Lapo diventa gallerista col suo “Garage Italia”. Ed è subito arte americana

    È nato non più di quattro mesi fa, con grande clamore e folle di giornalisti osannanti. “Garage Italia”, creato da Lapo Elkann sulle ceneri della storica stazione di servizio Agip di Piazzale Accursio, a Milano (stazione commissionata negli anni 50 dall’allora presidente ENI Enrico Mattei all’architetto Mario Bacciocchi), dalla suggestiva forma affusolata, oggi mirabilmente ristrutturata da uno dei migliori architetti e di casa nostra, Michele De Lucchi, è in sostanza un’icona del Made in Italy. Unendo in un solo spazio un bar, un ristorante (affidato nuovamente a una star della gastronomia italiana, e chi altri se non Cracco?), ma anche un’officina di qualità per la customizzazione e la personalizzazione delle macchine o degli yacht, ovviamente affidata a meccanici e ad artigiani… italiani. “Una mossa che ha messo insieme tre autori di uno stile italiano eccentrico, poliedrico e mediatico agendo sulle leve più care agli italiani: cibo e automobili”, riportarono i giornali al momento dell’inaugurazione.

    Ma non basta: continui rimandi alle auto e ai mezzi di locomozione (sempre italiani: mica per niente si chiama Garage Italia!) sparsi ovunque nel locale – dai modellini appesi al soffitto alla sagoma del muso della Ferrari 250 GTO, una delle più belle auto di tutti i tempi, ai bagni in stile Riva Aquarama, altra icona (italianissima) del mare, fino ai nomi dei piatti, che spaziano dal Risotto dell’Avvocato (fra i piatti più venduti), al Giardino di Donna Marella, sempre in onore degli Agnelli, alle Tagliatelle Millemiglia. Tutto rigorosamente italiano, appunto.

    “L’italia è un paese che ha eccellenze straordinarie”, aveva spiegato Lapo all’inaugurazione di “Garage Italia” con toni trionfalistici. “Grazie a imprenditori e artigiani eccezionali, lavorando insieme, unendo le forze, rispettandoci e ascoltandoci, vinciamo se andiamo a combattere all’estero”. Così disse Lapo, l’Arci-italiano. E così sembrava proprio che dovesse essere. Fino a che… fino a che? Fino a che Lapo non ha deciso di aggiungere a tante e tali eccellenze un’ulteriore aspetto della creatività contemporanea. Quale? Beh, che domande: l’arte! Non siamo forse il paese di Leonardo, di Michelangelo, di Caravaggio? E non siamo anche il paese che ospita la più importante manifestazione d’arte del mondo, la Biennale di Venezia?

    Blair Thurman

    Blair Thurman

    Detto fatto: è notizia di oggi che Garage Italia – questa perla dell’italianità creativa e innovativa – diventerà ora anche una galleria d’arte, instaurando una collaborazione che è “parte di una lunga tradizione di forti scambi tra il mondo dell’arte e quello dell’automobile” (così recita il comunicato ufficiale), “dal movimento futurista italiano all’inizio del XX secolo ad artisti contemporanei come Alexander Calder, Roy Lichtenstein o Andy Warhol”. Tutto bene, dunque? Design italiano, cucina italiana, macchine italiane, creatività italiana, e arte… italiana?

    Macchè: nel momento in cui decide di interfacciarsi all’arte, Lapo l’Arci-italiano cosa fa? Si affida a uno dei galleristi più potenti del mondo… ovvero Larry Gagosian, gallerista americano (ma di origini armene) che, per storia personale (un perfetto self-made-man), educazione e piglio è americano che più americano non si può. Bravissimo, per carità: anzi, oggi si potrebbe dire che sia “il gallerista” per eccellenza, il più bravo, il più influente, il più intuitivo, il più coraggioso, il più spregiudicato, il più furbo, e naturalmente il più ricco. Dunque, tutto bene, direte voi… a parte il fatto che non si capisce perchè il partner artistico di Garage Italia debba essere proprio un gallerista americano, anzi, “il” gallerista americano per eccellenza, anziché, come sarebbe stato naturale in un contesto del genere, uno tra i tanti bravi galleristi italiani.

    Blair Thhurman, Pop Sirkle, 2011

    Ma forse, direte voi, sarà italiano l’artista che Gagosian ha deciso di mettere in mostra per aprire la sua galleria. E invece no. Anche l’artista, indovinate un po’?, è americano al 100%. A inaugurare la nuova “galleria” di Garage Italia sarà infatti una mostra di Blair Thurman, artista di New Orleans le cui influenze spaziano dalla Pop art al Minimalismo, alla musica, alla cultura popolare in genere. Anche questo, bravissimo, non c’è che dire: malgrado la sua aria country-rock (indossa sempre un cappellaccio da cow boy e pare una caricatura dell’eterno “mito americano”), ha sviluppato un lavoro estremamente raffinato, che ha le sue radici nella pop ma non disdegna molti altri riferimenti culturali, dall’estetica del juke box a quella delle piste d’automobiline telecomandate, dai cartoon al design. I suoi “manufatti artistici” sono seducenti e perfette icone contemporanee, misteriosi totem dall’aria patinata e dalle superfici levigate, che paiono alludere a remoti e segreti giochi infantili, a insegne di un surreale luna park futuribile, o ai quadri di una perfetta casa fantascientifica. Insomma, un artista interessantissimo e assolutamente originale. Peccato solo che sia americano, e che questo fatto strida assai in un luogo che porta pomposamente il nome di “Garage Italia”, a maggior ragione se la sua è la mostra d’inaugurazione della galleria.

    Insomma, c’è poco da dire: se si parla di moda, di cucina o di design, tutti si scoprono italiani, anzi, arci-italiani. Ma quando si va sull’arte, anche i più fanatici difensori (a parole) del made in Italy diventano, chissà perché, regolarmente degli esterofili convinti. Anzi, di più: dei sudditi colonizzati. Sudditi, colonizzati e ubbidienti, pronti a beccarsi qualsiasi cosa ci spacci il gallerista di turno, purché proveniente dall’estero, meglio se da Oltreoceano. Perché i destini dell’arte, ci hanno insegnato i camerieri – pardòn –, i curatori che fanno il bello e il cattivo tempo anche qua da noi, la decidono sempre e solo gli americani. Guai a contraddirli, dice la vulgata ufficiale: si rischierebbe di passare per provinciali. Tutto bene, tutto benissimo. Solo, un modesto consiglio per Lapo, l’arcitaliano: già che ci sei, cambia anche il nome alla tua nuovissima e originalissima “galleria d’arte”. Chiamala direttamente Garage America. Così nessuno rischierà di pensare che volessi, non sia mai, difendere e magari anche esportare all’estero l’inutile, misconosciuta, provincialissima e sottopagata arte di casa nostra. Non sia mai. Meglio, molto meglio continuare a fare quello che fanno già quasi tutti, in questo universo banale e iper-conformista chiamato “sistema dell’arte”: fare gli “ammericani”. Alla faccia dei bla-bla-bla sul genio e la creatività italiani e sul futuro del Made in Italy.

    A.R.