Riscoprire Boccioni. Contro i passatisti, contro i professori

    di Roberto Floreani

    “Boccioni? Per carità…”. Così pare si sia espressa nel primo dopoguerra l’osannata direttrice della Galleria d’Arte Moderna di Roma Palma Bucarelli, come riferisce il critico Maurizio Calvesi accompagnatore di rango degli eredi Boccioni per proporre l’acquisto al Museo (a pochi spiccioli…) di alcune opere del grande artista. Calvesi è stato il critico di riferimento di Boccioni per meriti sul campo, essendosene interessato costantemente per oltre 50 anni, fino alla pubblicazione, post-mortem, del suo catalogo ragionato definitivo nel 2016, anno del centenario della morte dell’artista. L’affermazione, opportunamente virgolettata dallo stesso Calvesi, fa parte di una dichiarazione più estesa (e ancor più grave): “…Proposi l’acquisto a Palma Bucarelli che non s’interessò della cosa, considerata la allora imperante diffidenza nei confronti del Futurismo, per malposte ragioni di natura politica. Poco valeva che Boccioni fosse mancano molti anni prima della nascita del Fascismo. Comunque la sua pittura era considerata di rango inferiore, per la persistenza del “soggetto” e la presunta sgradevolezza del colore, rimancata anche da importanti critici [Giulio Carlo Argan] nella convinzione che il modello da seguire fosse esclusivamente quello francese”. Parole pesanti come il piombo che tolgono ogni dubbio sulle vere, misere ragioni del cono d’ombra che ha avvolto l’opera del solo artista che, con ogni probabilità, avrebbe potuto tener testa allo strapotere di Pablo Picasso, se solo fosse sopravvissuto ai suoi, fatidici, 33 anni. Ma, ancor oggi, è la Lettura, il supplemento del Corriere della Sera (forse la testata che, dagli anni ’10 ad ora si era dimostrata la più ostile nei confronti del Futurismo), che, già il 3 gennaio 2016, lancia l’allarme: “Il pittore e scultore rimosso ad un secolo dalla morte (con un’eccezione a Milano)”.

    Cambiando così, radicalmente, la posizione del maggiore quotidiano nazionale rispetto al silenzio tombale sul Futurismo e Boccioni: dal direttore storico Luigi Albertini (dal 1900 al 1921) fino all’occasione del cinquantenario del Movimento, quando, il 5 giugno 1959, l’editorialista Leonardo Borgese ribadirà con ferocia: “Catastrofico futurismo… nessuno vuole accorgersi degl’irreparabili danni che sono venuti politicamente, civilmente, moralmente, artisticamente e economicamente: è l’abolizione dell’antica, classica, spirituale Italia”. Perfino il Corriere quindi, si è sentito di condannare un silenzio inaccettabile sul grande artista, pur nella ricorrenza del centenario della morte.

    La mostra che ne è seguita a Palazzo Reale, che avrebbe potuto essere un buon evento collaterale, come evento celebrativo è invece stato avvilente: per la quantità e qualità delle opere mancanti (per vederne una decisiva, Dinamismo di un footballer, c’è voluta l’apertura della mostra Zang Tum Tuuum di Celant alla Fondazione Prada, due anni dopo), per l’infelicità dell’area del palazzo prescelta, per l’allestimento caratterizzato dal lungo tunnel giallo canarino d’ingresso, indicato più per una fermata di metropolitana che per una mostra del Novecento, per le lenzuolate di juta dell’allestimento, sicuramente più adatte alla temperatura informale di Burri che a quella del raffinatissimo Boccioni, per la sfilza di cubi in tinta pastello con volumi e colori differenti, allineati alla meno peggio in una sorta di lungo corridoio, condannati a convivere con l’impianto di refrigerazione, per la sala centrale con la scultura Antigrazioso, posizionata inspiegabilmente fronte-muro e Forme uniche della discontinuità nello spazio priva di ogni contestualizzazione con le pur meravigliose foto delle tre “sorelle” distrutte a martellate nel 1927 (ma lo sa qualcuno?) e il dipinto “Materia” assassinato da una luce radente che ha reso la superficie dell’opera specchiante e illeggibile.

    Una delle sculture di Boccioni andate distrutte nel 1927.

    Nessun accenno alla straordinaria statura critica di Boccioni, alle sue intemerate teatrali dal 1910 al 1914, alla produzione saggistico-poetica, alla distruzione di gran parte delle sculture, nessun chiarimento sul recente equivoco circa la perdita della sua spinta interventista, dopo la prima esperienza bellica del Battaglione Volontari Ciclisti Automobilisti, rimasta invece integra con la pubblicazione del Manifesto dell’orgoglio italiano e il rifiuto dell’offerta – direttamente dal figlio del generalissimo Cadorna – di svernare nelle retrovie, ripartendo quindi volontario in artiglieria. Nessun accenno alla lunga e contraddittoria vicenda con il musicista Busoni, che sperava di de-futuristicizzarlo per ambizione filotedesca personale, riuscendo invece solo a ottenere il ritratto così come voleva (formidabile, anche se non dogmaticamente futurista), cioè senza dinamismo e compenetrazione, che detestava, ricordando anche che a Boccioni servivano assolutamente i denari della facoltosa committenza da consegnare alla madre (premonizione della morte?) prima di ripartire per il fronte, come scriverà all’amico Vico Baer. Nessun abbandono del Futurismo lungo una deriva cézanniana, quindi. Infine nessun evento collaterale: un congresso, una conferenza, un incontro, un tabellone, una lista stampata in A4, in merito alla sua decisiva influenza sulle future generazioni, a partire da quella sull’Arte Povera, figlioccia del Polimaterismo inteso come forma d’arte, scaturito dai dettàmi del suo Manifesto della scultura futurista del 1912 e da quello sull’Architettura del 1913, restato sconosciuto, in un baule, fino al 1971.

    Dopo oltre trent’anni di studio appassionato, scrivere un saggio su Boccioni è stata quindi un’urgenza, scriverlo per la prima volta da artista ad artista, come Mondadori-Electa si è premurata di citare come notizia d’apertura in controcopertina, una necessità personale. Una scelta che dà un senso anche allo scritto “Contro i professori” pubblicato dai futuristi già nel 1910, dove l’artista di riappropria di una funzione sociale rilevante, rivendicando le qualità critiche e culturali per analizzare dall’interno anche gli accadimenti dell’arte. Un atteggiamento che terrà Dorazio, aprendo una galleria e fondando una rivista, così come Manzoni e Castellani che, con la rivista Azimuth e la galleria Azimut, segneranno la via alle generazioni successive con anni d’anticipo; così come Kenny Scharf e Keith Haring che porteranno la Street Art in galleria, così come lo stesso Damien Hirst che, curando le mostre Freeze, East Country Yard Show e Modern Medicine (1988-90), ancora studente dello Goldsmiths Art College, individuerà gran parte degli artisti che poi faranno parte della Young British Artists, diventando fulmineamente tra i protagonisti mondiali del contemporaneo. Lezione assimilata dal Boccioni critico-curatore che, dopo aver stilato i due Manifesti della Pittura futurista nel 1910, organizzerà la Prima esposizione d’Arte Libera nel 1911, ubicandola ante-litteram in un capannone industriale (quello della società Ricordi), selezionando e distinguendo dagli altri 400 artisti (invitati da altri) quegli artisti che sarebbero stati poi assoluti protagonisti del Futurismo e del Novecento.

    A Boccioni va riconosciuta una consapevolezza tale da annichilire il protagonismo di Marinetti, che gli delega, con la stesura dei Manifesti specifici (in pittura, scultura e architettura), la conduzione critica-operativa futurista delle arti, senza alcuna riserva. Boccioni avrà un potere assoluto sugli altri futuristi, di inclusione ed esclusione dal Movimento e dalle mostre, di appartenenza o estraneità, ferocemente selettivo anche nei confronti di Balla, escluso dalla mostra di Parigi del ’12 (e assente nella celeberrima foto dei cinque futuristi), che pur era stato il suo maestro. Sarà la dogmaticità critica di Boccioni l’autentica garanzia della grande qualità pittorica del primo periodo futurista, fino alla sua morte nel 1916; qualità che infatti si perderà progressivamente, in assenza di una rigida supervisione critica, anche nell’Aeropittura, dalla fine degli anni ’20.

    La celebre foto dei cinque futuristi a Parigi per l'inaugurazione della prima mostra del 1912: da sinistra, Russolo, Carrà, Marinetti, Boccioni e Severini

    La celebre foto dei cinque futuristi a Parigi per l’inaugurazione della prima mostra del 1912: da sinistra, Russolo, Carrà, Marinetti, Boccioni e Severini

    A Boccioni va restituita una grandezza plastica non ancora riconosciuta nella misura che merita: se come alfieri italici della scultura del Novecento sono indicati Arturo Martini e Marino Marini, Umberto Boccioni li supera in inventiva, coraggio, innovazione. Purchè non vengano citate le solitarie 4-5 sculture sopravvissute, che possono sembrare esperimenti riusciti di un eccellente pittore, ma si prenda visione compiuta anche delle immagini (di eccelsa qualità) delle sculture distrutte a martellate e gettate in discarica nel 1927 dal passatista Piero da Verona, opere che dimostrano inequivocabilmente una continuità d’intenti e di stile a tratti inarrivabile, inconcepibile per quegli anni, pur realizzate in un arco temporale ristrettissimo: dal 1911-12 al 1914-15. Una ricerca che va oltre Brancusi, Archipenko, Zadkine, Duchamp Villon, Gaudier-Brzeska e che ci rende un Boccioni superlativo come pittore, in almeno una quindicina di opere, tutte decisive, ma semplicemente fenomenale come scultore, nella totalità di quanto ha realizzato.

    Umberto Boccioni. Arte-Vita è un saggio che vuole suggerire agli artisti dell’Arte Povera la primogenitura boccioniana sul concetto d’installazione, ricordare in Boccioni il padre putativo a Tony Cragg e alle sculture di vapore di Anish Kapoor, citazione letterale delle “sculture di gas colorati” premonizzate dal Manifesto nel 1912, riferendo, allo stesso modo, la musica del silenzio di John Cage alle partiture per pause di Russolo del 1912-13, i teatranti anarchici del Living Theatre, al Teatro di popolo attore di Giovanni Acquaviva, la Poesia Visiva alle Parolibere di Marinetti, Balla, Cangiullo, Soffici, Carrà, Buzzi, fin dai primi anni ’10, il concetto artistico-pubblicitario e di riproducibilità di Warhol, con le formidabili intuizioni di Depero degli anni ’20. Oggi noi parliamo di un Futurismo che, senza l’acume critico e la straordinaria qualità artistica di Boccioni, non sarebbe semplicemente esistito.

    Roberto Floreani

    Umberto Boccioni. Arte-vita

    Mondadori Electa, 2017

    250 pagine

    euro 22,90