico: quei palazzi non sono vostri, sono degli artisti e di chi vuole fruirne. Tutti dipinti di viola, secondo la ragazzina, “sarebbero bellissimi, e farebbero tornare a tutti la voglia di partecipare di più alla vita della città. Se stiamo insieme, se partecipiamo insieme”, conclude Wiola, “non dobbiamo avere paura”.

    In un altro video, infine, sempre girato in questi giorni, ecco le domande rivolte al Sindaco e all’Amministrazione, direttamente dalla voce della misteriosa e imprendibile ragazzina dai capelli viola: “Sindaco Sala, quanto spende il comune di Milano ogni anno per cancellare scritte e disegni dai muri della città? Non crede che la stessa somma, investita in progetti coinvolgenti di arte pubblica e progettazione urbana, potrebbe dare risultati migliori a lungo termine?”. E poi: “Chi decide quali disegni vanno bene e quali no? E perché da un lato sfruttate il fenomeno dell’arte delle strade e dall’altro mandate in carcere gli autori?”. Infine, una richiesta (e un monito) al futuro Presidente del Consiglio: “Perché non cambiamo le leggi che mandano in prigione chi disegna sui muri? Lo spazio pubblico è una questione di condivisione, e non di autorità”. In un clima in cui l’unico argomento spendibile sembra essere quello delle alleanze di governo o degli equilibrismi politici di questo o di quello schieramento, un appello alla critica, al ragionamento, alla discussione pubblica e alla partecipazione da parte degli artisti, dei giovani e dei cittadini sulla politica e la vita culturale delle città arriva come una ventata d’aria fresca. Speriamo non resti inascolato.